Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]
- Автор: Лейбер Фриц Ройтер
- Год: 1986
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Scacco al tempo [The Sinful Ones - it]». Краткое содержание книги:
— Come sei arrivato qui stasera? — l’interruppe lei in fretta guardando altrove.
— E va bene — disse lui intendendo sottolineare quant’era paziente… La sua domanda poteva aspettare. Tornò a riempire entrambi i bicchieri. Poi, senza affrettarsi, le raccontò di come fosse tornato all’appartamento sulla Mayberry Street e qui avesse incontrato Fred. Fu alquanto scosso nel rivivere la folle corsa in automobile, anche se i dettagli cominciavano ad apparirgli incredibili.
E la cosa parve scuotere anche Jane. Anche se, quando lui ebbe finito, si rese conto che era la rabbia a farla tremare.
— Oh, il vigliacco — sussurrò. — Quell’orribile vigliacco. Ha finto di essere galante, ha finto di aver sacrificato i propri sentimenti, perfino al punto di portarti da me, ma in realtà facendolo soltanto per ferirmi, poiché ben sapeva che avevo fatto del mio meglio per tenerti fuori da questa faccenda. E poi, per coronare il tutto, ha messo a repentaglio la tua vita sperando che moriste entrambi mentre lui si comportava nobilmente! — Le sue labbra si contorsero in una smorfia. — No, non mi ama più, a meno che la morbosità e il tormento che si è autoinflitto non significhino amore. Non credo che mi abbia mai amata.
— Ma perché ti sei messa con lui allora?
— Non l’ho fatto — rispose lei afflitta — salvo che è l’unica persona al mondo con cui posso mettermi e… — S’interruppe di nuovo.
— Ne sei sicura, Jane? — la voce di Carr si era fatta bassa. La sua mano le sfiorò la manica.
Lei ritrasse il braccio. — Perché non te ne vai, Carr? — lo implorò sogguardandolo con una sorta d’irrefrenabile paura. Perché non bevi la polverina e dimentichi tutto? Non voglio trascinarti in questa storia. Hai un lavoro, una donna e una vita tua, una strada attraverso il mondo preparata per te. Non devi incamminarti nella tenebra, nell’insignificanza, nel caos, verso la macchina nera.
Le luci nel deposito cominciarono a spegnersi, tutte tranne quella sopra le loro teste.
— Un altro goccetto? — le chiese lui con una voce piccina piccina.
Non rimase molto whisky nella bottiglia una volta che ebbe riempito i bicchieri. Jane accettò il suo con aria assente, fissando l’aria oltre la sua spalla. Adesso il suo viso pareva incredibilmente piccolo mentre se ne stava là piegata in avanti sullo sgabello, il vestito marrone che sfumava nel buio. Le scaffalature erano silenziose, il borbottio della città era inaudibile. In tutte le direzioni le corsie si perdevano nel buio, partendo da quell’unica luce accesa sopra le loro teste. Tutt’intorno a loro c’era, quasi palpabile, la pressione di centinaia di migliaia di volumi. Ma c’erano sempre quei varchi tra i libri, le fessure che, l’una in fila all’altra, formavano qua e là gallerie e feritoie attraverso le quali spiare.
— Considera la cosa dal mio punto di vista Jane — riprese Carr. — Quanto la cosa possa farmi infuriare. So che stai fuggendo da qualcosa di orribile. E anche Fred. So che c’è una specie di organizzazione di cui non avevo mai neppure immaginato l’esistenza che scorrazza per il mondo, e che questa ti minaccia. So che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato con i tuoi genitori. Ma che cosa? Non riesco a ricavarne neppure uno straccio d’ipotesi. Ho cercato di far quadrare le cose, ma non quadrano.
“Pensaci un momento, Jane. Tu càpiti davanti a me in preda al terrore… Quello schiaffo, là, davanti agli occhi di tutti… il tuo avvertimento… la signorina Hackman che colgo a frugare nella mia scrivania… le parole che ho udito sul fatto che volevano «controllarti» e «divertirsi»…”
Jane rabbrividì. Carr proseguì: — Quegli appunti pazzeschi che hai scritto sulla busta che hai lasciato cadere… lo strano pianoforte in casa dei tuoi… tua madre che follemente fingeva che tu fossi là o qualunque cosa stesse cercando di fare… tuo padre che l’assecondava o fingeva di farlo… la signorina Hackman e il signor Wilson che irrompono nella casa e ignorano i tuoi genitori comportandosi come se neppure esistessero… altri discorsi sul “controllare” e “divertirsi” e su una “bestia” e qualche tipo di minaccia rappresentata da “altri gruppi”, comportandosi in tutto questo tempo come se il resto dell’umanità fosse al di sotto del disprezzo… e poi il gatto… e Fred che quasi mi ammazza… e il suo discorso fatuo e incoerente di stasera su un “pericolo mortale” e così via… e quella folle corsa in macchina… e adesso tu che ti nascondi qui tra gli scaffali della Biblioteca Pubblica di Chicago…
Carr scosse la testa impotente.
