Cacciatrice di taglie [Hot Six - it]
- Автор: Иванович Джанет
- Серия: Stephanie Plum (it) #6
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Rizzoli
- ISBN: 88-17-86790-X
- Переводчик: Annalisa Garavaglia
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Cacciatrice di taglie [Hot Six - it]». Краткое содержание книги:
Vinnie fece capolino dall’ufficio. «Metti munizioni nella pistola? Ho sentito bene? È un’occasione speciale?»
«Mi capita spesso di avere la pistola carica» dissi, stringendo gli occhi inviperita. «In effetti, proprio la notte scorsa ho sparato a qualcuno.»
Ci fu un sobbalzo collettivo.
«A chi hai sparato?» domandò Lula.
«A Morris Munson. È entrato in casa mia.»
Vinnie si precipitò nella stanza. «Dov’è? È morto? Non lo hai colpito alla schiena vero? Non faccio che ripetere a tutti: non colpite mai alle spalle!»
«Non gli ho sparato alla schiena. Gli ho sparato a un piede.»
«E allora? Dov’è?»
«Santo cielo» disse Lula. «Gli hai sparato a un piede con l’ultima pallottola, vero? Spari a vuoto e finiscono le munizioni.» Scosse la testa. «Non è odioso quando succede?»
Connie tornò dalla stanza sul retro con una scatola di munizioni. «Sei sicura di volerle?» mi domandò. «Non hai davvero un bell’aspetto. Non so se sia una buona idea dare a una donna una scatola di munizioni quando ha un brufolo.»
Misi quattro pallottole nel caricatore e gettai la scatola nella borsa. «Sto benissimo.»
«Ecco una donna che ha un piano in mente» disse Lula.
Ecco una donna che ha i postumi di una sbornia e che vuole soltanto arrivare alla fine della giornata.
A metà strada verso la casa di Munson, in Rockwell Street, accostai al marciapiede e vomitai. Habib e Mitchell ridacchiarono alle mie spalle.
«Deve essere stata una notte speciale» disse Lula.
«Non ho voglia di pensarci.» Ed era più di un semplice modo di dire: davvero non volevo pensarci. Voglio dire, che diavolo era questa cosa tra me e Ranger? Dovevo essere pazza! E non riuscivo a credere di essere rimasta lì a sedere e a bere bourbon e cioccolata calda con la nonna. Non sono una buona bevitrice, mi ubriaco con due bottiglie di birra. Mi sentivo come se il cervello fosse stato sparato nell’iperspazio e il corpo fosse rimasto indietro.
Guidai per altri cinquecento metri e svoltai nel vialetto di accesso del McDonald’s per il mio infallibile rimedio contro i postumi della sbornia: patatine fritte e Coca Cola.
«Già che siamo qui potrei prendere qualcosa anch’io» disse Lula. «Uova, dolcetti, patatine, frullato al cioccolato e un Big Mac» disse ad alta voce sporgendosi davanti a me.
Sentii che stavo diventando verde. «Questo sarebbe uno spuntino?»
«Già, proprio così» disse. «Be’, lasciamo perdere le patatine.»
Il ragazzo che serviva le auto mi allungò il sacchetto del cibo e guardò il sedile posteriore della Buick. «Dov’è il suo cane?»
«A casa.»
«Peccato. È stato davvero grandioso la volta scorsa. Dio, era proprio una montagna di…»
Pestai sull’acceleratore e volai via. Quando arrivammo a casa di Munson il cibo era finito e io mi sentivo molto meglio.
«Che cosa ti fa pensare che quel pazzo sia ritornato?» domandò Lula.
«È solo una sensazione. Avrà avuto bisogno di medicarsi il piede e di prendere un altro paio di scarpe. Al suo posto, io sarei tornata a casa per fare queste cose. Ed era notte inoltrata. Trovandomi già lì avrei voluto dormire nel mio letto.»
Dall’aspetto esteriore della casa non era possibile dedurre niente. Le finestre non erano illuminate. Non c’era segno di vita all’interno. Feci il giro dell’isolato e presi il vialetto che conduceva al garage. Lula balzò fuori e guardò attraverso la finestra del garage.
«C’è! Bene» disse risalendo in auto. «O almeno, quel catorcio di macchina c’è.»
«Hai la scacciacani e lo spray urticante?»
«Un elefante ha la proboscide? Potrei invadere la Bulgaria con l’attrezzatura che tengo nella borsa.»
Tornai davanti alla casa e lasciai lì Lula per sorvegliare la porta principale, poi parcheggiai l’auto in un vicolo due abitazioni più avanti, fuori dalla vista di Munson. Habib e Mitchell parcheggiarono dietro di me con la macchinina per bambini, chiusero le portiere con la sicura e aprirono i loro sacchetti con la colazione di McDonald’s.
