Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Giovanfrancesco adunque, non molto sodisfacendogli, dopo la cacciata de' Medici l'anno 1528, il vivere di Firenze, lasciato d'ogni sua cosa cura a Niccolò Boni, con Lorenzo Naldini cognominato Guazzetto, suo giovane, se n'andò in Francia; dove, essendo fatto conoscere al re Francesco da Giovambatista della Palla, che allora là si trovava, e da Francesco di Pellegrino suo amicissimo che v'era andato poco innanzi, fu veduto ben volentieri et ordinatogli una provisione di cinquecento scudi l'anno. Dal qual Re, a cui fece Giovanfrancesco alcune cose, delle quali non si ha particolarmente notizia, gli fu dato a fare ultimamente un cavallo di bronzo due volte grande quanto il naturale, sopra il quale doveva esser posto esso Re. Laonde, avendo messo mano all'opera, dopo alcuni modelli, che molto erano al Re piaciuti, andò continuando di lavorare il modello grande et il cavo per gettarlo, in un gran palazzo statogli dato a godere dal Re. Ma che che se ne fusse cagione, il Re si morì prima che l'opera fusse finita; ma perché nel principio del regno d'Enrico, furono levate le provisioni a molti e ristrette le spese della corte, si dice che Giovanfrancesco, trovandosi vecchio e non molto agiato, si viveva, non avendo altro, del frutto che traeva del fitto di quel gran palagio e casamento che aveva avuto a godersi dalla liberalità del re Francesco; ma la fortuna, non contenta di quanto aveva insino allora quell'uomo sopportato, gli diede, oltre all'altre, un'altra grandissima percossa; perché avendo donato il re Enrico quel palagio al signor Piero Strozzi, si sarebbe trovato Giovanfrancesco a pessimo termine; ma la pietà di quel signore, al quale increbbe molto della fortuna del Rustico che se gli diede a conoscere, gli venne nel maggior bisogno a tempo, imperò che il signor Piero mandandolo a una badia, o altro luogo che si fusse, del fratello, non solamente sovvenne la povera vecchiezza di Giovanfrancesco, ma lo fece servire e governare, secondo che la sua molta virtù meritava, insino all'ultimo della vita.
Morì Giovanfrancesco d'anni ottanta, e le sue cose rimasero per la maggior parte al detto signore Piero Strozzi. Non tacerò essermi venuto a notizia che mentre Antonio Mini, discepolo del Buonarroti, dimorò in Francia e fu da Giovanfrancesco trattenuto et accarezzato in Parigi, che vennero in mano di esso Rustichi alcuni cartoni, disegni e modelli di mano di Michelagnolo, de' quali una parte ebbe Benvenuto Cellini scultore mentre stette in Francia, il quale gli ha condotti a Fiorenza. Fu Giovanfrancesco, come si è detto, non pure senza pari nelle cose di getto, ma costumatissimo, di somma bontà e molto amatore de' poveri, onde non è maraviglia se fu con molta liberalità sovvenuto nel suo maggior bisogno di danari e d'ogni altra cosa dal detto signor Piero; però che è sopra ogni verità verissimo che in mille doppi, eziandio in questa vita, sono ristorate le cose che al prossimo ci fanno per Dio. Disegnò il Rustico benissimo come, oltre al nostro libro, si può vedere in quello de' disegni del molto reverendo don Vincenzio Borghini. Il sopra detto Lorenzo Naldini, cognominato Guazzetto, discepolo del Rustico, ha in Francia molte cose lavorato ottimamente di scultura, ma non ho potuto sapere i particolari, come né anco dal suo maestro, il quale si può credere che non stesse tanti anni in Francia quasi ozioso, né sempre intorno a quel suo cavallo. Aveva il detto Lorenzo alcune case fuor della porta a San Gallo ne' borghi, che furono per l'assedio di Firenze rovinati, che gli furono insieme con l'altre dal popolo gettate per terra, la qual cosa gli dolse tanto, che tornando egli a rivedere la patria l'anno 1540, quando fu vicino a Fiorenza un quarto di miglio si mise la capperuccia d'una sua cappa in capo e si coprì gl'occhi per non vedere disfatto quel borgo e la sua casa nell'entrare per la detta porta; onde, veggendolo così incarruffato le guardie della porta e dimandando che ciò volesse dire, intesero da lui perché si fusse così coperto e se ne risero. Costui essendo stato pochi mesi in Firenze, se ne tornò in Francia e vi menò la madre, dove ancora vive e lavora.
