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3001 Odissea finale

Электронная книга - «3001 Odissea finale». Краткое содержание книги:

In «3001 Odissea finale» Clarke conclude con un ultimo affascinante episodio la leggendaria saga di fantascienza iniziata con «2001 Odissea nello spazio» facendo fare al lettore un balzo di mille anni nel futuro e rivelandogli una verità che possiamo comprendere soltanto adesso.
Fondendo mirabilmente fantasia e precisione scientifica Clarke ci regala un altro indimenticabile capolavoro sui misteri insondabili dell'universo e sull'eterno, appassionante confronto tra l'uomo e l'ignoto.
Arthur C. Clarke è considerato fra i più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi. Personalità straordinaria, non solo nel campo della narrativa, scrisse un articolo nel 1945 che portò all'invenzione della tecnologia satellitare. Si spegne il 19 marzo 2008 a Colombo, nello Sri Lanka che tanto amava e in cui viveva da decenni.
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I fluidi ribollenti respinsero il gelo mortale che colava dall’alto, e formarono isole di calore sul fondo marino. Altrettanto importante, essi portarono dalle viscere di Europa tutte le sostanze chimiche della vita. Fertili oasi come quelle, con la loro abbondanza di cibo e di energia, erano state scoperte dagli esploratori degli oceani della Terra nel XX secolo. Qui erano presenti su scala molto più vasta, e in una varietà molto maggiore.

Delicate strutture a tela di ragno che sembravano equivalenti delle piante fiorirono nelle zone «tropicali» più vicine alle fonti di calore. Strisciando tra di esse, apparvero bizzarri vermi e lumaconi, alcuni cibandosi delle piante, altri ottenendo cibo direttamente dalle acque ricche di minerali che li circondavano. A distanze maggiori dai fuochi sottomarini attorno ai quali tutte quelle creature si scaldavano, vivevano organismi più robusti e resistenti, non dissimili dai granchi o dai ragni.

Eserciti di biologi avrebbero potuto trascorrere la vita a studiare una piccola oasi. Al contrario dei mari terrestri del paleozoico, l’abisso d’Europa non era un ambiente stabile, perciò l’evoluzione era progredita con stupefacente rapidità, producendo moltitudini di forme fantastiche. E tutte erano sotto la stessa sospensione dell’esecuzione; prima o poi, ogni sorgente di vita si sarebbe indebolita e sarebbe morta, quando le forze che davano loro energia si fossero concentrate altrove. Per tutto il fondale marino di Europa c’erano segni di simili tragedie: innumerevoli zone circolari erano cosparse di scheletri e di resti incrostati di minerali delle creature morte, entro le quali interi capitoli di evoluzione erano stati cancellati dal libro della vita. Alcune avevano lasciato come loro unico sepolcro enormi conchiglie vuote, simili a trombe ritorte, più grandi di un uomo. E c’erano molluschi dalle molte forme — bivalvi, e persino trivalvi, come anche a forma di spirali pietrificate, di molti metri di diametro — esattamente come le magnifiche ammoniti che erano scomparse così misteriosamente dagli oceani della Terra alla fine del Cretaceo.

Tra le più stupefacenti meraviglie dell’abisso di Europa c’erano fiumi di lava incandescente che fuoriuscivano dalle caldere dei vulcani sottomarini. La pressione a quelle profondità era talmente grande che l’acqua a contatto con il magma al calor rosso non riusciva a trasformarsi in vapore, in modo che i due liquidi coesistevano in una difficile tregua.

Lì, su un altro mondo e con attori alieni, era stata rappresentata qualcosa di simile alla storia dell’Egitto molto prima dell’avvento dell’uomo. Come il Nilo aveva portato vita a una stretta striscia di deserto, così questo fiume di calore aveva vivificato le profondità di Europa. Lungo le sue sponde, in una fascia larga non più di pochi chilometri, una specie dopo l’altra si era evoluta ed era prosperata ed era infine scomparsa. E alcune avevano lasciato monumenti perenni.

Spesso non era facile distinguerle dalle formazioni naturali attorno agli orifizi termici e, anche quando non erano chiaramente dovute alla chimica pura, uno avrebbe fatto fatica a decidere se fossero il prodotto dell’istinto o dell’intelligenza. Sulla Terra, le termiti creavano condomini quasi altrettanto impressionanti di quelli trovati nell’unico vasto oceano che avviluppava quel mondo congelato.

