La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]
- Автор: Робинсон Ким Стэнли
- Серия: Tre Californie #1
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Interno Giallo
- ISBN: 88-356-0035-9
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
Mi alzai a sedere. Mi portavano a Catalina per interrogarmi. Torturarmi, forse. Sbattermi in prigione, o in schiavitù… tenermi lontano da Onofre per il resto della vita. Più ci pensavo, più ne ero atterrito. Fino a quel momento non avevo pensato a che cosa mi avrebbero fatto… ero intontito, certo… ma adesso era ovvio: non mi avrebbero riportato al fiume Onofre e scaricato lì. Nossignore. Mi avrebbero portato con loro. L’idea mi fece battere il cuore all’impazzata, tanto da farmi credere che mi sarebbe scoppiato, tanto le costole mi dolevano. Il sangue mi scorreva nelle vene come acqua nel letto di un torrente dopo l’alluvione; mi sentivo gonfiare le mani. Anche i piedi mi si scaldarono; avevo il respiro così rapido e irregolare che temetti di svenire. Catalina! Ero terrorizzato dì andare a Catalina… non avrei più rivisto casa mia! Anche se era un pensiero egoista (e il resto della storia vi dirà quanto sia stato egoista, a volte), mi faceva stare più male della morte di Tom.
Il capitano e i due ufficiali erano fermi sotto la luce rossa della porta nella parete posteriore. Incrostazioni saline macchiavano il loro riflesso sulle vetrate. L’immagine del viso del capitano era rivolta dalla mia parte: guardava il mio riflesso. Mi teneva d’occhio.
Fuori, sul ponte di prua, un paio di marinai sostava ancora accanto al riflettore. Per ripararlo, sembrava. Altrimenti, il ponte era deserto. La nebbia scorreva su di noi, gelida e bianca. Il mare era invisibile, ma dal rumore calcolai che la nave emergeva di circa cinque metri: vibrava leggermente, ma non si era ancora mossa.
Per asciugarmi mi avevano spogliato. Meglio così.
Il capitano tornò accanto a me. «Ti senti meglio?»
«Sì. Però mi viene sonno.»
«Ah. Ti faccio portare in una cuccetta.»
«No! Ancora no. Mi viene la nausea, se mi muovo. Voglio solo restare qui e riposarmi ancora un minuto.» Mi lasciai ricadere, sforzandomi di sembrare esausto.
Il capitano mi osservò. «Hai detto qualcosa a proposito di ferrovie bombardate?»
«Chi, io? Mai parlato di ferrovie.»
Annuì, con aria poco convinta.
«Perché lo fate?» chiesi, nonostante tutto. «Perché fate il giro di mezzo mondo per sorvegliare la nostra costa?»
«Per incarico delle Nazioni Unite. Non credo che comprenderesti i particolari.»
Allora era vero quel che ci avevano detto a San Diego. Una parte, comunque. «So che esistono le Nazioni Unite» dissi. «Ma non c’è nessun americano che prenda le nostre parti. Tutto ciò che fanno è illegale.» Parlai in tono assonnato, per fargli abbassare la guardia. Non avrei dovuto parlare affatto, ma la curiosità aveva preso il sopravvento.
«Non abbiamo altro, giovanotto. Senza le Nazioni Unite, forse la guerra e la distruzione ci coinvolgerebbero tutti.»
«Allora fate male a noi per aiutare voi stessi.»
«Può darsi.» Mi fissò, sorpreso che avessi la forza di discutere. «Ma può darsi anche che questa sia la politica migliore per voi.»
«Non lo è. Io vivo qui. Io lo so. Ci tenete bloccati.»
Annuì brevemente. «Ma da cosa vi blocchiamo? È proprio questa la parte di cui non hai esperienza diretta, mio giovane e coraggioso amico.»
Finsi di addormentarmi. Lui tornò accanto agli ufficiali, sotto la luce rossa. Disse qualcosa e i due risero.
Su e giù la cabina ondeggiava, su e giù, su e giù, piano piano, dolcemente. Balzai da sotto le coperte e schizzai nel vano aperto sul ponte di prua. Il capitano si aspettava una mossa del genere.
