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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Né fu di minor giudizzio Domenico, fratello di detto Giuliano, perché, oltre che intagliava molto meglio di legname, fu anco molto ingegnoso nelle cose d'architettura, come si vede nella casa che fece fare col disegno di costui Bastiano da Montaguto nella via de' Servi, dove sono anco di legname molte cose di propria mano di Domenico; il quale fece per Agostino del Nero in sulla piazza de' Mozzi le cantonate, et un bellissimo terrazzo a quelle case de' Nasi già cominciate da Baccio suo padre. E se costui non fusse morto così presto, avrebbe, si crede, di gran lunga avanzato suo padre e Giuliano suo fratello.

VITE DI VALERIO VICENTINO, DI GIOVANNI DA CASTEL BOLOGNESE, DI MATTEO DAL NASARO VERONESE E D'ALTRI ECCELLENTI INTAGLIATORI DI CAMEI E GIOIE

Da che i Greci negl'intagli delle pietre orientali furono così divini, e ne' camei perfettamente lavorarono, per certo mi parrebbe fare non piccolo errore, se io passassi con silenzio coloro che quei maravigliosi ingegni hanno nell'età nostra imitato. Conciò sia che niuno è stato fra i moderni passati, secondo che si dice, che abbia passato i detti antichi di finezza e di disegno in questa presente e felice età, se non questi che qui di sotto conteremo. Ma prima che io dia principio, mi convien fare un discorso breve sopra questa arte dell'intagliar le pietre dure e le gioie, la quale doppo le rovine di Grecia e di Roma ancora loro si perderono insieme con l'altre parti del disegno.

Queste opere dello intagliare in cavo e di rilievo, se n'è visto giornalmente in Roma trovarsi spesso fra le rovine: cammei e corgniole, sardoni et altri eccellentissimi intagli, e molti e molti anni stette persa, che non si trovava chi vi attendesse; e se bene si faceva qualche cosa, non erono di maniera che se ne dovessi far conto, e per quanto se n'ha cognizione, non si trova che si cominciasse a far bene, e dar nel buono, se non nel tempo di papa Martino V e di Paolo II. Et andò crescendo di mano in mano per fino che 'l Magnifico Lorenzo de' Medici, il quale si dilettò assai degli intagli de' cammei antichi, e fra lui e Piero suo figliuolo ne ragunarono gran quantità, e massimamente calcidoni, corgniuole et altra sorte di pietre intagliate, rarissime, le quali erano con diverse fantasie dentro, che furono cagione che per metter l'arte nella loro città e' conducessino di diversi paesi maestri che, oltra al rassettar loro queste pietre, gli condussono dell'altre cose rare in quel tempo.

Imparò da questi, per mezzo del Magnifico Lorenzo, questa virtù dell'intaglio in cavo un giovane fiorentino chiamato Giovanni delle Corgniuole, il quale ebbe questo cognome perché le intagliò eccellentemente, come fa testimonio infinite che se ne veggono di suo, grandi e piccole, ma particolarmente una grande, dove egli fece dentro il ritratto di fra' Girolamo Savonarola, nel suo tempo adorato in Fiorenza per le sue predicazioni, ch'era rarissimo intaglio.

Fu suo concorrente Domenico de' Cammei, milanese che, allora vivendo il duca Lodovico il Moro, lo ritrasse in cavo in un balascio della grandezza più d'un giulio, che fu cosa rara e de' migliori intagli che si fusse visto de' maestri moderni.

