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La mano sinistra di Dio [=Dexter il vendicatore / Darkly Dreaming Dexter - it]

Электронная книга - «La mano sinistra di Dio [=Dexter il vendicatore / Darkly Dreaming Dexter - it]». Краткое содержание книги:

Il collaboratore della polizia di Miami Dexter Morgan, esperto nell’esame delle macchie di sangue sulla scena del delitto, è un bell’uomo dotato di ironia e senso dell’umorismo. A prima vista potrebbe sembrare il fidanzato ideale per ogni brava ragazza. Eppure non lo è. Sotto questo aspetto esteriore cova, infatti, un istinto incontenibile a uccidere, per poi smembrare e dissanguare i cadaveri. Al contempo investigatore e serial chiller, Dexter ha la peculiare caratteristica di indirizzare la sua furia omicida esclusivamente su persone che se “lo meritano”.

Anche pubblicato come “Dexter il vendicatore”.
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D’accordo, dovevo partire dall’ipotesi che il resto della carne fosse altrove. Ma dove?

O forse, cominciai a pensare, la vera domanda non era dove, ma perché.

L’esposizione delle teste aveva uno scopo. Ma qual era il vantaggio di lasciare altrove il resto dei corpi? Semplice occultamento? No, non c’era niente di semplice, con quell’uomo. E l’occultamento non era una virtù cui desse molto peso, specialmente adesso che stava cercando di farsi notare. Stabilito questo, dove avrebbe potuto lasciare gli avanzi?

«Ebbene, cosa mi dici? Dove dobbiamo guardare?»

Scossi la testa. «Non lo so», dissi lentamente. «Il luogo in cui ha lasciato i resti deve fare parte della sua dichiarazione, che non sappiamo ancora bene quale sia.»

«Accidenti, Dexter.»

«So che vuole che ci sbattiamo il naso contro. Sente il bisogno di dirci che abbiamo fatto la figura dei fessi e che, anche se così non fosse, lui è sempre più furbo di noi.»

«Finora non si sbaglia», commentò lei, assumendo la sua faccia da pesce gatto.

«Pertanto, il luogo in cui ha lasciato i resti deve completare la sua dichiarazione. Che noi siamo stupidi. No, mi sbaglio. Che abbiamo fatto qualcosa di stupido.»

«Bene. Fa molta differenza?»

«Per favore, Deborah, ti rovinerai la faccia, a forza di fare quella smorfia. La differenza è che non intende criticare gli attori, bensì la rappresentazione.»

«Ah-ah. Molto bene, Dexter. Dunque dovremmo andare a cercare il teatro più vicino e arrestare un attore con le mani lorde di sangue, giusto?»

Feci cenno di no. «Niente sangue, Deb. Neppure una goccia. Questo è uno degli elementi più importanti.»

«Come fai a saperlo?»

«Perché non c’è mai sangue sulle scene dei suoi crimini. Non è un caso: è una parte vitale di quello che fa. E stavolta deve ripetere le parti importanti con una nota a piè di pagina, perché a noi è sfuggito qualcosa. Non capisci?»

«Certo, capisco. Ha perfettamente senso. Allora perché non andiamo a controllare all’Office Depot Center? Magari ha rimesso i pezzi di cadavere nella rete.»

Aprii la bocca per smentirla con una brillante osservazione. Deborah stava commettendo un errore grossolano. L’Arena era stata un esperimento, qualcosa di completamente diverso e occasionale. Mi apprestai a spiegarlo a Deb: l’unica ragione per cui avrebbe potuto ripetere il dettaglio dell’hockey era… Ma certo, pensai. Non può essere altrimenti.

«Adesso chi è che fa la faccia da pesce? Cosa c’è, Dexter?»

Tacqui per un istante. Ero troppo impegnato a rincorrere il turbinio dei miei pensieri. L’unica ragione per cui ripeterebbe il dettaglio dell’hockey è dimostrarci che abbiamo messo in prigione l’uomo sbagliato.

«Oh, Deb», dissi, finalmente. «Certo, hai ragione. L’Arena. Hai ragione per le ragioni sbagliate, eppure…»

«Sempre meglio che non avere ragione per niente», ribatté lei, dirigendosi verso l’auto.

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«Ti rendi conto che stiamo tirando a indovinare?» dissi. «Potremmo non trovare niente.»

«Lo so», ammise Deb.

«E non abbiamo alcuna giurisdizione, qui. Siamo a Broward. E i ragazzi di Broward non ci trovano simpatici, quindi…»

«Cristo, Dexter», sbottò lei, «chiacchieri come una scolaretta.»

