Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Quasi ne' medesimi tempi fu in Milano un altro scultore, chiamato Angelo e per sopranome il Ciciliano, il quale fece dalla medesima banda e della medesima grandezza, una Santa Maria Maddalena elevata in aria da quattro putti, che è opera bellissima e non punto meno che quelle di Cristofano, il quale attese anco all'architettura e fece fra l'altre cose il portico di San Celso in Milano, che dopo la morte sua fu finito da Tofano detto il Lombardino, il quale come si disse nella vita di Giulio Romano, fece molte chiese e palazzi per tutto Milano et in particolare il monasterio, facciata e chiesa delle monache di Santa Caterina alla porta Ticinese, e molte altre fabriche a queste somiglianti.
Per opera di costui, lavorando Silvio da Fiesole nell'opera di quel Duomo, fece nell'ornamento d'una porta che è volta fra ponente e tramontana, dove sono più storie della vita di Nostra Donna, quella dove ell'è sposata, che è molto bella, e dirimpetto a questa, quella di simile grandezza, in cui sono le nozze di Cana Galilea, è di mano di Marco da Gra assai pratico scultore. Nelle quali storie seguita ora di lavorare un molto studioso giovane, chiamato Francesco Brambilari, il quale ne ha quasi che a fine condotta una, nella quale gl'Apostoli ricevono lo Spirito Santo, che è cosa bellissima. Ha oltre ciò fatto una gocciola di marmo tutta traforata e con un gruppo di putti e fogliami stupendi, sopra la quale (che ha da essere posta in Duomo) va una statua di marmo di papa Pio IIII de' Medici milanese. Ma se in quel luogo fusse lo studio di quest'arti che è in Roma et in Firenze, arebbono fatto e farebbono tuttavia questi valentuomini cose stupende. E nel vero hanno al presente grand'obligo al cavaliere Leone Leoni aretino, il quale, come si dirà, ha speso assai danari a tempo in condurre a Milano molte cose antiche, formate di gesso per servizio suo e degl'altri artefici.
Ma tornando ai pittori milanesi, poiché Lionardo da Vinci vi ebbe lavorato il cenacolo sopra detto, molti cercarono d'imitarlo, e questi furono Marco Uggioni et altri, de' quali si è ragionato nella vita di lui. Et oltre quelli lo imitò molto bene Cesare da Sesto, anch'egli milanese, e fece, più di quel che s'è detto nella vita di Dosso, un gran quadro che è nelle case della Zecca di Milano, dentro al quale, che è veramente copioso e bellissimo, Cristo è battezzato da Giovanni. È anco di mano del medesimo del detto luogo una testa d'una Erodiade con quella di San Giovanni Battista in un bacino fatte con bellissimo artificio; e finalmente dipinse costui in San Rocco fuor di porta Romana una tavola, dentrovi quel santo, molto giovane, et alcuni quadri che son molto lodati.
Gaudenzio pittor milanese, il quale mentre visse si tenne valentuomo, dipinse in San Celso la tavola dell'altar maggiore, et a fresco, in Santa Maria delle Grazie in una capella, la Passione di Gesù Cristo in figure quanto il vivo, con strane attitudini, e dopo fece sotto questa capella una tavola a concorrenza di Tiziano, nella quale, ancor che egli molto si persuadesse, non passò l'opere degl'altri che avevano in quel luogo lavorato. Bernardino del Lupino, di cui si disse alcuna cosa poco di sopra, dipinse già in Milano vicino a San Sepolcro la casa del signor Gianfrancesco Rabbia, cioè la facciata, le loge, sale e camere, facendovi molte trasformazioni d'Ovidio et altre favole con belle e buone figure e lavorate dilicatamente; et al munisterio maggiore dipinse tutta la facciata grande dell'altare con diverse storie, e similmente in una capella Cristo battuto alla colonna e molte altre opere che tutte sono ragionevoli. E questo sia il fine delle sopradette vite di diversi artefici lombardi.
VITA DI RIDOLFO, DAVIT E BENEDETTO GRILLANDAI PITTORI FIORENTINI
Ancor che non paia in un certo modo possibile che chi va imitando e seguita le vestigia d'alcun uomo eccellente nelle nostre arti, non debba divenire in gran parte a colui simile, si vede nondimeno che molte volte i frategli e' figliuoli delle persone singolari non seguitano in ciò i loro parenti e stranamente tralignano da loro; la qual cosa non penso già io che avenga perché non vi sia, mediante il sangue, la medesima prontezza di spirito et il medesimo ingegno, ma sì bene da altra cagione: cioè dai troppi agi e commodi e dall'abondanza delle facultà, che non lascia divenir molte volte gl'uomini solleciti agli studii et industriosi. Ma non però questa regola è così ferma che anco non avenga alcuna volta il contrario.
Davit e Benedetto Ghirlandai, se bene ebbono bonissimo ingegno et arebbono potuto farlo, non però seguitarono nelle cose dell'arte Domenico lor fratello, perciò che dopo la morte di detto lor fratello si sviarono dal bene operare; conciò sia che l'uno, cioè Benedetto, andò lungo tempo vagabondo e l'altro s'andò stillando il cervello vanamente dietro al musaico.
Davit adunque, il quale era stato molto amato da Domenico e lui amò parimente e vivo e morto, finì dopo lui, in compagnia di Benedetto suo fratello, molte cose cominciate da esso Domenico e particolarmente la tavola di Santa Maria Novella all'altar maggiore, cioè la parte di dietro, che oggi è verso il coro; et alcuni creati del medesimo Domenico finirono la predella di figure piccole, cioè Nicolaio, sotto la figura di Santo Stefano, fece una disputa di quel Santo con molta diligenza; e Francesco Granacci, Iacopo del Tedesco e Benedetto fecero la figura di Santo Antonino arcivescovo di Fiorenza e Santa Caterina da Siena, et in chiesa in una tavola Santa Lucia con la testa d'un frate, vicino al mezzo della chiesa, con molte altre pitture e quadri che sono per le case de' particolari.
Essendo poi stato Benedetto parecchi anni in Francia, dove lavorò, guadagnò assai e se ne tornò a Firenze con molti privilegii e doni avuti da quel re in testimonio della sua virtù, e finalmente avendo atteso non solo alla pittura, ma anco alla milizia, si morì d'anni 50. E Davitte, ancora che molto disegnasse e lavorasse, non però passò di molto Benedetto, e ciò potette avenire, dallo star troppo bene e dal non tenere fermo il pensiero all'arte, la quale non è trovata se non da chi la cerca, e trovata non vuole essere abbandonata, perché si fugge. Sono di mano di Davitte nell'orto de' monaci degl'Angeli di Firenze, in testa della viottola, che è dirimpetto alla porta che va in detto orto, due figure a fresco a' piè d'un Crucifisso, cioè San Benedetto e San Romualdo, et alcun'altre cose simili poco degne che di loro si faccia alcuna memoria. Ma non fu poco, poiché non volle Davitte attendere all'arte, che vi facesse attendere con ogni studio e per quella incaminasse Ridolfo, figliuolo di Domenico e suo nipote; conciò fusse che, essendo costui, il quale era a custodia di Davitte, giovinetto di bell'ingegno, fugli messo a esercitare la pittura e datogli ogni commodità di studiare dal zio, il quale si pentì tardi di non avere egli studiatola, ma consumato il tempo dietro al musaico.