Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Non molto dopo, essendo entrato Giovan Antonio mallevador al Rosso per trecento scudi, per conto di pitture che dovea il detto Rosso fare nella Madonna delle Lacrime, fu Giovan Antonio molto travagliato perché, essendosi partito il Rosso senza finir l'opera, come si è detto nella sua vita, et astretto Giovanni Antonio a restituire i danari, se gl'amici e particolarmente Giorgio Vasari, che stimò trecento scudi quello che avea lasciato finito il Rosso, non l'avessero aiutato, sarebbe Giovan Antonio poco meno che rovinato per fare onore et utile alla patria. Passati que' travagli, fece il Lappoli per l'abbate Camaiani di Bibbiena, a Santa Maria del Sasso, luogo de' frati predicatori in Casentino, in una cappella nella chiesa di sotto, una tavola a olio dentrovi la Nostra Donna, San Bartolomeo e S. Matia; e si portò molto bene contrafacendo la maniera del Rosso. E ciò fu cagione che una Fraternita in Bibbiena gli fece poi fare, in un gonfalone da portare a processione, un Cristo nudo con la croce in ispalla, che versa sangue nel calice, e dall'altra banda una Nunziata, che fu delle buone cose che facesse mai. L'anno 1534, aspettandosi il duca Alessandro de' Medici in Arezzo, ordinarono gl'Aretini e Luigi Guicciardini commessario in quella città, per onorare il Duca, due comedie. D'una erano festaiuoli e n'avevano cura una compagnia de' più nobili giovani della città che si facevano chiamare gl'Umidi, e l'apparato e scena di questa, che fu una comedia degli Intronati da Siena, fece Niccolò Soggi, che ne fu molto lodato, e la comedia fu recitata benissimo e con infinita sodisfazione di chiunque la vidde. Dell'altra erano festaiuoli a concorrenza un'altra compagnia di giovani similmente nobili, che si chiamava la Compagnia degl'Infiammati. Questi dunque, per non esser meno lodati che si fussino stati gl'Umidi, recitando una comedia di Messer Giovanni Polastra, poeta aretino, guidata da lui medesimo, fecero far la prospettiva a Giovan Antonio, che si portò sommamente bene. E così la comedia fu con molto onore di quella compagnia e di tutta la città recitata. Né tacerò un bel capriccio di questo poeta, che fu veramente uomo di bellissimo ingegno. Mentre che si durò a fare l'apparato di queste et altre feste, più volte si era fra i giovani dell'una e l'altra Compagnia, per diverse cagioni e per la concorrenza, venuto alle mani e fattosi alcuna quistione, per che il Polastra, avendo menato la cosa secretamente affatto, ragunati che furono i popoli e i gentiluomini e le gentildonne dove si aveva la comedia a recitare, quattro di que' giovani, che altre volte si erano per la città affrontati, usciti con le spade nude e le cappe imbracciate, cominciarono in sulla scena a gridare e fingere d'ammazzarsi, et il primo che si vidde di loro uscì con una tempia fintamente insanguinata gridando: "Venite fuora, traditori". Al quale rumore, levatosi tutto il popolo in piedi e cominciandosi a cacciar la mano all'armi, i parenti de' giovani, che mostravano di tirarsi coltellate terribili, correvano alla volta della scena, quando il primo che era uscito, voltosi agl'altri giovani, disse: "Fermate, signori; rimettete dentro le spade, che non ho male et ancora che siamo in discordia e crediate che la comedia non si faccia, ella si farà, e così ferito come sono, vo cominciare il prologo". E così, dopo questa burla, alla quale rimasono colti tutti i spettatori e gli strioni medesimi, eccetto i quattro sopra detti, fu cominciata la comedia e tanto bene recitata, che l'anno poi 1540 quando il signor duca Cosimo e la signora duchessa Leonora furono in Arezzo, bisognò che Giovann'Antonio, di nuovo facendo la prospettiva in sulla piazza del vescovado, la facesse recitare a loro eccellenze, e sì come altra volta erano i recitatori di quella piaciuti, così tanto piacquero allora al signor Duca, che furono poi, il carnovale vegnente, chiamati a Fiorenza a recitare. In queste due prospettive adunque si portò il Lappoli molto bene e ne fu sommamente lodato.
Dopo fece un ornamento a uso d'arco trionfale, con istorie di color di bronzo, che fu messo intorno all'altare della Madonna delle Chiave. Essendosi poi fermo Giovan Antonio in Arezzo, con proposito, avendo moglie e figliuoli, di non andar più attorno, e vivendo d'entrate e degl'uffizii, che in quella città godono i cittadini di quella si stava senza molto lavorare. Non molto dopo queste cose, cercò che gli fussero allogate due tavole, che s'avevano a fare in Arezzo, una nella chiesa e compagnia di S. Rocco, e l'altra all'altare maggiore di S. Domenico, ma non gli riuscì; perciò che l'una e l'altra fu fatta fare a Giorgio Vasari, essendo il suo disegno, fra molti che ne furono fatti, più di tutti gli altri piaciuto.
Fece Giovann'Antonio per la Compagnia dell'Ascensione di quella città, in un golfalone da portare a processione, Cristo che risuscita, con molti soldati intorno al sepolcro, et il suo ascendere in cielo, con la Nostra Donna in mezzo a' dodici Apostoli, il che fu fatto molto bene e con diligenza. Nel castello della Pieve fece, in una tavola a olio, la visitazione di Nostra Donna et alcuni Santi attorno, et in una tavola, che fu fatta per la pieve a S. Stefano, la Nostra Donna et altri Santi. Le quali due opere condusse il Lappoli molto meglio che l'altre che aveva fatto infino allora, per avere veduti, con suo commodo, molti rilievi e gessi di cose formate dalle statue di Michelagnolo e da altre cose antiche, stati condotti da Giorgio Vasari nelle sue case d'Arezzo. Fece il medesimo alcuni quadri di Nostre Donne che sono per Arezzo et in altri luoghi, et una Iudit che mette la testa d'Oloferne in una sporta tenuta da una sua servente, la quale ha oggi monsignor Messer Bernardetto Minerbetti vescovo d'Arezzo, il quale amò assai Giovan Antonio, come fa tutti gl'altri virtuosi, e da lui ebbe, oltre all'altre cose, un S. Giovanbatista giovinetto nel deserto, quasi tutto ignudo, che è da lui tenuto caro perché è bonissima figura. Finalmente, conoscendo Giovan Antonio che la perfezzione di quest'arte non consisteva in altro che in cercar di farsi a buon'ora ricco d'invenzione e studiare assai gli ignudi e ridurre le difficultà del far in facilità, si pentiva di non avere speso il tempo, che aveva dato a' suoi piaceri, negli studii dell'arte e che non bene si fa in vecchiezza quello che in giovanezza si potea fare. E come che sempre conoscesse il suo errore, non però lo conobbe interamente, se non quando essendosi già vecchio messo a studiare, vidde condurre in quarantadue giorni una tavola a olio, lunga quattordici braccia et alta sei e mezzo, da Giorgio Vasari, che la fece per lo reffettorio de' monaci della Badia di S. Fiore in Arezzo, dove sono dipinte le nozze d'Ester e del re Assuero, nella quale opera sono più di sessanta figure maggiori del vivo.