La mano sinistra di Dio [=Dexter il vendicatore / Darkly Dreaming Dexter - it]
- Автор: Линдсей Джеффри
- Год: 2004
- Язык: итальянский
- Год: Sonzogno
- ISBN: 88-454-1247-4
- Переводчик: A. C. Cappi
- Жанр: Триллеры
Электронная книга - «La mano sinistra di Dio [=Dexter il vendicatore / Darkly Dreaming Dexter - it]». Краткое содержание книги:
Anche pubblicato come “Dexter il vendicatore”.
E mentre seguivo queste riflessioni, mi accorsi che Rita si era messa a piangere sommessamente. La guardai per un attimo, cercando di allontanare l’immagine del bidello spellato e dissanguato. Con tutta la mia buona volontà, non riuscivo a capire che cosa avesse da piangere. Ma, poiché per tanto tempo mi ero esercitato nell’imitazione degli esseri umani, sapevo che ci si aspettava che la consolassi. Mi chinai su di lei, le passai un braccio sulle spalle e le dissi: «Rita, su, su». Non era proprio una battuta degna di me, ma molti esperti la consideravano efficace. E funzionò. Rita mi appoggiò la testa sul petto. La strinsi a me e vidi la mia mano sulla sua spalla. Meno di un’ora prima, la stessa mano brandiva un coltello da filetto sopra il corpo del bidello. Quel pensiero mi faceva girare la testa.
E, sul serio, non so come accadde, ma accadde. Un momento prima le stavo dando amichevoli pacche sulla spalla dicendo «Su, su», fissando il dorso della mia mano e rivivendo l’energia e la lucidità del momento in cui il coltello esplorava l’addome di Jaworski. E il momento dopo…
Credo che Rita abbia alzato gli occhi verso di me. Sono anche ragionevolmente certo di avere ricambiato il suo sguardo. Eppure non era lei che vedevo, ma un mucchio ordinato di membra fredde ed esangui. E non erano le sue dita che sentivo sulla fibbia della cintura, ma il canto lamentoso del Passeggero Oscuro. E qualche minuto dopo…
Be’, mi sembra ancora difficile da credere. Voglio dire, lì, sul divano.
Come diavolo è potuto succedere?
Quando tornai al mio letto, mi sentivo a pezzi. Normalmente non ho bisogno di molte ore di sonno, ma in quel momento ero convinto che avrei potuto dormire per tre giorni filati. Le esperienze nuove e contrastanti di quella serata mi avevano sfiancato. Mai quanto Jaworski, naturalmente, quell’essere spregevole. Ma nel corso di una sola, impetuosa serata avevo consumato adrenalina sufficiente per un mese. Non potevo nemmeno cominciare a pensare a cosa significasse tutto quanto, dallo strano impulso a correre avventatamente nella notte fino alle cose impensabili accadute con Rita. L’avevo lasciata addormentata e, apparentemente, più felice. Ma il derelitto, dubbioso, deragliato Dexter non capiva più niente e, appena la testa ricadde sul cuscino, si addormentò di colpo.
E rieccomi sopra la città, leggero come un uccello, sospeso nell’aria fredda, che mi porta dove la luna piove sull’acqua. Rieccomi nella gelida camera della morte, dove il bidello mi guarda e sghignazza, contorcendo la faccia nello sforzo. E adesso non è più Jaworski, ma una donna. E l’uomo con il coltello alza gli occhi verso di me, che fluttuo sopra le viscere rossastre e in quel momento sento che Harry è fuori dalla porta e mi volto poco prima di vedere chi c’è sul tavolo, sennonché…
Mi svegliai con un mal di testa che avrebbe potuto spaccare in due un melone. Mi sentivo come se avessi appena chiuso gli occhi, ma l’orologio sul comodino affermava che erano le cinque e quattordici.
Un altro sogno, un’altra chiamata in teleselezione dalla mia party line fantasma. Non c’era da stupirsi se per tutta la vita mi ero ostinatamente rifiutato di sognare. Era tutto così stupido, così inutile: simbologie evidenti, immagini puerili e assurdità fastidiose in una zuppa di angoscia incontrollabile. E il risultato era che non riuscivo più a dormire. Se i sogni erano proprio necessari, non potevano essere come me, diversi e interessanti?
Mi misi a sedere, massaggiandomi le tempie doloranti, mentre quel terribile e molesto stato di incoscienza svaniva gradualmente. Rimasi immobile, in stato confusionale. Che cosa mi stava capitando? E perché non capitava a qualcun altro?
