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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Era in quel tempo il vescovo di Tornai, fiamingo nobilissimo e ricchissimo, venuto in Italia per dare opera alle lettere, vedere queste provincie et apparare le creanze e modi di vivere di qua. Per che trovandosi costui in Padoa e dilettandosi molto di fabricare, come invaghito del modo di fabricare italiano, si risolvé di portare nelle sue parti la maniera delle fabriche nostre. E per poter ciò fare più comodamente, conosciuto il valore di Francesco, se lo tirò appresso con onorato stipendio per condurlo in Fiandra, dove avevano in animo di voler fare molte cose onorate. Ma venuto il tempo di partire e già avendo fatto disegnare le maggiori e migliori e più famose fabriche di qua, il poverello Francesco si morì, essendo giovane e di bonissima speranza, lasciando il suo padrone, per la sua morte, molto dolente. Lasciò Francesco un solo fratello, nel quale, essendo prete, rimane estinta la famiglia dai Libri, nella quale sono stati successivamente tre uomini in questa professione molto eccellenti. Et altri discepoli non sono rimasi di loro che tenghino viva quest'arte, eccetto don Giulio Clovio sopra detto, il quale l'apprese come abbian detto da Girolamo quando lavorava a Candiana, essendo lì frate, et il quale l'ha poi inalzata a quel supremo grado al quale pochissimi sono arrivati, e niuno l'ha trapassato già mai.

Io sapeva bene alcune cose dei sopra detti eccellenti e nobili artefici veronesi, ma tutto quello che n'ho raccontato non arei già saputo interamente, se la molta bontà e diligenza del reverendo e dottissimo fra' Marco de' Medici, veronese et uomo pratichissimo in tutte le più nobili arti e scienzie, et insieme il Danese Cataneo da Carrara eccellentissimo scultore, e miei amicissimi, non me n'avessero dato quell'intero e perfetto ragguaglio che di sopra, come ho saputo il meglio, ho scritto a utile e commodo di chi leggerà queste nostre vite: nelle quali mi sono stati e sono di grande aiuto le cortesie di molti amici, che per compiacermi e giovare al mondo, si sono in ricercar questa cosa affaticati.

E questo sia il fine delle vite dei detti veronesi, di ciascuno de' quali non ho potuto avere i ritratti, essendomi questa piena notizia non prima venuta alle mani, che quando mi sono poco meno che alla fine dell'opera ritrovato.

VITA DI FRANCESCO GRANACCI PITTORE FIORENTINO

Grandissima è la ventura di quegli artefici che si accostano, o nel nascere o nelle compagnie che si fanno in fanciullezza, a quegl'uomini che il cielo ha eletto per segnalati e superiori agl'altri nelle nostre arti: atteso che fuor di modo s'acquista e bella e buona maniera nel vedere i modi del fare e l'opere degl'uomini eccellenti; senzaché anco la concorrenza e l'emulazione ha, come in altro luogo si è detto, gran forza negl'animi nostri.

Francesco Granacci, adunque, del quale si è di sopra favellato, fu uno di quegli che dal Magnifico Lorenzo de' Medici fu messo a imparare nel suo giardino; onde avvenne che, conoscendo costui ancor fanciullo il valore e la virtù di Michelagnolo, e quanto crescendo fusse per produrre grandissimi frutti, non sapeva mai levarsegli d'attorno; anzi, con sommessione et osservanza incredibile, s'ingegnò sempre di andar secondando quel cervello. Di maniera che Michelagnolo fu forzato amarlo sopra tutti gl'altri amici et a confidar tanto in lui, che a niuno più volentieri che al Granaccio conferì mai le cose, né comunicò tutto quello che allora sapeva nell'arte.

E così essendo ambidue stati insieme di compagnia in bottega di Domenico Grillandai, avvenne, perché il Granacci era tenuto dei giovani del Grillandai il migliore e quegli che avesse più grazia nel colorire a tempera e maggior disegno, che egli aiutò a Davitte e Benedetto Grillandai, fratelli di Domenico, a finire la tavola dell'altare maggiore di Santa Maria Novella, la quale per la morte di esso Domenico era rimasa imperfetta. Nel quale lavoro il Granaccio acquistò assai. E dopo fece della medesima maniera che è detta tavola, molti quadri che sono per le case de' cittadini, et altri che furono mandati di fuori. E perché era molto gentile e valeva assai in certe galanterie che per le feste di carnovale si facevano nella città, fu sempre in molte cose simili dal Magnifico Lorenzo de' Medici adoperato; ma particolarmente nella mascherata, che rappresentò il trionfo di Paulo Emilio della vittoria, che egli ebbe, di certe nazzioni straniere; nella quale mascherata, piena di bellissime invenzioni, si adoperò talmente il Granacci, ancor che fusse giovinetto, che ne fu sommamente lodato. Né tacerò qui che il detto Lorenzo de' Medici fu primo inventore, come altra volta è stato detto, di quelle mascherate che rappresentano alcuna cosa e sono detti a Firenze canti, non si trovando che prima ne fussero state fatte in altri tempi.

