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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Evidentemente Lan aveva fatto una domanda, perché Moiraine a un tratto gridò per superare il vento e il rumore di zoccoli: «Non posso! Soprattutto da sopra un cavallo al galoppo. Non è facile ucciderli, anche vedendoli. Dobbiamo correre e sperare.»

Galopparono in un banco di nebbia rada che arrivava appena al ginocchio dei cavalli. Cloud lo superò in due balzi e Rand si domandò se l’aveva solo immaginato. La notte era troppo fredda per la nebbia. Un’altra chiazza grigia e sbrindellata, più larga della precedente, guizzò via di lato. A Rand era sembrato che sgorgasse dal terreno. In alto, il Draghkar urlò di rabbia. Per un istante la nebbia avviluppò i cavalieri e poi scomparve, lasciando una sensazione di freddo umido sul viso e sulle mani. Poi una muraglia di pallido grigio si stagliò davanti a loro. All’improvviso furono avvolti nella nebbia, che attutì il rumore degli zoccoli e le stridule grida provenienti dall’alto come attraverso un muro. Rand riuscì solo a distinguere confusamente le sagome di Egwene e di Thom Merrilin, ai suoi lati.

Lan non rallentò. «C’è ancora un posto dove possiamo andare.»

«I Myrddraal sono astuti» replicò Moiraine. «Userò la sua stessa astuzia contro di lui.»

Continuarono a galoppare in silenzio. Una nebbia color ardesia oscurava cielo e terra, cosicché i cavalieri, mutati anche loro in ombre, sembravano galleggiare fra nuvole notturne. Perfino le zampe dei cavalli sembravano svanite.

Rand cambiò posizione in sella, ritraendosi da quella nebbia gelida. Sapere che Moiraine faceva miracoli, e anche vederla all’opera, era una cosa; ma se quei miracoli gli lasciavano la pelle bagnata, era una cosa del tutto diversa. Rand si rese conto di trattenere il fiato e si diede dello stupido. Non poteva percorrere tutta la strada fino a Taren Ferry senza respirare. L’aria era pesante e gelida, ma non più di una normale notte nebbiosa.

Lan invitò tutti a tenersi vicini, tanto da vedere almeno la sagoma degli altri, nel grigiore umido e gelido. Però non rallentò la corsa a capofitto del suo cavallo. A fianco a fianco, Lan e Moiraine aprirono la strada nella nebbia, come se vedessero con chiarezza quel che c’era più avanti. Gli altri potevano solo fidarsi e seguirli. E sperare.

Le strida che li avevano perseguitati si affievolirono e svanirono, ma la cosa non fu di gran conforto. Foresta e fattorie, luna e strada, parevano velati da un sudario. I cani abbaiavano ancora, lontano nella bruma grigia, quando oltrepassavano una fattoria, ma non c’erano altri rumori, a parte il tambureggiare sordo degli zoccoli. Niente mutava, in quell’informe nebbia color cenere. Niente indicava il trascorrere del tempo, a parte il dolore sempre più intenso alle cosce e alla schiena.

Galoppavano da diverse ore, si disse Rand, con le mani contratte sulle redini. Solo una volta si guardò alle spalle. Ombre nella nebbia correvano dietro di lui, ma non era certo nemmeno del loro numero. E nemmeno che fossero davvero i suoi due amici. Il freddo e l’umidità gli inzuppavano il mantello, la giubba, la camicia; così almeno gli parve. Solo il sibilo dell’aria sul viso e i movimenti del cavallo gli dicevano che galoppava. Certo erano trascorse delle ore.

«Piano» gridò all’improvviso Lan. «Rallentate.»

Rand fu così sorpreso da non riuscire a fermare Cloud, che si aprì un varco fra Lan e Moiraine e li oltrepassò d’una decina di passi.

Da ogni parte, case si stagliavano nella nebbia, bizzarramente alte agli occhi di Rand. Lui non aveva mai visto quel posto, ma spesso l’aveva sentito descrivere. L’altezza derivava dalle fondamenta di pietra rossa, indispensabili quando il Taren straripava per il disgelo primaverile delle Montagne di Nebbia. Erano a Taren Ferry.

Lan spinse avanti il cavallo al piccolo trotto. «Non avere tanta fretta, pastore» disse.

Rand riprese il suo posto, mentre il gruppetto si inoltrava nel villaggio. Era arrossito; per un istante fu lieto che ci fosse la nebbia.

