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La mano sinistra di Dio [=Dexter il vendicatore / Darkly Dreaming Dexter - it]

Электронная книга - «La mano sinistra di Dio [=Dexter il vendicatore / Darkly Dreaming Dexter - it]». Краткое содержание книги:

Il collaboratore della polizia di Miami Dexter Morgan, esperto nell’esame delle macchie di sangue sulla scena del delitto, è un bell’uomo dotato di ironia e senso dell’umorismo. A prima vista potrebbe sembrare il fidanzato ideale per ogni brava ragazza. Eppure non lo è. Sotto questo aspetto esteriore cova, infatti, un istinto incontenibile a uccidere, per poi smembrare e dissanguare i cadaveri. Al contempo investigatore e serial chiller, Dexter ha la peculiare caratteristica di indirizzare la sua furia omicida esclusivamente su persone che se “lo meritano”.

Anche pubblicato come “Dexter il vendicatore”.
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«A che ora se ne sono andati tutti?» chiese Deborah.

Lui si strinse nelle spalle. «Ieri sera l’Arena era vuota. Se ne sono andati tutti alle… boh, alle otto.»

«Cominci da mezzanotte», suggerii.

Lui assentì. «Okay.» Lavorò in silenzio per un po’, poi bofonchiò: «Ci siamo. È solo a seicento megahertz. Non lo aggiornano. Dicono che va bene così, ma è lento da far paura e non… Okay», si interruppe d’improvviso.

Un’immagine scura apparve sul monitor: il parcheggio sotto di noi, vuoto.

«Mezzanotte», disse, gli occhi sullo schermo.

Dopo quindici secondi, l’immagine si trasformò in un’altra, identica.

«Dobbiamo andare avanti così per cinque ore?» chiese Deborah?

«Faccia uno scroll avanti», consigliai. «Finché non si vedono fari o qualcosa in movimento.»

«Okaaaay», disse lui. Riprese a cliccare e le immagini cominciarono a scorrere al ritmo di una al secondo. Non cambiavano di molto: lo stesso parcheggio scuro, una luce ai margini dell’inquadratura. Cinquanta fotogrammi dopo qualcosa entrò in campo.

«Un furgone!» esclamò Deborah.

Il genio dei computer scosse il capo. «La Sicurezza», disse. Nell’immagine successiva il veicolo era ben visibile. I fotogrammi scorrevano, interminabili e identici. Di quando in quando, ogni trenta o quaranta fotogrammi, si vedeva passare il furgone della Sicurezza. Dopo parecchi minuti lo schema si interruppe. Ci fu una lunga striscia di niente.

«Beccati», disse l’amico foruncoloso.

Deborah lo guardò severa. «La videocamera è rotta?»

Lui si voltò, arrossì e tornò allo schermo. «Quelli della Sicurezza. Sono proprio stronzi. Tutte le notti, tipo alle tre, parcheggiano dall’altra parte e si fanno un sonnellino.» Accennò alle immagini sempre uguali. «Vedete? Ehi, signori della Sicurezza? Lavoro duro, eh?» Emise un suono dal naso che supposi volesse essere una risata. «Non proprio.» Ripeté lo sbuffo nasale, mentre le immagini procedevano.

E poi, d’un tratto…

«Aspetti!» proruppi.

Sullo schermo era apparso un altro furgone, fermo davanti al portone. Quando l’immagine cambiò, accanto al veicolo c’era un uomo.

«Può andare più vicino?» chiese Deborah.

«Faccia una zoomata», lo esortai io.

Lui mosse il cursore, selezionò la figura al centro dello schermo e cliccò col mouse. L’immagine si ingrandì.

«Non si può avere una risoluzione maggiore. I pixel…»

«Zitto», ordinò Deborah. Fissava lo schermo con tale intensità che avrebbe potuto fonderlo. Guardai anch’io e capii il perché.

Era buio e l’uomo era ancora troppo lontano, ma dai pochi dettagli che riuscivo a distinguere avvertii qualcosa di familiare. La sua postura nell’immagine fissata sullo schermo, il modo in cui bilanciava il peso su entrambi i piedi, l’impressione generale del profilo. Per quanto vagamente, mi ricordava qualcuno. E mentre una risata erompeva dal sedile posteriore del mio cervello, con l’impatto di un concerto per pianoforte e orchestra, mi resi conto che assomigliava dannatamente a…

«Dexter…?» disse Deborah, in una sorta di gemito soffocato.

Sì, esatto.

Assomigliava a Dexter.

23

Suppongo che Deborah abbia riportato il giovane signor Capelli Unti nella saletta con gli altri, perché quando mi voltai lei era in piedi di fronte a me, da sola. Malgrado l’uniforme, in quel momento non sembrava una poliziotta. Era visibilmente preoccupata e sembrava indecisa se mettersi a urlare oppure a piangere. «Tutto bene?» domandò.

Dovevo ammettere che non aveva tutti i torti. «Non proprio. E tu?»

