Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
Passammo la notte ai piedi del colle della Nevería. Quando il sole tramontò, dovemmo sospendere i soccorsi. Oltre al fatto che il buio non ci permetteva di lavorare, in città c’erano molti sciacalli. Io ero convinto che ogni saccheggiatore fosse potenzialmente uno stupratore e un assassino. Ero pronto a difendere Margrethe fino alla morte se necessario… ma non volevo morire in modo cavalieresco, sì, ma sostanzialmente inutile, in uno scontro che si poteva benissimo evitare.
All’inizio del pomeriggio arrivò l’Esercito messicano. Noi, nel frattempo, non eravamo riusciti a fare niente di utile: avevamo continuato a scavare come avevamo potuto. Quanto a ciò che riuscimmo a trovare, sorvoliamo. I soldati misero la parola fine anche a questo; tutti i civili vennero allontanati dalla città distrutta e risalirono la penisola fino alla stazione ferroviaria, dall’altra parte del fiume. Laggiù rimanemmo ad aspettare… recenti vedove, mariti che avevano appena persa la moglie, bambini perduti, feriti su barelle di fortuna, feriti in grado di camminare, persone senza ferite ma con gli occhi sbarrati e incapaci di parlare. Io e Margrethe facevamo parte dei più fortunati: eravamo semplicemente affamati, assetati, sporchi e coperti da capo a piedi di ammaccature perché eravamo rimasti in terra durante il terremoto. Mi correggo: durante due terremoti.
C’è qualcun altro che si è trovato in mezzo a due terremoti?
Ma esitavo a chiederlo. A quanto pareva, io ero il solo testimone del cambiamento di mondo, a parte il fatto che, già per due volte, Margrethe era venuta con me perché in quell’istante mi tenevo a lei. C’erano altre vittime? Altri del Konge Knut che avevano tenuto la bocca chiusa? E, poi, come chiederlo? Scusa, amigo, ma è la stessa città che ho visto ieri?
Dopo avere atteso per due ore in stazione, arrivò un carretto dell’esercito con l’acqua: una tazza d’acqua a ciascun rifugiato, e un soldato con la baionetta a controllare che nessuno facesse due volte la coda.
Poco prima del tramonto, il carretto fece ritorno con altra acqua e con una certa quantità di pagnotte; io e Margrethe ricevemmo un quarto di pagnotta da dividere tra noi due. Poco più tardi, arrivò un treno, e i soldati ci fecero salire da una parte mentre i rifornimenti venivano scaricati dall’altra. Io e Marga fummo fortunati: fummo spinti dentro una carrozza passeggeri; molti altri viaggiarono sui carri merci.
Il treno partì per il nord. Non ci venne chiesto se eravamo d’accordo nel scegliere quella destinazione; non ci venne chiesto di pagare il biglietto; tutta Mazatlán veniva evacuata. Finché non avessero riparato l’acquedotto, a occupare la città sarebbero rimasti solo i topi e i morti.
Inutile descrivere il viaggio. Il treno andava avanti; noi ci stavamo sopra. La ferrovia lascia la costa a Guaymas e si dirige a nord, oltre Sonora, fino all’Arizona: zone bellissime, ma noi non eravamo nella giusta disposizione di spirito per apprezzarle. Dormivamo quanto più ci era possibile, e per tutto il resto del tempo facevamo finta di dormire. Ogni volta che il treno si fermava, qualcuno dei viaggiatori scompariva… a meno che la polizia non riuscisse a farlo risalire. Quando raggiungemmo Nogales di Sonora, il treno era per metà vuoto; gli altri parevano diretti a Nogales, Arizona, e anche noi, naturalmente, eravamo diretti laggiù.
Raggiungemmo il marciapiedi internazionale nelle prime ore del pomeriggio, il terzo giorno dopo il terremoto.
