La mano sinistra di Dio [=Dexter il vendicatore / Darkly Dreaming Dexter - it]
- Автор: Линдсей Джеффри
- Год: 2004
- Язык: итальянский
- Год: Sonzogno
- ISBN: 88-454-1247-4
- Переводчик: A. C. Cappi
- Жанр: Триллеры
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Anche pubblicato come “Dexter il vendicatore”.
Passai tre volte in macchina davanti a casa sua, ma non mi venne nessuna idea. Mi serviva un colpo di fortuna, prima che il Passeggero Oscuro mi inducesse ad agire troppo in fretta. E proprio mentre il mio Caro Amico cominciava a sussurrarmi consigli imprudenti, la fortuna si mise dalla mia. Jaworski uscì di casa e salì sul suo malconcio pick-up Toyota rosso. Rallentai quanto possibile, mentre il suo veicolo si avviava verso Douglas Road. Svoltai e lo seguii.
Non avevo idea di come fare, non mi ero preparato. Non avevo una stanza sicura e un camice pulito. Avevo solo un rotolo di nastro adesivo e un coltello da filetto sotto il sedile. Dovevo passare perfettamente inosservato, ma non sapevo come. Detestavo l’improvvisazione, eppure stavolta non avevo scelta.
Ebbi di nuovo fortuna. Il traffico era scarso e Jaworski si dirigeva a sud, sulla Old Cutler Road. Dopo un chilometro e mezzo o giù di lì svoltò a sinistra, dalla parte del mare. Stava sorgendo una nuova zona residenziale, che avrebbe migliorato le nostre vite rimpiazzando alberi e animali con cemento e vecchietti del New Jersey. Jaworski andava piano tra le case in costruzione. Oltrepassò un campo da golf già pronto con le bandierine, mancava solo il prato, e si fermò quasi sulla riva. Lo scheletro di una grande schiera di condomini, non ancora finiti, si stagliava contro la luna. Spensi i fari e mi avvicinai a passo d’uomo, per vedere che cosa stesse combinando.
Jaworski parcheggiò davanti ai futuri condomini, vicino a un mucchio di sabbia, e scese dal veicolo. Si guardò intorno per un istante, mentre io mi fermavo sul ciglio della strada e spegnevo il motore. Jaworski si voltò verso i condomini, poi verso la strada che proseguiva verso il mare. Parve soddisfatto ed entrò nell’edificio. Ero quasi certo che stesse controllando che non ci fossero guardie. Io stavo facendo lo stesso. Mi augurai che avesse fatto bene i compiti. Molto spesso, in questi casi, c’è una guardia che fa il giro da un cantiere all’altro, a bordo di un veicolo da golf. È un modo di risparmiare. E, dopotutto, questa è Miami: una certa percentuale del budget, in ogni progetto, corrisponde alla quantità di materiali che abitualmente sparisce dai cantieri. Jaworski aveva tutta l’aria di voler aiutare l’impresa a raggiungere la sua quota.
Scesi dalla mia auto e infilai il coltello e il nastro adesivo in una borsa da quattro soldi che mi ero portato dietro, preventivamente riempita con guanti di gomma da giardinaggio e qualche fotografia scaricata da Internet. Mi misi in spalla la borsa e mi incamminai silenzioso nella notte. Raggiunsi il pick-up. Il pianale e la cabina erano vuoti, a parte un mucchio di cartoni e bicchieri di plastica di Burger King e qualche pacchetto vuoto di Camel. Rifiuti da poco, come Jaworski.
Alzai lo sguardo. La luce della luna spuntava dalla sommità del mezzo condominio. Una brezza notturna mi alitava sul viso, portando con sé gli odori incantevoli del nostro paradiso tropicale: diesel, vegetazione putrefatta e cemento. Inspirai a fondo e tornai a concentrarmi su Jaworski.
Era da qualche parte, nel guscio dell’edificio. Non sapevo quanto tempo avessi a disposizione e una vocina dentro di me mi spronava a fare presto. Entrai a mia volta. Lo sentii appena ebbi varcato la soglia. O meglio, sentii uno strano suono metallico che doveva venire da lui, o da…
Mi fermai. Mi avvicinai a passi silenziosi alla fonte del rumore. C’era un tubo in alto sul muro, una conduttura elettrica. Appoggiai una mano sul tubo e lo sentii vibrare, come se all’interno si muovesse qualcosa.