Quel sogno sembrava differente, ma non avrei saputo dire perché, né cosa significasse. Il sogno precedente mi aveva lasciato la certezza che un altro delitto fosse stato commesso. Ma stavolta…
Sospirai e strascicai i piedi fino in cucina per bere un bicchier d’acqua. Quando aprii la porta del frigorifero la testina di Barbie fece tac tac. Rimasi a guardarla mentre sorseggiavo l’acqua dal bicchiere ricolmo. Gli occhietti azzurri mi fissavano spalancati.
Perché avevo sognato? Era solo frutto del mio subconscio, tormentato dalle tensioni della serata? Non mi sentivo mai teso, dopo un omicidio: di solito serviva a rilassarmi. Certo, prima di allora non ero mai stato così vicino a farmi prendere. Ma che bisogno c’era di sognarlo? Alcune immagini erano dolorosamente ovvie. Jaworski, Harry e il volto invisibile dell’uomo con il coltello. Sul serio: che me ne facevo di quel materiale da primo anno di psicologia? Che me ne facevo di un sogno? Non dovevo sognare, dovevo riposare. E invece mi ritrovavo in cucina a giocare con la Barbie. Feci rimbalzare di nuovo la testina: tac tac. E poi cosa c’entrava la Barbie? Che ruolo poteva avere nel mio tentativo di salvare la carriera di Deborah? Come potevo liberarmi di LaGuerta, se mi stava così appiccicata? E per l’amor del cielo, perché Rita doveva fare questo a me?
In quel momento tutto mi sembrava una soap opera deviata. Si stava cominciando a esagerare. Recuperai una confezione di aspirina e ne mandai giù tre di fila. Non feci caso al sapore. Le medicine di qualsiasi genere non mi erano mai piaciute.
Specie da quando era morto Harry.
16
La morte di Harry fu lenta e dolorosa. Una fine lunga e terribile, il primo e ultimo atto di egoismo della sua vita. Gli ci volle un anno e mezzo per morire, un po’ alla volta: scivolava nell’abisso per qualche settimana, poi lottava fino quasi a recuperare le forze, tenendoci tutti sulle spine. Era agli sgoccioli, stavolta, oppure se la sarebbe cavata una volta per tutte? Non si poteva mai sapere, ma trattandosi di Harry ci sembrava stupido doverci arrendere. Harry faceva sempre il suo dovere, ma come si applicava questo concetto alla morte? Era giusto continuare a lottare, prolungando la nostra sofferenza all’infinito, quando prima o poi la morte sarebbe arrivata in ogni caso? O era meglio lasciarsi andare senza opporre resistenza?
A diciannove anni di sicuro non conoscevo la risposta, anche se di morte ne sapevo ben di più dei miei tonti e foruncolosi compagni di studio alla University of Miami. Poi, un pomeriggio d’autunno, dopo una lezione di chimica, Deborah mi comparve davanti.
«Deborah», le dissi, credo piuttosto convincente nella mia interpretazione del bravo studente universitario, «andiamo a berci una Coca.» Harry mi aveva raccomandato di mescolarmi ai miei compagni e di bere Coca-Cola, mi sarebbe stato d’aiuto per passare per uno di loro e mi avrebbe permesso di studiare da vicino il comportamento umano. E, come sempre, aveva ragione. Rischio di carie a parte, imparavo un sacco di cose sulle sgradevoli consuetudini della specie.
Deborah, già troppo seria per i suoi diciassette anni, scosse il capo. «Riguarda papà», mormorò. E poco dopo eravamo in auto, diretti all’ospizio in cui lo avevano ricoverato. Non era una buona notizia: significava che i dottori avevano deciso che Harry era pronto per morire e lo invitavano a collaborare.
Harry non aveva un bell’aspetto. Era così verde e così immobile tra le lenzuola che pensai fossimo giunti troppo tardi. La lotta contro la malattia lo aveva lasciato smunto e rinsecchito, come se qualcosa lo stesse divorando dall’interno. Il rumore del respiratore accanto a lui faceva pensare a Darth Vader. Quel posto era una tomba per esseri viventi, visto che Harry, ufficialmente, non era ancora morto.
«Papà», gli disse Deborah. «Ti ho portato Dexter.»
Harry aprì gli occhi e ruotò la testa verso di noi, come se una mano invisibile gliel’avesse spinta dall’altro lato del cuscino. Ma gli occhi non erano i suoi. Erano cavità vacue e bluastre, disabitate. Il suo corpo poteva essere vivo, ma lui non era in casa.