Fummo portati in branco in un edificio chiuso, dietro la ferrovia, e un uomo in uniforme ci parlò in spagnolo: «Benvenuti, amigos! Gli Stati Uniti sono lieti di aiutare i loro vicini nel momento del bisogno e il servizio Immigrazione degli U.S. ha deciso di accelerare le procedure per fornirvi in fretta i documenti. Per prima cosa dobbiamo chiedervi di sottoporvi alla disinfestazione. Poi vi saranno date carte verdi fuori quota d’immigrazione e potrete lavorare dove volete in qualsiasi parte degli Stati Uniti. Ma quando lascerete questo stabilimento troverete alcuni rappresentanti del sindacato che vi aiuteranno nella ricerca di un’occupazione. E troverete anche una mensa. Se avete fame, fermatevi e fate il vostro primo pasto fra noi come ospiti dello Zio Sam. Benvenuti ne los Estados Unidos!»
Molte persone avevano da rivolgergli alcune domande, ma io e Margrethe ci dirigemmo alla porta che conduceva alla disinfestazione. L’idea di sottopormi a quella pratica sanitaria non mi piaceva molto: la richiesta di passare alla disinfestazione equivaleva ad affermare che avevamo i pidocchi. Eravamo certamente sporchi e stanchi, e io avevo la barba lunga, ma che fossi pidocchioso?
Be’, forse lo eravamo davvero. Dopo avere passato un giorno a scavare tra le rovine, e averne passati altri due, insieme ad altra gente sporca, in un compartimento ferroviario affollato che già in partenza non era molto pulito, potevo onestamente affermare di essere completamente privo di parassiti?
Ma la disinfestazione non fu niente di drammatico. Fu poco più di una doccia, con un infermiere che controllava e che esortava in spagnolo a lavarsi con un sapone medicato le parti del corpo coperte di peli. Intanto, anche i miei vestiti venivano sottoposti a qualche genere di sterilizzazione in autoclave; poi, nudo come un verme e sempre più irritato, dovetti aspettare venti minuti per riaverli.
Ma, dopo che mi fui rivestito, l’ira mi passò: nessuno aveva intenzione di trattarmi male; semplicemente, quando ci si deve occupare di numerose persone, in un’emergenza, è inevitabile che la dignità umana abbia a soffrirne. (I messicani sembravano ritenere offensiva quella trafila; sentii qualcuno brontolare.)
Poi dovetti aspettare di nuovo, per Margrethe.
Arrivò dalla porta delle donne, mi vide e sorrise; da un momento all’altro, ogni cosa mi parve meravigliosa. Come poteva uscire da una camera di disinfestazione e sembrare appena uscita da una sartoria?
Mi raggiunse e disse: «Ti ho fatto aspettare? Mi dispiace. C’era un ferro da stiro e ne ho approfittato per stirarmi il vestito; non era un bello spettacolo quando è uscito dalla lavatrice».
«Oh, non mi sono neppure accorto di aspettare» mentii. «Sei bellissima.» (Non era una menzogna!) «Andiamo a mangiare? Alla mensa, temo.»
«Prima, non dobbiamo farci dare dei documenti?»
«Oh, penso che si possa andare subito alla mensa. A noi non serve una carta verde; sono per i cittadini messicani. Invece, devo spiegare come abbiamo perso i passaporti.» Avevo pensato a questo particolare quando eravamo sul treno e l’avevo spiegato a Margrethe. Dovevamo dire di essere turisti, e di esserci fermati all’Hotel de las Olas Altas sul mare. Quando eravamo stati colpiti dal terremoto, ci trovavamo alla spiaggia. Avevamo perso tutto — vestiti, soldi, passaporti — perché l’hotel era stato distrutto. Eravamo stati fortunati a essere vivi, e gli abiti che indossavamo ci erano stati donati dalla Croce Rossa messicana.
Questa storia presentava due vantaggi: l’Hotel de las Olas Altas era stato davvero distrutto, e tutto il resto non era facilmente controllabile.
Scoprii che per raggiungere la mensa occorreva fare la coda per la carta verde. Alla fine arrivammo al tavolo. L’impiegato mi consegnò una scheda e mi disse in spagnolo: «Scriva in stampatello, prima il cognome e poi il nome. Poi l’indirizzo. Se è stato distrutto dal terremoto, lo scrìva, e dia un altro indirizzo che non sia stato distrutto: parente, genitore, sacerdote».
Io cominciai il mio discorsetto. L’uomo alzò lo sguardo e disse: «Amigo, lei fa perdere tempo a quelli che sono dietro».