Una lampadina mi si accese nella testa. Jaworski stava sfilando il filo elettrico. Il rame è costoso e alimenta un fiorente mercato nero. Era un’ulteriore entrata che gli permetteva di tirare a campare con il suo misero salario di bidello, tra una ragazza e l’altra. Da un carico di rame avrebbe potuto ricavare parecchie centinaia di dollari.
Ora che sapevo cosa stava combinando, un’idea cominciò a prendere forma. A giudicare dal rumore, doveva essere da qualche parte sopra di me. Avrei potuto localizzarlo facilmente, restare nell’ombra fino al momento giusto e poi scattare. Ma stavolta ero praticamente nudo, completamente esposto e assolutamente impreparato. Ero abituato a fare le cose in un certo modo. Fuori dai miei schemi, mi sentivo estremamente a disagio.
Un brivido mi attraversò la spina dorsale. Perché lo stavo facendo?
La risposta immediata era che io non stavo facendo niente. Era il mio amico, nell’oscurità del sedile posteriore, a fare tutto. Stavo lì solo perché dei due ero io quello che aveva la patente. Avevamo raggiunto un accordo, lui e io. Avevamo trovato un equilibrio, un modo di coesistere, grazie alla soluzione di Harry. Ma ora lui stava spingendomi fuori dalle linee che Harry aveva accuratamente tracciato col gessetto. Perché? Per rabbia? L’invasione della mia casa rappresentava un tale oltraggio da risvegliare la sua sete di vendetta?
Eppure non mi sembrava in preda alla rabbia. Come sempre era calmo, divertito e affamato di prede. Nemmeno io provavo rabbia. Mi sentivo piuttosto su di giri, sull’orlo dell’euforia. Galleggiavo su onde concentriche che assomigliavano a ciò che avevo sempre pensato potessero essere le emozioni. E tutto ciò mi aveva condotto in questo luogo sporco, rischioso e imprevisto, per fare sull’impulso del momento quello che tutte le altre volte avevo messo in atto solo dopo un’attenta preparazione. E, benché ne fossi consapevole, morivo dalla voglia di farlo. Dovevo farlo.
Molto bene. Ma non per questo dovevo agire senza l’abbigliamento adatto. In un angolo della stanza c’era un cumulo di lastre di pietra avviluppate da un telo di plastica. In men che non si dica, mi ritagliai un grembiule e una maschera, aprendo fessure per gli occhi, il naso e la bocca, in modo da vedere, respirare e rendere irriconoscibili i miei lineamenti. Anonimato perfetto. Può sembrare stupido, ma ero solito andare a caccia con indosso una maschera. E, a parte una pulsione nevrotica a fare tutto per bene, era semplicemente una cosa in meno di cui preoccuparmi. Mi faceva sentire più rilassato, pertanto era una buona idea. Presi i guanti dalla borsa e me li infilai. Ora ero pronto.
Trovai Jaworski due piani sopra, con un cumulo di cavo elettrico ai piedi. Mi tenni nell’ombra delle scale e lo osservai mentre tirava il filo. Riaprii la borsa. Con il nastro adesivo, appesi le fotografie alle pareti di cemento: dolci immagini di ragazze scomparse, in una varietà di pose tenere ed esplicite. Appena fosse uscito dalla stanza, Jaworski se le sarebbe trovate davanti.
Tornai a guardarlo. Jaworski estrasse un’altra ventina di metri di cavo, finché questo non si agganciò da qualche parte. Non ne usciva più. Jaworski lo strattonò due volte, inutilmente, poi prese un grosso paio di cesoie dalla tasca posteriore e lo tagliò. Raccolse il cavo e lo arrotolò intorno all’avambraccio. Poi venne verso le scale. Verso di me.
Mi nascosi nell’ombra e lo aspettai.
Jaworski non si preoccupava di non fare rumore. Non aveva previsto interruzioni e di sicuro non aveva previsto me. Sentii i suoi passi e il fruscio del filo elettrico che si tirava dietro. Sempre più vicino.
Oltrepassò la soglia senza accorgersi della mia presenza. E vide le fotografie.
«Uuuuf», fece, come se avesse ricevuto un pugno nello stomaco. Rimase a fissarle a bocca aperta, incapace di muoversi. E fu allora che gli arrivai alle spalle e gli appoggiai il coltello alla gola.
«Non muoverti, non aprire bocca», gli ordinammo.
«Ehi, senti…»
Ruotai lievemente il polso e gli spinsi la punta del coltello nella pelle. Emise un sibilo mentre uno spiacevole schizzo di sangue gli colava sotto il mento. Tutto così inutile: perché la gente non dà mai retta?
«Ti ho detto di non aprire bocca», ribadii.