Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Ma per tornare ad Antonio, egli per commessione del Papa, che una state lo menò seco in quelle parti, restaurò la rocca di Monte Fiascone, già stata edificata da papa Urbano. E nell'isola Visentina, per volere del cardinal Farnese, fece nel lago di Bolsena due tempietti piccoli; uno de' quali era condotto di fuori a otto facce e dentro tondo, e l'altro era di fuori quadro e dentro a otto facce, e nelle facce de' cantoni erano quattro nicchie, una per ciascuno; i quali due tempietti condotti con bell'ordine fecero testimonianza quanto sapesse Antonio usare la varietà ne' termini dell'architettura. Mentre che questi tempii si fabricavano, tornò Antonio in Roma, dove diede principio in sul canto di Santa Lucia, là dove è la nuova Zecca, al palazzo del vescovo di Cervia, che poi non fu finito. Vicino a corte Savella fece la chiesa di Santa Maria di Monferrato, la quale è tenuta bellissima; e similmente la casa d'un Marrano, che è dietro al palazzo di Cibò, vicina alle case de' Massimi.
Intanto morendo Leone, e con esso lui tutte le belle e buone arti tornate in vita da esso e da Giulio Secondo suo antecessore, succedette Adriano Sesto; nel pontificato del quale furono talmente tutte l'arti e tutte le virtù battute, che se il governo della Sede apostolica fusse lungamente durato nelle sue mani, interveniva a Roma nel suo pontificato quello che intervenne altra volta, quando tutte le statue avanzate alle rovine de' Gotti (così le buone, come le ree) furono condennate al fuoco. E già aveva cominciato Adriano (forse per imitare i pontefici de' già detti tempi) a ragionare di volere gettare per terra la capella del divino Michelagnolo, dicendo ell'era una stufa d'ignudi. E sprezzando tutte le buone pitture e le statue, le chiamava lascivie del mondo, e cose obbrobriose et abominevoli. La qual cosa fu cagione, che non pure Antonio, ma tutti gl'altri begl'ingegni si fermarono in tanto che al tempo di questo pontefice non si lavorò, non che altro, quasi punto alla fabbrica di S. Pietro. Alla quale doveva pur al meno essere affezionato poiché dell'altre cose mondane si volle tanto mostrare nimico. Perciò dunque, attendendo Antonio a cose di non molta importanza, restaurò sotto questo Pontefice le navi piccole della chiesa di S. Iacopo degli Spagnuoli, et accomodò la facciata dinanzi con bellissimi lumi. Fece lavorare il tabernacolo dell'imagine di Ponte, di trivertino; il quale, benché piccolo sia, ha però molta grazia. Nel quale poi lavorò Perino del Vaga a fresco una bella operetta.
Erano già le povere virtù, per lo vivere d'Adriano, mal condotte, quando il cielo, mosso a pietà di quelle, volle con la morte d'uno farne risuscitar mille; onde lo levò del mondo e gli fece dar luogo a chi meglio doveva tenere tal grado e con altro animo governare le cose del mondo. Per che creato papa Clemente Settimo, pieno di generosità, seguitando le vestigie di Leone e degl'altri antecessori della sua illustrissima famiglia, si pensò che, avendo nel cardinalato fatto belle memorie, dovesse nel papato avanzare tutti gl'altri di rinovamenti di fabbriche et adornamenti. Questa elezzione, adunque, fu di refrigerio a molti virtuosi, et ai timidi et ingegnosi animi, che si erano aviliti, grandissimo fiato e disideratissima vita. I quali per ciò risurgendo, fecero poi quell'opere bellissime che al presente veggiamo. E primieramente Antonio, per commessione di Sua Santità messo in opera, subito rifece un cortile in palazzo dinanzi alle logge, che già furon dipinte con ordine di Raffaello; il quale cortile fu di grandissimo comodo e bellezza, perché dove si andava prima per certe vie storte e strette, allargandole Antonio e dando loro miglior forma, le fece comode e belle. Ma questo luogo non istà oggi in quel modo che lo fece Antonio: perché papa Giulio Terzo ne levò le colonne che vi erano di granito per ornarne la sua vigna, et alterò ogni cosa. Fece Antonio in Banchi la facciata della Zecca vecchia di Roma con bellissima grazia, in quello angolo girato in tondo che è tenuto cosa difficile e miracolosa; et in quell'opera mise l'arme del Papa. Rifondò il resto delle logge papali, che per la morte di Leone non s'erano finite, e per la poca cura d'Adriano non s'erano continuate, né tocche; e così secondo il volere di Clemente furono condotte a ultimo fine.
