Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Non passò molto dopo queste cose, essendo da Marciano tornato in Arezzo Niccolò e da lui partitosi Domenico, che s'ebbe a dare dagli uomini della Compagnia del Corpo di Cristo di quella città a dipignere una tavola per l'altare maggiore della chiesa di San Domenico, per che disiderando di farla Niccolò e parimente Giorgio Vasari allora giovinetto, fece Niccolò quello che per aventura non farebbono oggi molti dell'arte nostra. E ciò fu che, veggendo egli, il quale era uno degli uomini della detta Compagnia, che molti per tirarlo inanzi si contentavano di farla fare a Giorgio e che egli n'aveva disiderio grandissimo, si risolvé, veduto lo studio di quel giovinetto, deposto il bisogno e disiderio proprio, di far sì che i suoi compagni l'allogassino a Giorgio; stimando più il frutto che quel giovane potea riportare di quell'opera, che il suo proprio utile et interesse. E come egli volle, così fecero a punto gli uomini di detta Compagnia. In quel mentre Domenico Giuntalochi essendo andato a Roma, fu di tanto benigna la fortuna che, conosciuto da don Martino ambasciatore del re di Portogallo, andò a star seco e gli fece una tela, con forse venti ritratti di naturale, tutti suoi familiari et amici e lui in mezzo di loro a ragionare. La quale opera tanto piacque a don Martino, che egli teneva Domenico per lo primo pittore del mondo. Essendo poi fatto don Ferrante Gonzaga viceré di Sicilia e desiderando per fortificare i luoghi di quel regno d'avere appresso di sé un uomo che disegnasse e gli mettesse in carta tutto quello che andava giornalmente pensando, scrisse a don Martino che gli provedesse un giovane, che in ciò sapesse e potesse servirlo, e quanto prima glielo mandasse. Don Martino adunque, mandati prima certi disegni di mano di Domenico a don Ferrante, fra i quali era un colosseo, stato intagliato in rame da Girolamo Fagiuoli bolognese per Antonio Salamanca, che l'aveva tirato in prospettiva Domenico, et un vecchio nel carruccio disegnato dal medesimo e stato messo in stampa, con lettere che dicono: Ancora imparo; et in quadretto il ritratto di esso don Martino, gli mandò poco appresso Domenico, come volle il detto signor don Ferrante, al quale erano molto piacciute le cose di quel giovane.
Arrivato dunque Domenico in Sicilia, gli fu assegnata orrevole provisione e cavallo e servitore a spese di don Ferrante, né molto dopo fu messo a travagliare sopra le muraglie e fortezze di Sicilia, là dove lasciato a poco a poco il dipignere, si diede ad altro, che gli fu per un pezzo più utile, perché, servendosi come persona d'ingegno d'uomini che erano molto a proposito, per far fatiche con tener bestie da soma in man d'altri, e far portar rena, calcina e far fornaci, non passò molto che si trovò avere avanzato tanto che poté comperare in Roma ufficii per duemila scudi, e poco appresso degl'altri. Dopo, essendo fatto guardaroba di don Ferrante, avvenne che quel signor fu levato dal governo di Sicilia e mandato a quello di Milano, per che andato seco Domenico, adoperandosi nelle fortificazioni di quello stato, si fece con l'essere industrioso, et anzi misero che no, richissimo. E, che è più, venne in tanto credito che egli in quel reggimento governava quasi il tutto. La qual cosa sentendo Niccolò, che si trovava in Arezzo già vecchio, bisognoso e senza avere alcuna cosa da lavorare, andò a ritrovare Domenico a Milano, pensando che come non aveva egli mancato a Domenico quando era giovanetto, così non dovesse Domenico mancare a lui, anzi servendosi dell'opera sua là dove aveva molti al suo servigio, potesse e dovesse aiutarlo in quella sua misera vecchiezza. Ma egli si avide con suo danno che gl'umani giudicii, nel promettersi troppo d'altrui, molte volte s'ingannano e che gl'uomini che mutano stato, mutano eziandio il più delle volte natura e volontà. Perciò che arrivato Niccolò a Milano, dove trovò Domenico in tanta grandezza, che durò non picciola fatica a potergli favellare, gli contò tutte le sue miserie, pregandolo appresso che servendosi di lui, volesse aiutarlo. Ma Domenico, non si ricordando, o non volendo ricordarsi con quanta amorevolezza fusse stato da Niccolò allevato, come proprio figliuolo, gli diede la miseria d'una piccola somma di danari e quanto poté prima se lo levò d'intorno. E così tornato Niccolò ad Arezzo mal contento, conobbe che dove pensava aversi con fatica e spesa allevato un figliuolo, si aveva fatto poco meno che un nimico. Per poter dunque sostentarsi andava lavorando ciò che gli veniva alle mani, sì come aveva fatto molti anni innanzi, quando dipinse, oltre molte altre cose, per la comunità di Monte San Sovino, in una tela, la detta terra del monte et in aria una Nostra Donna e dagli lati due Santi. La qual pittura fu messa a uno altare nella Madonna di Vertigli, chiesa dell'Ordine de' monaci di Camaldoli non molto lontana dal Monte, dove al Signore è piaciuto e piace far ogni giorno molti miracoli e grazie a coloro che alla Regina del cielo si raccomandano.