Accrebbe poi in maggiore eccellenza questa arte nel pontificato di papa Leone Decimo, per la virtù et opere di Piermaria da Pescia, che fu grandissimo imitatore delle cose antiche. E gli fu concorrente Michelino, che valse non meno di lui nelle cose piccole e grandi, e fu tenuto un grazioso maestro. Costoro apersono la via a quest'arte tanto difficile, poi che intagliando in cavo, che è proprio un lavorare al buio, da che non serve ad altro che la cera per occhiali a vedere di mano in mano quel che si fa, ridussono finalmente che Giovanni da Castel Bolognese e Valerio Vicentino e Matteo dal Nasaro et altri facessino tante bell'opere che noi faremo memoria. E per dar principio dico che Giovanni Bernardi da Castel Bolognese, il quale nella sua giovanezza, stando appresso il duca Alfonso di Ferrara, gli fece, in tre anni che vi stette onoratamente, molte cose minute, delle quali non accade far menzione; ma di cose maggiori la prima fu che egli fece, in un pezzo di cristallo incavato, tutto il fatto d'arme della Bastia, che fu bellissimo; e poi in un incavo d'acciaio il ritratto di quel Duca, per far medaglie, e nel riverso Gesù Cristo preso dalle turbe. Dopo, andato a Roma, stimolato dal Giovio, per mezzo d'Ipolito cardinale de' Medici e di Giovanni Salviati cardinale, ebbe commodità di ritrarre Clemente Settimo, onde ne fece un incavo per medaglie che fu bellissimo, e nel rovescio quando Ioseffo si manifestò a' suoi fratelli. Di che fu da Sua Santità rimunerato col dono d'una mazza, che è un uffizio, del quale cavò poi al tempo di Paolo Terzo, vendendolo, dugento scudi. Al medesimo Clemente fece in quattro tondi di cristallo i quattro Evangelisti, che furono molto lodati e gl'acquistarono la grazia e l'amicizia di molti reverendissimi; ma particolarmente quella del Salviati e del detto Ippolito cardinale de' Medici, unico rifugio de' vertuosi, il quale ritrasse in medaglie d'acciaio et al quale fece di cristallo quando ad Alessandro Magno è presentata la figliuola di Dario. E dopo, venuto Carlo V a Bologna a incoronarsi, fece il suo ritratto in un acciaio; et improntata una medaglia d'oro, la portò subito all'imperatore, il quale gli donò cento doble d'oro, facendolo ricercare se voleva andar seco in Ispagna. Il che Giovanni ricusò con dire che non potea partirsi dal servizio di Clemente e d'Ippolito cardinale, per i quali avea alcuna opera cominciata, che ancora era imperfetta.

Tornato Giovanni a Roma, fece al detto cardinale de' Medici il ratto delle Sabine, che fu bellissimo; per le quali cose, conoscendosi di lui molto debitore il cardinale, gli fece infiniti doni e cortesie, ma quello fu di tutti maggiore quando, partendo il cardinale per Francia, accompagnato da molti signori e gentiluomini, si voltò a Giovanni che vi era fra gl'altri e, levatasi dal collo una piccola collana, alla quale era appiccato un cammeo che valeva oltre seicento scudi, gliele diede dicendogli che lo tenesse insino al suo ritorno, con animo di sodisfarlo poi di quanto conosceva che era degna la virtù di Giovanni. Il quale cardinale morto, venne il detto cammeo in mano del cardinal Farnese, per lo quale lavorò poi Giovanni molte cose di cristallo, e particolarmente per una croce un Crucifisso et un Dio Padre di sopra, e dagli lati la Nostra Donna, e San Giovanni, e la Maddalena a' piedi. Et in un triangolo a' piè della croce fece tre storie della Passione di Cristo, cioè una per angolo. E per due candelieri d'argento fece in cristallo sei tondi: nel primo è il centurione che prega Cristo che sani il figliuolo; nel secondo la probatica piscina; nel terzo la Trasfigurazione in sul monte Tabor; nel quarto è il miracolo de' cinque pani e due pesci; nel quinto quando cacciò i venditori del tempio; e nell'ultimo la ressurezione di Lazzaro, che tutti furono rarissimi. Volendo poi fare il medesimo cardinal Farnese una cassetta d'argento ricchissima, fattone fra l'opera a Marino orefice fiorentino, che altrove se ne ragionerà, diede a fare a Giovanni tutti i vani de' cristalli, quali gli condusse tutti pieni di storie e di marmo di mezzo rilievo; fece le figure d'argento e gli ornamenti tondi con tanta diligenza, che non fu mai fatta altra opera con tanta e simile perfezzione. Sono di mano di Giovanni nel corpo di questa cassa intagliate in ovati queste storie con arte maravigliosa, la caccia di Meleagro e del porco calidonio, le baccanti et una battaglia navale, e similmente quando Ercole combatté con l'amazzone, et altre bellissime fantasie del cardinale; ne fece fare i disegni finiti a Perino del Vaga et a altri maestri. Fece appresso in un cristallo il successo della presa della Goletta, et in un altro la guerra di Tunisi.

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