Dopo, volendo Sua Santità fortificare Parma e Piacenza, dopo molti disegni e modelli che da diversi furono fatti, fu mandato Antonio in que' luoghi, e seco Giulian Leno, sollecitatore di quelle fortificazioni.
E là arivati, essendo con Antonio l'Abbaco suo creato, Pierfrancesco da Viterbo, ingegnere valentissimo e Michele da San Michele architetto veronese, tutti insieme condussero a perfezzione i disegni di quelle fortificazioni. Il che fatto, rimanendo gl'altri, se ne tornò Antonio a Roma, dove essendo poca commodità di stanze in palazzo, ordinò papa Clemente che Antonio sopra la Ferraria cominciasse quelle dove si fanno i concistori publici, le quali furono in modo condotte, che il Pontefice ne rimase sodisfatto, e fece farvi poi sopra le stanze de' camerieri di Sua Santità. Similmente fece Antonio sopra il tetto di queste stanze, altre stanze comodissime, la quale opera fu pericolosa molto, per tanto rifondare. E nel vero in questo Antonio valse assai, atteso che le sue fabbriche mai non mostrarono un pelo; né fu mai fra i moderni altro architetto più sicuro, né più accorto in congiugnere mura.
Essendosi al tempo di papa Paulo Secondo la chiesa della Madonna di Loreto, che era piccola e col tetto in sui pilastri di mattoni alla salvatica, rifondata e fatta di quella grandezza che ella essere oggi si vede, mediante l'ingegno e virtù di Giuliano da Maiano, et essendosi poi seguitata dal cordone di fuori in su, da Sisto Quarto e da altri, come si è detto, finalmente al tempo di Clemente, non avendo prima fatto mai pur un minimo segno di rovina, s'aperse l'anno 1526 di maniera che non solamente erano in pericolo gl'archi della tribuna, ma tutta la chiesa in molti luoghi, per essere stato il fondamento debole e poco adentro. Per che, essendo da detto papa Clemente mandato Antonio a riparare a tanto disordine, giunto che egli fu a Loreto, puntellando gl'archi et armando il tutto con animo risolutissimo e di giudizioso architetto, la rifondò tutta. E ringrossando le mura et i pilastri fuori e dentro, gli diede bella forma del tutto, e nella proporzione de' membri, e la fece gagliarda da poter reggere ogni gran peso, continuando un medesimo ordine nelle crocere e navate della chiesa, con superbe modanature d'architravi sopra gl'archi, fregi e cornicioni. E rendé sopramodo bello e ben fatto l'imbasamento de' quattro pilastri grandi, che vanno intorno all'otto facce della tribuna, che reggono i quattro archi: cioè i tre delle crocere, dove sono le cappelle, e quello maggiore della nave del mezzo. La quale opera merita certo di essere celebrata per la migliore che Antonio facesse già mai, e non senza ragionevole cagione: perciò che coloro che fanno di nuovo alcun'opera o la levano dai fondamenti hanno facultà di potere alzarsi, abbassarsi e condurla a quella perfezzione che vogliono e fanno migliore, senza essere da alcuna cosa impediti; il che non aviene a chi ha da regolare o restaurare le cose cominciate da altri, e mal condotte o dall'artefice o dagl'avenimenti della fortuna, onde si può dire che Antonio risuscitasse un morto e facesse quello che quasi non era possibile. E fatte queste cose, ordinò ch'ella si coprisse di piombo, e diede ordine come si avesse a condurre quello che restava da farsi, e così per opera di lui ebbe quel famoso tempio miglior forma e miglior grazia che prima non aveva, e speranza di lunghissima vita.