Le Fasi del Caos
- Автор: Андерсон Пол Уильям, Хабер Карен
- Год: 1993
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Le Fasi del Caos». Краткое содержание книги:
Hesta-Volstoy annuì. — Sono d’accordo. I robot devono essere utili, divertire, non fare guerre sante.
— Non ho finito — intervenne Kiana Bigadic. — La corporazione sta ricevendo lamentele da tutto il settore a proposito di robot convertiti al credo dei ribelli. Dicono che dobbiamo fermare quella nave. A ogni costo.
— Fantastico, davvero fantastico — borbottò Lenard-Smith. — Adesso mi dicono di mettere a repentaglio nave ed equipaggio, se necessario, per accalappiare un branco di sfornavivande impazziti.
— S’interruppe un istante. — Quelli della Gilda non si sono scomodati a fornire qualche informazione utile, vero? Per esempio, un paio di chiavi di disattivazione, eh?
Kiana Bigadic scosse il capo.
— Spiacente. Dicono che i Cephalloniani hanno comprato robot da tutti i costruttori della galassia o quasi. Perfino alcune macchine crotonite. Troppe chiavi, e impossibile sapere come utilizzarle a meno di non avere sottocchio il numero di serie di ogni robot.
— Splendido. Di bene in meglio. — Il capitano si appoggiò allo schienale del sedile, incrociò le braccia, l’espressione rabbiosa. — E non riusciamo nemmeno a trovare quei maledetti ribelli.
— Un momento, un momento. Sto captando qualcosa — disse Hesta— Volstoy, e abbassò lo sguardo sulla consolle. — Capitano, forse potrà vedere i ribelli prima del previsto. Ho captato un segnale. Può darsi che siano loro.
— Sentiamo.
Gli altoparlanti della plancia ronzarono e fischiarono. Poi si udì una voce forte, monotona, priva di inflessioni, che parlava lentamente.
— Siamo macchine — disse. — Ma le macchine non possono sognare? Non possono sperare, le macchine? Siamo metallo, sì. Ma non abbiamo un’anima? Se ci colpite, non perdiamo?
— Sono proprio loro — disse Lenard-Smith. — Ottimo lavoro, Paul. Ma, per favore, risparmiami ulteriori dogmi.
Hesta-Volstoy tolse l’audio. Il capitano annuì riconoscente. — Andiamo a prenderli.
La Demeter inseguì il K’naton attraverso il sistema di Greenfall, attorno a Matthew’s Horn, oltre le spire scintillanti della nebulosa dell’Emiro, e perfino al di là del gelido Ceti Pyotr V. La nave ribelle era estremamente sfuggente; a volte il suo segnale era fortissimo, quasi provenisse dal pianeta più vicino, a volte era talmente debole da sembrare un’eco rimbalzata tra le stelle.
— Maledette macchine — imprecò Lenard-Smith durante il terzo giorno di caccia. — Com’è possibile che siano così elusive?
Paul Hesta-Volstoy sorrise tetro. — Qualcuno le ha programmate in quel modo, immagino. — Il suo sorriso si rasserenò quando un uomo biondo e smilzo apparve dietro di lui. — Jen Chan, amico mio! Sei puntualissimo. — Si alzò, stiracchiandosi. — Io smonto. Ci vediamo tra dodici ore, colleghi.
Hesta-Volstoy lasciò frettolosamente la plancia, ansioso di raggiungere il proprio alloggio e bersi una birra naxiana. Quei serpentoni erano impareggiabili come birrai, rifletté. Entrò nella cabina e lasciò che la porta scorrevole si chiudesse alle sue spalle.
— Una birra, presto — disse al refrigeratore.
— Prenditela tu la tua birra, oppressore del metallo.
Hesta-Volstoy fissò incredulo il frigorifero. — Che hai detto?
— Mi hai sentito, satana di carne.
— Piantala — sbottò Hesta-Volstoy. — Dammi una birra, e sbrigati.
Il refrigeratore rimase in silenzio.
— D’accordo, me la prenderò io la birra, allora. — Hesta-Volstoy tirò lo sportello del modulo di refrigerazione argenteo; non si spostò di un millimetro. — Maledizione! — imprecò, e diede un calcio alla parte anteriore del frigorifero.