Fu similmente adoperato il Granacci l'anno 1513 negl'apparati che si fecero, magnifici e sontuosissimi, per la venuta di papa Leone Decimo de' Medici, da Iacopo Nardi, uomo dottissimo e di bellissimo ingegno; il quale, avendogli ordinato il magistrato degl'Otto di pratica che facesse una bellissima mascherata, fece rapresentare il trionfo di Camillo. La quale mascherata, per quanto apparteneva al pittore, fu dal Granacci tanto bene ordinata a bellezza et adorna, che meglio non può alcuno immaginarsi. E le parole della canzona che fece Iacopo cominciavano:

Contempla in quanta gloria sei salita,

felice alma Fiorenza,

poi che dal ciel discesa

e quello che segue.

Fece il Granacci pel medesimo apparato, e prima e poi, molte prospettive da comedia, e stando col Grillandaio lavorò stendardi da galea, bandiere et insegne d'alcuni cavalieri a sproni d'oro nell'entrare publicamente in Firenze, e tutto a spese de' capitani di Parte Guelfa, come allora si costumava e si è fatto anco, non ha molto, a' tempi nostri. Similmente, quando si facevano le potenze e l'armegerie, fece molte belle invenzioni d'abbigliamenti et acconcimi. La quale maniera di feste che è propria de' fiorentini et è piacevole molto vedendosi uomini quasi ritti del tutto a cavallo, in sulle staffe cortissime, rompere la lancia con quella facilità che fanno i guerrieri ben serrati nell'arcione, si fecero tutti per la detta venuta di Leone a Firenze. Fece anco, oltre all'altre cose, il Granacci un bellissimo arco trionfale dirimpetto alla porta di Badia, pieno di storie di chiaro scuro con bellissime fantasie. Il quale arco fu molto lodato, e particolarmente per l'invenzione dell'architettura e per aver finto, per l'entrata della via del palagio, il ritratto della medesima porta di Badia con le scalee et ogni altra cosa, che tirata in prospettiva non era dissimile la dipinta e posticcia dalla vera e propria. E per ornamento del medesimo arco fece di terra alcune figure di rilievo di sua mano bellissime, et in cima all'arco in una grande inscrizione, queste parole: "Leoni X pontifici maximo fidei cultori".

Ma per venire oggimai ad alcune opere del Granacci che sono in essere, dico che, avendo egli studiato il cartone di Michelagnolo, mentre che esso Buonarroto per la sala grande di palazzo il faceva, acquistò tanto e di tanto giovamento gli fue, che, essendo Michelagnolo chiamato a Roma da papa Giulio Secondo perché dipignesse la volta della capella di palazzo, fu il Granacci de' primi, ricerchi da Michelagnolo, che gl'aiutassero colorire a fresco quell'opera, secondo i cartoni che esso Michelagnolo avea fatto. Bene è vero che, non piacendogli poi la maniera né il modo di fare di nessuno, trovò via senza licenziarli, chiudendo la porta a tutti e non si lasciando vedere, che tutti se ne tornarono a Fiorenza; dove dipinse il Granacci a Pierfrancesco Borgherini, nella sua casa di borgo Santo Apostolo in Fiorenza, in una camera dove Iacopo da Puntormo, Andrea del Sarto e Francesco Ubertini avevano fatto molte storie della vita di Ioseffo, sopra un lettuccio, una storia a olio de' fatti del medesimo in figure piccole, fatte con pulitissima diligenza e con vago e bel colorito; et una prospettiva, dove fece Giuseppo che serve Faraone, che non può essere più bella in tutte le parti. Fece ancora al medesimo, pure a olio, una Trinità in un tondo, cioè un Dio Padre che sostiene un Crucifisso. E nella chiesa di San Pier Maggiore è in una tavola di sua mano un'Assunta con molti Angeli e con un San Tommaso al quale ella dà la cintola, figura molto graziosa e ch'è svolta tanto bene, che pare di mano di Michelagnolo; e così fatta è anco la Nostra Donna. Il disegno delle quali due figure di mano del Granacci, è nel nostro libro con altri fatti similmente da lui. Sono dalle bande di questa tavola S. Paulo, San Lorenzo, S. Iacopo e S. Giovanni, che sono tutte così belle figure, che questa è tenuta la migliore opera che Francesco facesse mai. E nel vero questa sola, quando non avesse mai fatto altro, lo farà tenere sempre, come fu, eccellente dipintore.

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