«Ah!» esclamò, correndomi dietro. Ma aveva sbagliato i conti. Colsi al volo la sua aria stupita, mentre attraversavo in un lampo la porta, prima di lui… ero troppo veloce. Appena fuori, mi precipitai alla murata e mi tuffai nella nebbia, davanti ai marinai stupiti.
10
Dopo un lungo volo colpii violentemente l’acqua. Il mare era freddissimo. Mi convinsi subito di avere commesso un errore fatale. Tre metri sotto la superficie, senza aria nei polmoni, avevo un terribile bisogno di respirare. Venni a galla per prendere fiato, la cresta di un’onda rotolò su di me e respirai acqua. Ero sicuro che gli ansiti e i colpi di tosse avrebbero rivelato la mia posizione ai giapponesi. Udivo le loro grida: senza dubbio calavano i canotti per cercarmi. L’acqua mi gelava; tutto il corpo protestava per il bisogno d’aria.
Mi misi a nuotare lontano dalle grida e dal bagliore confuso del riflettore; fui travolto da un maroso. Maledizione, mi ero tuffato proprio dal lato rivolto al mare aperto. Ero costretto a girare intorno alla nave. Eppure ero convinto di tuffarmi dal lato verso terra: come avevo fatto a sbagliare? La fiducia nel mio senso dell’orientamento scomparve; per un minuto fui preso dal panico: ero atterrito di non riuscire a trovare la riva. Non pensavo certo di scorgerla. Ma il moto ondoso era una guida attendibile, come capii subito, quando mi spinse sempre nella stessa direzione. Proveniva un poco da sud, l’avevo notato sullo sloop; non mi restava che seguirlo a nuoto, magari deviando un poco sulla destra, e mi sarei trovato nella direzione giusta per la riva.
Questo era sistemato. Ma il freddo mi sconvolgeva. L’acqua forse era ancora quella della corrente calda di cui avevamo goduto la settimana prima, ma ora, con il vento di tempesta che frustava la superficie e mi gelava testa e braccia, non sembrava affatto tiepida. Già il freddo mi mordeva, e quasi gridai ai giapponesi di venirmi a recuperare. Ma non volevo più vedere il viso del capitano. Immaginavo la scena, lo vedevo, mentre gli spiegavo: Sì, signore, volevo fuggire davvero, ma capisce, l’acqua è troppo fredda. Non avrei gridato. Se mi avessero ripescato, pazienza: una parte di me se l’augurava… e facessero in fretta, anche. Altrimenti, avrei tirato dritto.
Per combattere il freddo nuotai a tutta forza, confidando di girare intorno alla prua della nave e mettere una certa distanza fra me e i giapponesi. Sarebbe stata una terribile sorpresa, andare a sbattere all’improvviso contro lo scafo; eppure non era impossibile, perché la nebbia non mi permetteva di vedere a tre metri dal naso. Tuttavia, mentre un’onda dopo l’altra passava sotto di me, la prospettiva divenne meno probabile. Peccato, pensò una parte di me, ora non hai alternative. Ma il resto si dedicò al compito di arrivare a riva, al più presto possibile.
Solo una volta vidi o udii ancora la nave, subito dopo aver preso la decisione finale di raggiungere la riva a nuoto. Di solito la nebbia non trasmette i suoni come l’aria normale, qualsiasi cosa la gente voglia farvi credere. Tende a soffocarli, come limita la vista, anche se in misura meno drastica. Ma è un fenomeno buffo: alcune volte, sorpresi dalla nebbia durante la pesca, Steve e io abbiamo udito la voce di altri pescatori che conversavano sottovoce e sembravano sul punto di urtarci, pur essendo a mezzo chilometro da noi. Tom non l’ha saputo spiegare, e neppure Rafael.
Quella notte il fenomeno si ripeté. A un certo punto fui spaventato da voci giapponesi, dietro di me e più in alto, tanto da farmi pensare che provenissero dalla nave. Mandai un gemito, convinto di essermi confuso e di nuotare ancora in prossimità della nave; ma poi una raffica di vento gelido afferrò le voci a metà frase e le portò via per sempre. C’ero solo io… e la nebbia e l’oceano e il freddo.