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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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L'anno poi 1529, dandosi ordine alla guerra et all'assedio di Firenze, papa Clemente Settimo, per veder in che modo et in quai luoghi si potesse accommodare e spartir l'essercito e vedere il sito della città appunto, avendo ordinato che segretamente fosse levata la pianta di quella città, cioè di fuori a un miglio il paese tutto, con i colli, monti, fiumi, balzi, case, chiese, et altre cose, dentro le piazze e le strade et intorno le mura et i bastioni con l'altre difese, fu di tutto dato il carico a Benvenuto di Lorenzo dalla Volpaia, buon maestro d'oriuoli e quadranti e bonissimo astrologo, ma sopra tutto eccellentissimo maestro di levar piante. Il qual Benvenuto volle in sua compagnia il tribolo e con molto giudizio, perciò che il Tribolo fu quegli che mise inanzi che detta pianta si facesse, a ciò meglio si potesse considerare l'altezza de' monti, la bassezza de' piani e gl'altri particolari, di rilievo: il che far non fu senza molta fatica e pericolo; perché stando fuori tutta la notte a misurar le strade e segnar le misure delle braccia da luogo a luogo e misurar anche l'altezza e le cime de' campanili e delle torri, intersegando con la bussola per tutti i versi et andando di fuori a riscontrar con i monti la cupola, la quale avevano segnato per centro, non condussero così fatt'opera, se non dopo molti mesi, ma con molta diligenza, avendola fatta di sugheri, perché fusse più leggera, e ristretto tutta la machina nello spazio di quattro braccia e misurato ogni cosa a braccia piccole. In questo modo dunque finita quella pianta, essendo di pezzi, fu incassata segretamente et in alcune balle di lana, che andavano a Perugia, cavata di Firenze e consegnata a chi aveva ordine di mandarla al Papa, il quale nell'assedio di Firenze se ne servì continuamente, tenendola nella camera sua e vedendo di mano in mano secondo le lettere e gl'avisi, dove e come alloggiava il campo, dove si facevano scaramuccie et insomma in tutti gl'accidenti, ragionamenti e dispute che occorsono durante quell'assedio, con molta sua sodisfazzione, per esser cosa nel vero rara e maravigliosa.

Finita la guerra, nello spazio della quale il Tribolo fece alcune cose di terra per i suoi amici e per Andrea del Sarto suo amicissimo, tre figure di cera tonde, delle quali esso Andrea si servì nel dipigner in fresco e ritrarre di naturale in piazza presso alla condotta tre capitani che si erano fuggiti con le paghe, apiccati per un piede, chiamato Benvenuto dal Papa, andò a Roma a baciar i piedi a Sua Santità e da lui fu messo a custodia di Belvedere con onorata provisione. Nel qual governo avendo Benvenuto spesso ragionamenti col Papa, non mancò, quando di ciò far gli venne occasione, di celebrare il Tribolo, come scultore eccellente e raccomandarlo caldamente. Di maniera che Clemente, finito l'assedio, se ne servì; per che, disegnando dar fine alla cappella di Nostra Donna da Loreto stata cominciata da Leone e poi tralasciata per la morte d'Andrea Contucci dal Monte a San Sovino, ordinò che Antonio da Sangallo, il quale aveva cura di condurre quella fabbrica, chiamasse il Tribolo, e gli desse a finire di quelle storie che maestro Andrea aveva lasciato imperfette. Chiamato dunque il Tribolo dal Sangallo d'ordine di Clemente, andò con tutta la sua famiglia a Loreto dove, essendo andato similmente Simone nominato il Mosca, rarissimo intagliator di marmi, Raffaello Montelupo, Francesco da Sangallo il Giovane, Girolamo Ferrarese scultore discepolo di maestro Andrea, e Simone Cioli, Ranieri da Pietrasanta e Francesco dal Tadda per dar fine a quell'opera, toccò al Tribolo, nel compartirsi i lavori, come cosa di più importanza, una storia dove maestro Andrea aveva fatto lo sposalizio di Nostra Donna, onde, facendole il Tribolo una giunta, gli venne capriccio di far, fra molte figure che stanno a vedere sposare la Vergine, uno che rompe tutto pieno di sdegno la sua mazza, perché non era