Lungo la stretta fascia di fertilità nei deserti delle profondità, culture e civiltà avrebbero potuto sorgere e cadere, eserciti avrebbero potuto marciare, o nuotare, al comando di qualche Tamerlano o Napoleone europide. E il resto del loro mondo non avrebbe mai saputo, perché tutte le oasi erano lontane l’una dall’altra quanto gli stessi pianeti. Le creature che si crogiolavano nell’incandescenza dei fiumi di lava e si cibavano attorno agli orifizi bollenti non potevano attraversare le distese ostili tra le loro solitarie isole. Se mai avessero prodotto storici e filosofi, ogni cultura si sarebbe convinta di essere sola nell’universo.

Eppure persino lo spazio tra le oasi non era del tutto privo di vita; c’erano creature più forti che ne avevano sfidato i rigori. Alcune erano gli analoghi europidi dei pesci — aerodinamiche torpedini spinte da pinne caudali verticali, guidate da pinne laterali lungo il corpo. La somiglianza con i più riusciti abitanti degli oceani della Terra era inevitabile; dati gli stessi problemi di ingegneria, l’evoluzione deve produrre risposte molto simili. Ne sono prova il delfino e lo squalo — pressoché identici, a uno sguardo superficiale, eppure provenienti da rami molto distanti dell’albero della vita.

C’era tuttavia una differenza molto ovvia tra il pesce dei mari europidi e quelli degli oceani terrestri; non avevano branchie, perché non c’erano quasi tracce di ossigeno che potessero estrarre dalle acque in cui nuotavano. Come le creature attorno agli orifizi geotermici della Terra, il loro metabolismo si basava su composti di zolfo, presenti in abbondanza in quell’ambiente vulcanico.

E pochissimi avevano occhi. A parte il vacillante lucore degli sbocchi di lava e occasionali esplosioni di luminescenza di creature in cerca di accoppiamenti o di affamati a caccia di prede, era un mondo senza luce.

Era anche un mondo condannato. Non solo le sue fonti d’energia erano sporadiche e in costante movimento, ma le forze gravitazionali che le spingevano si indebolivano in continuazione. Anche se avessero sviluppato una vera e propria intelligenza, gli europidi erano intrappolati tra il fuoco e il ghiaccio.

A meno di un miracolo, sarebbero periti con il raffreddamento finale del loro piccolo mondo.

Lucifero aveva compiuto quel miracolo.

26. TSIENVILLE

Negli istanti finali, mentre si avvicinava alla costa alla tranquilla velocità di cento chilometri all’ora, Poole si domandò se ci sarebbe stato un intervento dell’ultimo minuto. Ma non successe nulla di spiacevole, nemmeno quando passò lentamente lungo la nera faccia minacciosa della Grande Muraglia.

Era inevitabile che il monolito di Europa venisse chiamato così, poiché, diversamente dai fratelli minori sulla Terra e sulla Luna, giaceva orizzontale ed era lungo più di venti chilometri. Benché il suo volume fosse alla lettera miliardi di volte più grande di TMA-0 e TMA-1, le proporzioni erano esattamente le stesse — quello sconcertante rapporto di 1:4:9 che aveva ispirato sciocchezze numerologiche nel corso dei secoli.

Siccome la faccia verticale era alta quasi dieci chilometri, una teoria plausibile sosteneva che, tra le altre sue funzioni, la Grande Muraglia servisse da frangivento, proteggendo Tsienville dalle violente tempeste che a volte irrompevano dal Mare di Galileo. Adesso che il clima si era stabilizzato, erano molto meno frequenti, ma un migliaio di anni prima costituivano un grave ostacolo a qualsiasi forma di vita che emergesse dall’oceano.

Benché fosse nelle sue intenzioni, Poole non aveva mai trovato il tempo per visitare il monolito di Tycho — ancora segretissimo quando era partito per Giove — e la gravità della Terra gli aveva reso inaccessibile il gemello di Oldovai. Ma ne aveva visto le riproduzioni così spesso che gli erano familiari come le proverbiali tasche (e quante persone, si era chiesto sovente, avrebbero riconosciuto il fondo delle loro tasche?) A parte l’enorme differenza di dimensioni, non c’era assolutamente modo di distinguere la Grande Muraglia da TMA-1 o TMA-0 o, se era per quello, dal Grande Fratello in cui si era imbattuta la Leonov orbitando attorno a Giove.

Secondo alcune teorie, forse così folli da essere vere, c’era solo un monolito archetipico, e tutti gli altri — quali che fossero le dimensioni — erano pure e semplici proiezioni o riproduzioni. Poole si ricordò di queste congetture quando notò la levigatezza priva di qualsiasi macchia o rigonfio della torreggiante faccia color ebano della Grande Muraglia. Dopo tanti secoli in un ambiente così ostile, era plausibile che vi apparissero tracce di sudiciume. Eppure era perfettamente pulita, come se un esercito di lavavetri ne avesse appena lavato ogni centimetro quadro.

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