Essendo poi creato sommo pontefice Giulio Terzo, Niccolò, per essere stato molto familiare della casa di Monte, si condusse a Roma vecchio d'ottanta anni, e baciato il piede a Sua Santità, la pregò volesse servirsi di lui nelle fabbriche che si diceva aversi a fare al Monte, il qual luogo avea dato in feudo al Papa il signor duca di Fiorenza. Il Papa adunque, vedutolo volentieri, ordinò che gli fusse dato in Roma da vivere senza affaticarlo in alcuna cosa et a questo modo si trattenne Niccolò alcuni mesi in Roma, disegnando molte cose antiche per suo passatempo. Intanto, deliberando il Papa d'accrescere il Monte San Sovino sua patria e farvi, oltre molti ornamenti, un acquidotto, perché quel luogo patisce molto d'acque, Giorgio Vasari, ch'ebbe ordine dal Papa di far principiar le dette fabbriche, raccomandò molto a Sua Santità Niccolò Soggi, pregando che gli fusse dato cura d'essere soprastante a quell'opere; onde, andato Niccolò ad Arezzo con queste speranze non vi dimorò molti giorni che, stracco dalle fatiche di questo mondo, dagli stenti e dal vedersi abandonato da chi meno dovea farlo, finì il corso della sua vita, et in San Domenico di quella città fu sepolto. Né molto dopo Domenico Giuntalochi, essendo morto don Ferrante Gonzaga, si partì di Milano, con intenzione di tornarsene a Prato, e quivi vivere quietamente il rimanente della sua vita; ma non vi trovando né amici, né parenti e conoscendo che quella stanza non faceva per lui, tardi pentito d'essersi portato ingratamente con Niccolò, tornò in Lombardia a servire i figliuoli di don Ferrante. Ma non passò molto che, infermandosi a morte, fece testamento, e lasciò alla sua comunità di Prato diecimila scudi perché ne comperasse tanti beni e facesse un'entrata, per tenere continuamente in studio un certo numero di scolari pratesi, nella maniera che ella ne teneva e tiene alcun'altri, secondo un altro lascio. E così è stato eseguito dagl'uomini della terra di Prato; come conoscenti di tanto benefizio, che invero è stato grandissimo e degno d'eterna memoria, hanno posta nel loro consiglio, come di benemerito della patria, l'imagine di esso Domenico.
FINE DELLA VITA DI NICCOLÒ SOGGI PITTORE
VITA DI NICCOLÒ DETTO IL TRIBOLO SCULTORE ET ARCHITETTORE
Raffaello legnaiuolo, soprannominato il Riccio de' Pericoli, il quale abitava appresso al canto a Monteloro in Firenze, avendo avuto l'anno 1500, secondo che egli stesso mi raccontava, un figliuolo maschio, il qual volle che al battesimo fusse chiamato come suo padre Niccolò, deliberò, come che povero compagno fosse, veduto il putto aver l'ingegno pronto e vivace e lo spirito elevato, che la prima cosa egli imparasse a leggere e scrivere bene e far di conto; per che mandandolo alle scuole avvenne, per esser il fanciullo molto vivo et in tutte l'azzioni sue tanto fiero, che non trovando mai luogo, era fra gli altri fanciulli e nella scuola e fuori un diavolo che sempre travagliava e tribolava sé e gli altri, che si perdé il nome di Niccolò e s'acquistò di maniera il nome di Tribolo, che così fu poi sempre chiamato da tutti. Crescendo dunque il Tribolo, il padre, così per servirsene come per rafrenar la vivezza del putto, se lo tirò in bottega insegnandogli il mestiero suo; ma vedutolo in pochi mesi male atto a cotale esercizio, et anzi sparutello, magro e male complessionato che no, andò pensando, per tenerlo vivo, che lasciasse le maggior fatiche di quell'arte e si mettesse a intagliar legnami. Ma perché aveva inteso che senza il disegno, padre di tutte l'arti, non poteva in ciò divenire eccellente maestro, volle che il suo principio fusse impiegar il tempo nel disegno, e perciò gli faceva ritrarre ora cornici, fogliami e grottesche, et ora altre cose necessarie a cotal mestiero. Nel che fare, veduto che al fanciullo serviva l'ingegno e parimente la mano, considerò Raffaello, come persona di giudizio, che egli finalmente appresso di sé poteva altro imparare che lavorare di quadro; onde avutone prima parola con Ciappino legnaiuolo e da lui, che molto era domestico et amico di Nanni Unghero, consigliatone et aiutato, l'acconciò per tre anni col detto Nanni, in bottega del quale, dove si lavorava d'intaglio e di quadro, praticavano del continuo Iacopo Sansovino scultore, Andrea del Sarto pittore et altri, che poi sono stati tanto valentuomini. Ora, perché il Nanni, il quale in que' tempi era assai eccellente reputato, faceva molti lavori di quadro e d'intaglio per la villa di Zanobi Bartolini a Rovezzano, fuor della porta alla Croce e per lo palazzo de' Bartolini, che allora si faceva murare da Giovanni fratello del detto Zanobi in sulla piazza di S. Trinità et in Gualfonda pel giardino e casa del medesimo, il Tribolo, che da Nanni era fatto lavorare senza discrezione, non potendo per la debolezza del corpo quelle fatiche e sempre avendo a maneggiar seghe, pialle et altri ferramenti disonesti, cominciò a sentirsi di mala voglia et a dir al Riccio, che dimandava onde venisse quella indisposizione, che non pensava poter durare con Nanni in quell'arte, e che perciò vedesse di metterlo con Andrea del Sarto, o con Iacopo Sansovini da lui conosciuti in bottega dell'Unghero, perciò che sperava con qual si volesse di loro farla meglio e star più sano.