Un cane solitario si mise ad abbaiare furiosamente contro di loro, poi scappò via. Qua e là c’era una finestra illuminata, dove qualcuno si alzava di buon’ora. A parte il cane, solo lo scalpiccio in sordina dei cavalli disturbava l’ultima ora della notte.

Rand aveva incontrato poche persone di Taren Ferry. Raramente si avventuravano in quelli che chiamavano “i villaggi bassi” e tenevano il naso in aria come se fiutassero cattivi odori. I pochi da lui incontrati avevano nomi bizzarri, come Cimadicolle e Barcadipietra. Nel complesso, avevano la reputazione di gente astuta e infida. C’era un detto: se stringi la mano a uno di Taren Ferry, dopo conta quante dita ti rimangono.

Lan e Moiraine si fermarono davanti a una casa alta e scura che pareva identica alle altre. La nebbia turbinò come fumo intorno al Custode, quando questi smontò da cavallo e salì i gradini che portavano alla porta, rialzata rispetto alla via, tanto da arrivare alla loro testa. In cima alla scala Lan bussò col pugno.

«Credevo che volesse silenzio» borbottò Mat.

Lan continuò a bussare. Alla finestra della casa vicina comparve una luce e qualcuno gridò rabbiosamente, ma il Custode non smise di martellare l’uscio.

All’improvviso la porta si spalancò e comparve un uomo in camicia da notte e scalzo. Reggeva un lume a olio che gli illuminava il viso affilato dai lineamenti volpini. Si preparò a inveire contro l’intruso, ma rimase a bocca aperta e girò la testa a guardare la nebbia. «Che cos’è?» disse. «Che cos’è?» Gelidi filamenti grigi si arricciavano intorno alla porta e l’uomo si affrettò a scostarsi.

«Mastro Torralta» disse Lan. «Proprio l’uomo giusto. Vogliamo attraversare il fiume sul tuo traghetto.»

«Quello lì non ha mai visto una torre alta» ridacchiò Mat. Con un gesto Rand lo zittì. Il tizio dal viso affilato alzò il lume e li scrutò, sospettoso.

Dopo un poco mastro Torralta disse, ambiguamente: «Il traghetto parte con la luce del giorno, non di notte. E per giunta con questa nebbia. Tornate quando il sole è alto e la nebbia è sparita.»

Cominciò a girarsi, ma Lan lo afferrò per il polso. Il traghettatore aprì la bocca, infuriato. Ci fu uno scintillio d’oro, mentre il Custode contava alcune monete e le lasciava cadere a una a una sul palmo dell’altro. Torralta si umettò le labbra, nell’udire il tintinnio, e chinò di qualche dito la testa, come se non credesse ai suoi occhi.

«Altrettante» disse Lan «quando saremo al sicuro sull’altra riva. Ma partiamo subito.»

«Subito?» L’uomo dal viso volpino si mordicchiò il labbro e spostò il peso del corpo da un piede all’altro; scrutò la nebbia, poi annuì bruscamente. «Va bene, subito. Ora lasciami il polso. Devo svegliare i miei uomini. Crederai mica che tiri il traghetto da solo, eh?»

«Aspetterò accanto al traghetto» disse Lan, seccamente. «Per un poco.»

Mastro Torralta si strinse al petto la manciata di monete d’oro, annuì e con un colpo d’anca richiuse in fretta la porta.

12

La traversata del Taren

Ai piedi della scala, Lan disse agli altri di smontare e di seguirlo portando per la briglia i cavalli. Ancora una volta dovevano fare affidamento sul fatto che il Custode conoscesse la strada. La nebbia turbinò intorno alle ginocchia di Rand, gli nascose i piedi e tutto ciò che distava più d’un braccio. Non era fitta come all’esterno del paese, ma gli permetteva a stento di scorgere gli altri.

A parte loro, nessun essere umano si muoveva nella notte. Adesso le finestre illuminate erano più numerose di prima, ma la fitta nebbia le rendeva semplici chiazze confuse e quasi sempre la macchia di luce era l’unica cosa visibile. Altre case parevano galleggiare in un mare di nuvole o emergere all’improvviso dalla nebbia che continuava a nascondere quelle vicine, come se le prime sorgessero isolate nel raggio di miglia.

Rand, indolenzito per la lunga cavalcata, si domandò se non ci fosse un modo per raggiungere Tar Valon a piedi. Certo, in quel momento camminare non era meno doloroso di cavalcare, ma i piedi erano forse l’unica parte del corpo che non gli doleva. E poi, a camminare era abituato.

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