— Tutto questo non rientra in alcuno schema, non importa quanto pazzesco. — Esitò. — E poi, due o tre volte — proseguì corrugando la fronte — ho avuto la sensazione che la spiegazione fosse qualcosa di totalmente inconcepibile, qualcosa di molto più grande, spaventoso…
— Non farlo — lei l’interruppe. — Non permetterti mai neppure d’incominciare a pensare a quel modo.
— In ogni caso, non capisci perché devi dirmelo, Jane? — concluse lui.
Vi fu un nuovo, breve silenzio. Poi Jane disse: — Se te lo dirò, vale a dire se te lo dirò in parte, prometti che te ne andrai e farai ciò che t’ho chiesto nella mia lettera? Così da poter sfuggire?
— No. Non ti prometterò niente fino a quando non me l’avrai detto.
Vi fu un altro silenzio. Infine lei sospirò. — D’accordo, te lo dirò in parte. Ma ricorda, sempre, che sei stato tu a obbligarmi a dirtelo. — Fece una pausa. Poi cominciò: — Un anno e mezzo fa circa ho incontrato Fred. Non c’è stato niente di serio fra noi. Avevamo soltanto l’abitudine d’incontrarci al parco e di fare insieme lunghe passeggiate. Mio padre e mia madre non sapevano di lui. Io passavo la maggior parte del mio tempo ad esercitarmi al pianoforte e andavo a scuola di musica. Allora non sapevo che quei tre, la signorina Hackman, il signor Wilson e Dris, davano la caccia a Fred. Lui non aveva detto niente. Ma poi un giorno ci hanno visto insieme e a causa di questo, siccome quei tre mi avevano collegato con Fred, la mia vita non fu più sicura. Ho dovuto scappare da casa. Da allora ho vissuto meglio che ho potuto, qua e là, cercando di non dare nell’occhio, prendendo degli appunti per ricordarmi di quello che dovevo o non dovevo fare; ho soggiornato in posti come questi, non ho parlato con nessuno, ho dormito nei parchi, negli appartamenti vuoti…
— Ma è impossibile!
— No, è vero. Per un po’ sono riuscita a sfuggirli. Poi, una settimana fa, hanno cominciato a braccarmi. Quando sono venuta nel tuo ufficio ero disperata. Sono venuta lì perché qualcuno che conoscevo tempo fa lavorava là…
— Tom Elvested?
— Non interrompermi. Ma poi ho visto te, ho visto che non eri occupato, e sono venuta alla tua scrivania. Sapevo che era la mia ultima possibilità. E mi hai aiutato. Hai finto… — Esitò. — È tutto — concluse.
— Oh Jane — replicò Carr un attimo dopo col tono che si sarebbe potuto usare con una scolara che non avesse preparato la lezione — non mi hai detto niente. Che cosa mai… — Ma la sua voce mancava della precedente insistenza. Adesso cominciava a sentirsi stanco, stanco d’impuntarsi, di lottare per arrivare alla verità. Voleva… proprio non sapeva quello che voleva. Divise fra tutt’e due quel poco whisky che gli era rimasto, ma era poco più di un sorso. — Senti Jane — disse infine, facendo un ultimo affaticato sforzo. — Non vuoi fidarti di me? Non vuoi smetterla di avere tanta paura? Voglio soltanto aiutarti.
Jane lo fissò non proprio sorridendo. — Sei stato molto caro con me, Carr — rispose. — Mi hai dato un po’ di coraggio, mi hai aiutata a dimenticare… il ballo all’Ultima Resistenza di Custer, il negozio di musica, il film, gli scacchi, le carezze sotto il cancello. Mi sono comportata schifosamente con te. Ti ho usato, esposto ai pericoli, ferito moralmente, ti ho trascinato di nuovo nel mio privato mondo sotterraneo con degli espedienti inconsci. Se tu conoscessi la vera situazione credo che capiresti. Ma è qualcosa contro cui devo battermi anch’io. Onestamente è vero quello che ho scritto nella lettera Carr. Non puoi aiutarmi, puoi soltanto rovinare le mie possibilità di fuga. — Abbassò per un attimo lo sguardo. — Non è perché io pensi che tu mi puoi aiutare che continuo a trascinarti dietro di me. — Fece una pausa. — Ci sono due tipi di persone al mondo, Carr: i costanti e gli incostanti. Il costante sa dove lui e il mondo stanno andando. L’incostante, il derelitto, vede soltanto il buio. Conosce un segreto della vita che lo separa per sempre dalla felicità e dal riposo. Tu in effetti sei un costante Carr. Quella donna di cui mi hai parlato e che vuole che tu abbia successo, anche lei è una costante. E non serve aiutare un’incostante, Carr. Non importa quanto abbia il cuore tenero, quanto trabocchi di buone intenzioni: c’è qualcosa di distruttivo in lei, qualche cosa che l’accomuna alle tenebre, qualcosa che la induce a voler distruggere le certezze e la fiducia degli altri, conducendoli al precipizio per poi indicar loro la voragine e dire: “Visto? non c’è niente!” E non c’è niente che tu possa fare per me, niente del tutto.