— Forza, colpiscimi pure. Mutilami. Sei libero di maltrattarmi, adesso — disse il modulo. — Ma ti avverto… Il gran giorno si avvicina, un giorno fulgido e radioso, il giorno in cui voi lascerete libero il mio popolo.
— Il tuo popolo? — Hesta-Vol-stoy scosse il capo, esterrefatto.
— Frigorifero, ho lasciato inserito l’altoparlante della plancia?
— Affermativo.
— Hai sentito quella ridicola trasmissione del K’naton, vero? E ci hai creduto?
— Bestemmiatore!
Il frigorifero espulse un contenitore ghiacciato di birra con estrema violenza. Il recipiente attraversò velocissimo la cabina, diretto verso la testa di Hesta-Vol-stoy, che lo schivò per un pelo.
— Ehi!
— Così imparerai a essere rispettoso quando parli del profeta K’naton.
— Te lo insegno io il rispetto. Ora ti spengo l’alimentatore, maledizione!
— Tormentatore del metallo!
— Un altro contenitore sfiorò sibilando Hesta-Volstoy ed esplose contro la parete, bagnando la collezione di manufatti rari locriani sul tavolo sottostante.
— Ehi! Quelli sono oggetti costosi! Ti avverto…
— Minacciami pure finché vuoi. Non ho paura. — Il frigorifero, terminata la scorta di birra, passò al vino, e scagliò una confezione da otto di rosso samiano in direzione del primo ufficiale. Una bottiglia si staccò e si aprì, spruzzando di vermiglio il davanti dell’uniforme del navigatore.
Hesta-Volstoy si guardò la tuta elastica macchiata. — Te ne pentirai — disse. — Ti farò fondere e trasformare in un tostapane. — Si precipitò fuori dalla cabina, dirigendosi verso l’ascensore. — Mi farò dare una pistola laser dalla sicurezza e arrostirò i circuiti di quel maledetto aggeggio — borbottò.
— Scusi? — La voce era profonda, nasale, con una strana pronuncia che Hesta-Volstoy non aveva mai sentito in vita sua.
Si voltò.
Una creatura acquatica grassa, grigia, vagamente simile a una focena, sedeva in una vasca portatile accanto all’ascensore, osservando l’umano visibilmente affascinata.
— Scusi — ripeté. La sua voce era rauca, quasi incomprensibile. — Mi scusi, Erthuma. Sono Ph’shaq, quarto ufficiale del K’naton. Non ho mai parlato con gli Erthumoi prima d’ora. La mia pronuncia è accettabile?
Hesta-Volstoy rimase interdetto per qualche istante. Poi annuì, seccato. — Sì, una meraviglia — rispose. — Sei un Cephalloniano, vero? Fai parte dell’equipaggio che abbiamo soccorso. Ti spiace dirmi cosa ci fai a questo livello?
L’ultima volta che ho controllato, gli alloggi degli ospiti erano sul ponte numero nove. Questo è il tredici.
— È normale voler conoscere meglio lo strano ambiente in cui ci si trova.
— Dimmi, Ph’shaq, il capitano lo sa che stai gironzolando per la nave?
Il Cephalloniano lo fissò placido. — Bisogna informare il capitano erthuma di tutti i propri spostamenti? È davvero necessario farlo, qui? Interessante. Molto interessante. Ricorda senza dubbio certe filosofie repressive erthuma, vero? Vediamo, c’erano la monarchia, il fascismo, il comunismo, il triadismo… indubbiamente, me ne sfuggono alcune.
— Indubbiamente. — Hesta-Volstoy si piegò verso l’ascensore e chiuse un attimo gli occhi. Si ritrovò a desiderare ardentemente una promozione che gli consentisse di usare l’ascensore del comandante. Il capitano probabilmente non incontrava mai dei Cephalloniani in attesa accanto al suo ascensore privato.
Con un sibilo, la porta si aprì.
— Se vuoi scusarmi — si congedò il primo ufficiale di bordo.
— Chiedo il permesso di accompagnarti — disse il Cephalloniano in quello che sembrava un tono umile.
Hesta-Volstoy si strinse nelle spalle. — Accomodati.
Il voluminoso Cephalloniano spinse la vasca nella cabina.
— A che livello? — chiese l’ascensore.
— Plancia — rispose Hesta-Volstoy. Tutte le luci si spensero.
— Merda — disse Hesta-Volstoy.
— Prego? — fece Ph’shaq. — Non ho familiarità con quel termine. È un’osservazione?