Superai due cortili, arrivai sul retro della casa di Munson e con cautela guardai attraverso la finestra della cucina. Tutto tranquillo. Una scatola di cerotti e un pacchetto di fazzoletti di carta si trovavano sul tavolo da pranzo. Sono un genio o no? Feci un passo indietro e guardai in alto verso il secondo piano. Si udiva un rumore molto attutito di acqua che scorreva. Munson stava facendo la doccia. Accidenti, le cose non potevano mettersi meglio di così.
Provai ad aprire la porta. Chiusa. Tentai con le finestre. Chiuse. Stavo per romperne una quando Lula venne ad aprire la porta posteriore dall’interno.
«Non era una gran serratura quella dell’ingresso principale.»
Evidentemente dovevo essere l’unica persona al mondo incapace di scassinare una porta.
Rimanemmo in cucina in ascolto. L’acqua scorreva ancora al piano di sopra. Lula teneva lo spray urticante in una mano e la scacciacani nell’altra. Io ne avevo una libera e nell’altra le manette. Salimmo le scale con cautela e ci fermammo sul pianerottolo. La casa era piccola. Due camere da letto e un bagno al secondo piano. Le porte delle camere erano aperte e le stanze erano vuote. Il bagno era chiuso. Lula si mise con la schiena al muro, a un lato della porta, pronta a spruzzare con la bomboletta. Io mi appostai all’altro lato. Entrambe sapevamo esattamente come muoverci perché avevamo guardato i film polizieschi in televisione. Sembrava che Munson non avesse mai armi con sé ed era improbabile che facesse la doccia armato, ma un po’ di cautela non guastava.
«Al tre» bisbigliai a Lula, con la mano sulla maniglia della porta. «Uno, due, tre!»
Capitolo 9
«Aspetta un minuto» disse Lula «sarà nudo. Forse non vogliamo vederlo così. Ho visto un sacco di uomini brutti nella mia vita. Non sono tanto ansiosa di vederne un altro.»
«Non mi interessa il fatto che sia nudo» dissi. «Mi interessa invece che non possa avere un coltello in tasca o una fiamma ossidrica a portata di mano.»
«Giusto.»
«D’accordo, ora ricomincio a contare. Preparati. Uno, due, tre!»
Spalancai la porta del bagno ed entrambe saltammo dentro. Munson scostò la tenda della doccia. «Che diavolo succede?»
«Sei in arresto» disse Lula. «E gradiremmo molto che ti mettessi un asciugamano addosso visto che non ho proprio voglia di guardare le tue parti intime tristi e raggrinzite.»
Aveva i capelli pieni di shampoo e una grande fasciatura al piede, protetta da un sacchetto di plastica legato stretto alla caviglia con un elastico.
«Io sono pazzo!» strillò. «Sono un maledetto pazzo e voi non mi avrete mai vivo!»
«Certo, come vuoi» disse Lula porgendogli un asciugamano. «Adesso vuoi chiudere l’acqua per favore?»
Munson prese l’asciugamano e lo gettò in faccia a Lula.
«Ehi!» disse Lula «fermo lì. Gettami di nuovo in faccia l’asciugamano e ti riempio il naso di spray urticante.»
Munson lo gettò di nuovo. «Cicciottella, cicciottella» cantilenò.
Lula dimenticò lo spray urticante e gli si gettò al collo. Munson allungò una mano e rivolse il getto della doccia contro di lei, poi saltò fuori dal box. Cercai di afferrarlo, ma era bagnato e scivoloso di sapone, e Lula stava agitando le braccia per cercare di sfuggire al getto d’acqua.
«Spruzzagli lo spray!» strillai a Lula. «Fulminalo con la corrente elettrica! Sparagli! Fa’ qualcosa!»
Munson si fece strada spintonandoci. Attraversò la casa di corsa e uscì dalla porta sul retro. Io gli stavo alle calcagna e Lula era a poco più di tre metri dietro di me. Il piede doveva fargli un male cane, ma lui corse via veloce, attraversando due cortili e poi svoltando nel vicolo. Io feci un salto e lo afferrai da dietro. Entrambi cademmo a terra e ci rotolammo allacciati, bestemmiando e graffiandoci. Munson stava cercando di liberarsi e io di trattenerlo e mettergli le manette. Sarebbe stato più semplice se avesse avuto dei vestiti a cui aggrapparsi. Così com’era non avevo nessuna voglia di aggrapparmi a lui.