fiorita, e gli riuscì tanto bene, che non potrebbe colui con più prontezza mostrar lo sdegno che ha di non aver avuto egli così fatta ventura. La quale opera finita e quelle degli altri ancora con molta perfezzione, aveva il Tribolo già fatto molti modelli di cera per far di quei profeti, che andavano nelle nicchie di quella cappella già murata e finita del tutto, quando papa Clemente, avendo veduto tutte quell'opere e lodatole molto, e particolarmente quella del Tribolo, deliberò che tutti senza perdere tempo tornassino a Firenze, per dar fine, sotto la disciplina di Michelagnolo Buonarroti, a tutte quelle figure che mancavano alla sagrestia e libreria di S. Lorenzo et a tutto il lavoro, secondo i modelli e con l'aiuto di Michelagnolo quanto più presto acciò finita la sagrestia tutti potessero, mediante l'acquisto fatto sotto la disciplina di tant'uomo, finir similmente la facciata di San Lorenzo. E perché a ciò fare punto non si tardasse, rimandò il Papa Michelagnolo a Firenze, e con esso lui fra' Giovanni Agnolo de' Servi, il quale aveva lavorato alcune cose in Belvedere, acciò gl'aiutasse a traforar i marmi e facesse alcune statue, secondo che gl'ordinasse esso Michelagnolo, il quale diede a far un San Cosimo che insieme con un San Damiano allogato al Montelupo doveva metter in mezzo la Madonna. Date a far queste, volle Michelagnolo che il Tribolo facesse due statue nude, che avevano a metter in mezzo quella del duca Giuliano che già aveva fatta egli, l'una figurata per la Terra coronata di cipresso che dolente et a capo chino piangesse con le braccia aperte la perdita del duca Giuliano, e l'altra per lo Cielo, che con le braccia elevate tutto ridente e festoso mostrasse esser allegro dell'ornamento e splendore che gli recava l'anima e lo spirito di quel signore. Ma la cattiva sorte del Tribolo se gl'attraversò quando appunto voleva cominciar a lavorare la statua della Terra, perché, o fusse la mutazione dell'aria, o la sua debole complessione, o l'aver disordinato nella vita, s'ammalò di maniera che, convertitasi l'infermità in quartana, se la tenne adosso molti mesi con incredibile dispiacer di sé, che non era men tormentato dal dolor d'aver tralasciato il lavoro e dal vedere che il frate e Raffaello avevano preso campo, che dal male stesso; il quale male volendo egli vincer per non rimaner dietro agl'emuli suoi, de' quali sentiva far ogni giorno più celebre il nome, così indisposto fece di terra il modello grande della statua della Terra, e finitolo, cominciò a lavorare il marmo con tanta diligenza e sollecitudine, che già si vedeva scoperta tutta la banda dinanzi la statua, quando la fortuna, che a' bei principii sempre volentieri contrasta, con la morte di Clemente, allora che meno si temeva, troncò l'animo a tanti eccellenti uomini che speravano sotto Michelagnolo con utilità grandissime acquistarsi nome immortale e perpetua fama. Per questo accidente, stordito il Tribolo e tutto perduto d'animo essendo anche malato, stava di malissima voglia non vedendo né in Firenze né fuori poter dare in cosa che per lui fosse; ma Giorgio Vasari, che fu sempre suo amico e l'amò di cuor et aiutò quanto gli fu possibile, lo confortò con dirgli che non si smarisse, perché farebbe in modo che il duca Alessandro gli darebbe che fare, mediante il favore del Magnifico Ottaviano de' Medici, col quale gli aveva fatto pigliar assai stretta servitù; onde egli ripreso un poco d'animo, ritrasse di terra nella sagrestia di San Lorenzo, mentre s'andava pensando al bisogno suo, tutte le figure che aveva fatto Michelagnolo di marmo, cioè l'Aurora, il Crepuscolo, il Giorno e la Notte, e gli riusciron così ben fatte, che monsignor Giovan Batista Figiovanni priore di San Lorenzo, al quale donò la Notte perché gli faceva aprir la sagrestia, giudicandola cosa rara, la donò al duca Alessandro, che poi la diede al detto Giorgio, che stava con sua eccellenza, sapendo che egli attendeva a cotali studi; la qual figura è oggi in Arezzo nelle sue case, con altre cose dell'arte.

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