Lei rovesciò una sedia con un calcio. «Accidenti, Dexter, non fare il furbo! Di’ qualcosa. Dimmi che non eri tu!»

Io rimasi zitto.

«E allora dimmi che eri tu! Ma dimmi qualcosa! Qualsiasi cosa.»

Scossi la testa. «Io…» In realtà non avevo niente da dire, per cui scossi di nuovo la testa. «Sono quasi sicuro di non essere io… Voglio dire, non credo.» Anche a me non sembrava una risposta troppo convincente.

«Come sarebbe a dire quasi sicuro? Vuol dire che non lo sei? Potresti esserci tu su quello schermo?»

«Ecco, forse, non lo so.» Una risposta brillante, tutto considerato.

«E non lo so significa che non hai intenzione di dirmelo, o che davvero non sai se sei tu?»

«Sono quasi sicuro di non essere io, Deborah. Ma non al cento per cento. Mi assomiglia, non ti pare?»

«Merda.» Deborah diede un calcio alla sedia rovesciata, che andò a sbattere contro il tavolo. «Come fai a non saperlo, accidenti?»

«Non è molto facile da spiegare.»

«Provaci!»

Aprii la bocca, ma per una volta nella vita non riuscii a dire nulla. Come se non avessi già abbastanza problemi, avevo esaurito anche la mia loquacità. «È solo che… Ho fatto questi… sogni. Ma, Deb, proprio non lo so.» Credo che l’ultima frase fosse appena un sussurro.

«Merda, merda, MERDA!» disse Deborah. Calcio, calcio, calcio.

Non mi sentivo di smentire la sua analisi della situazione.

Tutte le mie assurde riflessioni autocolpevolizzanti ritornarono a galla in tutta la loro ironia. Certo che non ero io. Come potevo essere io. Non l’avrei saputo, se fossi stato io? A quanto pare no, mio caro ragazzo. A quanto pare non sapevi niente di niente. Perché i nostri cervellini oscuri ci raccontano di tutto, entrando e uscendo dalla realtà, ma le immagini non mentono.

Deb si abbandonò a una nuova serie di assalti alla sedia. Quando ebbe finito, era paonazza e i suoi occhi sembravano più che mai quelli di Harry. «D’accordo. Le cose stanno così.» Batté le palpebre. Ci eravamo accorti entrambi che aveva pronunciato una delle frasi di Harry. E per un attimo Harry fu nella sala in mezzo a noi, così diversi eppure entrambi suoi figli, le due parti della sua unica eredità. Deb si ammorbidì e d’un tratto parve più umana, come non la vedevo da parecchio tempo a quella parte. «Sei mio fratello, Dexter.» Ero sicuro che non fosse questo che voleva dire, originariamente.

«Nessuno te ne darà la colpa.»

«Accidenti a te, sei mio fratello!» ringhiò con sorprendente ferocia. «Non so che cosa vi dicevate tu e papà. Quelle cose di cui non parlavate mai. Ma so che cosa avrebbe fatto lui.»

«Mi avrebbe arrestato», dissi.

Deborah annuì. «Proprio così. Ti avrebbe arrestato. Ed è quello che sto per fare io.» Guardò fuori dalla finestra, lontano, verso l’orizzonte. «Devo finire di sentire il personale. Ti affido l’incarico di stabilire se queste prove sono rilevanti. Collegalo al tuo computer di casa e cerca di capire quello che devi capire. E quando avrò finito, prima di riprendere servizio, verrò a prenderlo e a sentire quello che hai da dirmi.» Guardò l’orologio. «Stasera, alle otto. E se ti devo arrestare, allora lo farò.» Mi rivolse una lunga occhiata. «Accidenti, Dexter», mormorò, prima di uscire dalla sala.

Andai alla finestra e guardai fuori. Sotto di me ferveva ancora il circo di poliziotti, reporter e guardoni. Più in là, oltre il parcheggio, vedevo la Expressway, ingombra di auto e di camion che sfrecciavano al limite della velocità consentita, centocinquanta chilometri orari. Più in là, il profilo di Miami.

E qui, in primo piano, il depresso e depistato Dexter, che dalla finestra guardava una città muta che, se anche avesse saputo parlare, non gli avrebbe detto niente.

Accidenti Dexter.

Non so quanto tempo passai davanti alla finestra, ma a un certo punto mi resi conto che non era lì che avrei trovato le risposte. Forse ce n’era qualcuna nel computer di Capitan Foruncolo. Esaminai la scrivania. La macchina aveva un drive CD/RW. Nel cassetto trovai una scatola di CD vergini. Ne misi uno nel drive, copiai l’intero file di immagini ed estrassi il CD. Lo tenni in mano e lo osservai. Non aveva molto da dirmi. Probabilmente la risata lontana che mi parve di udire dal Passeggero sul sedile posteriore era frutto della mia immaginazione. Ma, per non sbagliare, cancellai il file dal disco rigido.

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