IL FINE DELLA VITA DI GIOVANFRANCESCO RUSTICHI FIORENTINO
VITA DI FRA' GIOVANN'AGNOLO MONTORSOLI SCULTORE
Nascendo a un Michele d'Agnolo da Poggibonzi, nella villa chiamata Montorsoli, lontana da Firenze tre miglia in sulla strada di Bologna, dove aveva un suo podere assai grande e buono, un figliuolo maschio, gli pose il nome di suo padre cioè Angelo. Il quale fanciullo crescendo et avendo, per quello che si vedeva, inclinazione al disegno, fu posto dal padre, essendo a così fare consigliato dagl'amici, allo scarpellino con alcuni maestri che stavano nelle cave di Fiesole, quasi dirimpetto a Montorsoli, appresso ai quali continuando Angelo di scarpellare in compagnia di Francesco del Tadda, allora giovinetto, e d'altri, non passarono molti mesi che seppe benissimo maneggiare i ferri e lavorare molte cose di quello esercizio. Avendo poi per mezzo del Tadda fatto amicizia con maestro Andrea scultore da Fiesole, piacque a quello uomo in modo l'ingegno del fanciullo, che postogli affezione, gli cominciò a insegnare, e così lo tenne appresso di sé tre anni. Dopo il quale tempo, essendo morto Michele suo padre, se n'andò Angelo in compagnia di altri giovani scarpellini alla volta di Roma, dove essendosi messo a lavorare nella fabrica di San Piero, intagliò alcuni di que' rosoni che sono nella maggior cornice che gira dentro a quel tempio, con suo molto utile e buona provisione. Partitosi poi di Roma, non so perché, si acconciò in Perugia con un maestro di scarpello, che in capo a un anno gli lasciò tutto il carico de' suoi lavori. Ma conoscendo Agnolo che lo stare a Perugia non faceva per lui e che non imparava, portasegli occasione di partire se n'andò a lavorare a Volterra nella sepoltura di Messer Raffaello Maffei detto il Volaterranno, nella quale, che si faceva di marmo, intagliò alcune cose, che mostrarono quell'ingegno dovere fare un giorno qualche buona riuscita. La quale opera finita, intendendo che Michelagnolo Buonarroti metteva allora in opera i migliori intagliatori e scarpellini che si trovassero, nelle fabriche della sagrestia e libreria di San Lorenzo, se n'andò a Firenze dove messo a lavorare, nelle prime cose che fece conobbe Michelagnolo in alcuni ornamenti che quel giovinetto era di bellissimo ingegno e risoluto e che più conduceva egli solo in un giorno che in due non facevono i maestri più pratichi e vecchi. Onde fece dare a lui fanciullo il medesimo salario che essi attempati tiravano.
Fermandosi poi quelle fabriche l'anno 1527 per la peste e per altre ragioni, Agnolo non sapendo che altro farsi, se n'andò a Poggibonzi, là onde avevano avuto origine i suoi, padre et avolo, e quivi con Messer Giovanni Norchiati suo zio, persona religiosa e di buone lettere, si trattenne un pezzo, non facendo altro che disegnare e studiare. Ma venutagli poi volontà, veggendo il mondo sotto sopra, d'essere religioso e d'attendere alla quiete e salute dell'anima sua, se n'andò a l'eremo di Camaldoli, dove provando quella vita e non patendo que' disagi e digiuni et astinenze di vita, non si fermò altrimenti. Ma tuttavia nel tempo che vi dimorò, fu molto grato a que' padri perché era di buona condizione, et in detto tempo il suo trattenimento fu intagliare in capo d'alcune mazze, o vero bastoni, che que' santi padri portano quando vanno da Camaldoli all'ermo, o altrimenti a diporto per la selva quando si dispensa il silenzio, teste d'uomini e di diversi animali, con belle e capricciose fantasie. Partito dall'eremo con licenzia e buona grazia del maggiore et andatosene alla Vernia, come quelli che ad ogni modo era tirato a essere religioso, vi stette un pezzo, seguitando il coro e conversando con que' padri. Ma né anco quella vita piacendogli, dopo avere avuto informazioni del vivere di molte religioni in Fiorenza et in Arezzo, dove andò partendosi dalla Vernia, et in niun'altra potendosi accomodare in modo, che gli fusse comodo attendere al disegno et alla salute dell'anima, si fece finalmente frate negl'Ingesuati di Firenze, fuor della porta Pinti, e fu da loro molto volentieri ricevuto con speranza, attendendo essi alle finestre di vetro, che egli dovesse in ciò essere loro di molto aiuto e comodo. Ma non dicendo que' padri messa secondo l'uso del vivere e Regola loro, e tenendo per ciò un prete che la dica ogni mattina, avevano allora per capellano un fra' Martino dell'Ordine de' Servi, persona d'assai buon giudizio e costumi. Costui dunque, avendo conosciuto l'ingegno del giovane e considerato che poco poteva esercitarlo fra que' padri che non fanno altro che dire paternostri, fare finestre di vetro, stillare acqua, acconciare orti et altri somiglianti esercizii, e non istudiano, né attendono alle lettere, seppe tanto fare e dire, che il giovane, uscito degl'Ingesuati, si vestì ne' frati de' Servi della Nunziata di Firenze a' dì sette d'ottobre l'anno 1530 e fu chiamato fra' Giovann'Agnolo. L'anno poi 1531, avendo in quel mentre apparato le cerimonie et ufficii di quell'Ordine e studiato l'opere d'Andrea del Sarto che sono in quel luogo, fece, come dicono essi, professione; e l'anno seguente, con piena sodisfazione di quei padri e contentezza de' suoi parenti, cantò la sua prima messa, con molta pompa et onore. Dopo essendo state da giovani più tosto pazzi che valorosi nella cacciata de' Medici guaste l'imagini di cera di Leone, Clemente e d'altri di quella famiglia nobilissima, che vi erano posti per voto, deliberando i frati che si rifacessero, fra' Giovann'Agnolo con l'aiuto d'alcuni di loro, che attendevano a sì fatte opere d'imagini, rinovò alcune che v'erano vecchie e consumate dal tempo e di nuovo fece il papa Leone e Clemente, che ancor vi si veggiono; e poco dopo il re di Bossina et il signor Vecchio di Piombino; nelle quali opere acquistò fra' Giovann'Agnolo assai.