Forse era vero, ma non era gentile da parte sua dirmelo. Senza contare che la stessa Deborah era un fascio di nervi. Quando svoltammo dalla Sawgrass Expressway ed entrammo nel parcheggio dell’Office Depot Center, stava stringendo così forte i denti che potevo quasi sentire la mascella scricchiolare.

«Ispettrice Callaghan», dissi tra me e me.

Ma a quanto pare lei mi sentì. «Vaffanculo», replicò.

Smisi di guardare il profilo granitico di Deborah e mi voltai verso l’Arena. Per un breve istante, sotto la luce dell’alba, parve circondata da una flotta di dischi volanti. In realtà si trattava dell’impianto di illuminazione, un cerchio di giganteschi sgabelli d’acciaio intorno alla costruzione. Qualcuno doveva avere detto all’architetto che erano molto caratteristici. E anche, con tutta probabilità, che erano «giovanili e vigorosi». Ero certo che lo fossero, sotto la luce giusta. Speravo che trovassero presto la luce giusta.

Feci un paio di giri intorno all’Arena, controllando se ci fossero cenni di vita. Al secondo giro vidi una Toyota malridotta che si fermava davanti a una delle entrate. La portiera destra era tenuta chiusa da un pezzo di corda. La portiera sinistra si aprì mentre parcheggiavo. Prima ancora che mi fermassi, Deborah stava già mettendo un piede a terra.

«Mi scusi», disse all’uomo sceso dalla Toyota, un individuo basso e tozzo, sui cinquant’anni, in pantaloni verdi stinti e giacchetta di nylon azzurra, che si innervosì all’istante quando vide la sua uniforme.

«Che c’è? Non ho mica fatto niente.»

«Lavora qui?»

«Certo. Sennò che ci farei qui alle otto del mattino?»

«Come si chiama, per favore?»

L’uomo si mise una mano in tasca per prendere il portafogli. «Esteban Rodriguez. Ho la carta d’identità.»

«Non è necessaria. Come mai è qui a quest’ora?»

Lui alzò le spalle e rimise in tasca il portafogli. «Di solito vengo anche più presto. Ma la squadra è in giro: Vancouver, Ottawa, Los Angeles. Oggi per me è quasi tardi.»

«C’è qualcun altro qui, in questo momento, Esteban?»

«No, solo io. Dormono ancora tutti.»

«E di notte? C’è una guardia?»

Lui fece un cenno circolare, indicando il parcheggio. «La sicurezza gira qui intorno di notte, ma non troppo spesso. Sono quasi sempre il primo ad arrivare.»

«Il primo a entrare, intende?»

«Sì, io cos’ho detto?»

Scesi dall’auto e mi appoggiai al tetto. «È lei che passa lo Zamboni sulla pista per i pattinatori del mattino?» gli chiesi.

Deborah si voltò verso di me, seccata.

Anche Esteban mi guardò, notando la mia linda camicia hawaiana e i miei pantaloni di gabardine. «Che razza di sbirro è lei?»

«Uno sbirro secchione. Sono della Scientifica.»

«Ooohhh, certo.» Assentì, come se questo spiegasse tutto.»

«È lei che guida lo Zamboni, Esteban?» ripetei.

«Sì. Non me lo fanno guidare durante le partite, sa? Quella è roba per tipi con la cravatta. Ci mettono uno giovane, sa. Magari una celebrità. Gira intorno e saluta. Stronzate. Ma io lo faccio per i pattinatori del mattino. E quando la squadra è in città vengo al mattino presto. Ma adesso sono via e allora arrivo più tardi.»

«Vorremmo dare un’occhiata nell’Arena», disse Deb, chiaramente infastidita dalla mia intromissione.

Esteban si voltò verso di lei, con un lampo di furbizia in un occhio. «Sicuro. Ce l’avete un mandato?»

Deborah arrossì. Era in contrasto violento con il blu dell’uniforme, ma forse non era il modo più efficace per far valere la propria autorità. E, dal momento che la conoscevo, sapevo che si sarebbe resa conto di essere arrossita e avrebbe perso la pazienza. Dato che non avevamo un mandato e, per dirla tutta, non avevamo alcuna parvenza di autorizzazione ufficiale che giustificasse la nostra presenza, non ritenevo che perdere la pazienza fosse la tattica migliore.

«Esteban», dissi, prima che Deb aprisse bocca, peggiorando la situazione.

«Eh?»

«Da quanto lavora qui?»

Lui alzò le spalle. «Da quando hanno aperto questo posto. E prima ho lavorato un paio d’anni nella vecchia Arena.»

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