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Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]

Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:

New York è irriconoscibile: niente più torri e grattacieli, ma un’immensa metropoli «coperta» che non viene mai a contatto con l’aria, dove decine di milioni di uomini e donne brulicano come formiche sulle strade mobili. Dove il lusso di un bagno privato è inammissibile. Dove, soprattutto, i robot stanno soffiando i posti di lavoro agli uomini a un ritmo sempre più preoccupante. E alle porte di New York si stende come una sfida Spacetown, la città degli Spaziali dove tutto è lusso e ariosità, superbia e ostentazione. C’è da meravigliarsi che uno dei tanti terrestri scontenti ammazzi uno Spaziale nella sua aristocratica dimora di Spacetown? E c’è da meravigliarsi se il caso rischia di diventare un incidente interplanetario? Per risolverlo bisogna ricorrere al miglior poliziotto della City, Lije Baley, e affidargli come compagno il miglior poliziotto di Spacetown, R. Daneel Olivaw. Il guaio è che quella «R.» significa robot : sta per cominciare una sfida implacabile tra l’intelligenza umana e quella artificiale per risolvere l’omicidio più esplosivo che la Terra ricordi; e, per il lettore, una delle letture più appassionanti nel campo della fantascienza «pura». Nuova traduzione integrale e introduzione di Giuseppe Lippi
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«Lei non è mai stato malato, dottor Fastolfe?»

«Non ho mai avuto un malanno derivante dall’attività di parassiti. Naturalmente, signor Baley, anche noi siamo esposti ai mali da degenerazione, come l’arteriosclerosi, ma io, per esempio, non ho mai preso un raffreddore. Se lo prendessi ora, probabilmente morirei. Nel mio corpo non esistono difese. Questo è il problema di noi che viviamo a Spacetown; corriamo un rischio ben preciso e lo sappiamo. La terra pullula di malattie contro cui non abbiamo difese naturali. Lei stesso porta con sé i germi di quasi ogni malattia conosciuta. Non se ne rende conto, ovviamente, perché li tiene sotto controllo grazie agli anticorpi che il suo organismo ha sviluppato negli anni; ma io non ho anticorpi. Si meraviglia che non mi avvicini di più? Mi creda, signor Baley, la mia apparente schizzinosità è autodifesa.»

Baley replicò: «Se le cose stanno così, perché non lo fate sapere a tutta la Terra? Voglio dire, se non è altezzosità da parte vostra ma solo difesa contro un pericolo fisico».

Lo Spaziale scosse la testa. «Siamo pochi, signor Baley, e siamo impopolari. Siamo stranieri. Riusciamo a mantenere la nostra sicurezza grazie all’alone di prestigio che ci circonda, come se fossimo esseri superiori, ma è un prestigio traballante. Non possiamo perdere la faccia ammettendo che abbiamo paura di avvicinare i terrestri; solo quando ci sarà maggior comprensione tra noi e voi potremo dire la verità.»

«Visto come stanno le cose, credo che per il momento i rapporti fra la Terra e Spacetown non miglioreranno. È la vostra "superiorità" quella che odiamo… O meglio, odiano.»

«È un dilemma. Non creda che non ce ne rendiamo conto.»

«Il questore lo sa?»

«Non gliel’abbiamo spiegato a chiare lettere, come ora ho fatto con lei, ma ha gli elementi per farsi un quadro. È un uomo piuttosto intelligente.»

«Se si fosse fatto un quadro, come dice lei, mi avrebbe informato» disse Baley, pensoso.

Il dottor Fastolfe alzò le sopracciglia. «E se l’avesse informata lei non avrebbe pensato che R. Daneel fosse un uomo, giusto?»

Baley si strinse nelle spalle, mettendo da parte la questione.

Il dottor Fastolfe continuò: «Ha ragione, amico mio. A parte le difficoltà psicologiche — il terribile effetto del rumore e della folla — resta il fatto che entrare nella Città, per noi, equivale a una condanna a morte. Ecco perché il dottor Sarton aveva cominciato a costruire robot umanoidi. Dovevano sostituire gli uomini, entrare nella Città al posto nostro.»

«Sì, R. Daneel me l’ha spiegato.»

«E lei disapprova?»

«Senta» disse Baley «dato che stiamo parlando in libertà, mi permetta di farle una semplice domanda. Perché voi Spaziali venite sulla Terra? Perché non ci lasciate soli?»

Il dottor Fastolfe era sorpreso. «Siete soddisfatti della vita sulla Terra?»

«Tiriamo avanti.»

«Sì, ma per quanto? La popolazione aumenta continuamente; le calorie a disposizione soddisfano le esigenze della vostra gente grazie a sforzi sempre più strenui. La Terra è in un vicolo cieco, amico.»

«Tiriamo avanti» ripeté Baley, cocciuto.

«A malapena. Una Città come New York è costretta a fare sforzi colossali per assicurare la fornitura d’acqua e l’eliminazione dei rifiuti. Le centrali atomiche, che forniscono l’energia, funzionano con scorie di uranio che è sempre più difficile ottenere anche dagli altri pianeti del sistema, mentre la domanda sale costantemente. La vita delle Città dipende dall’arrivo della polpa di legno che alimenta le vasche dei lieviti, e dei minerali che servono agli impianti idroponici. L’aria dev’essere cambiata costantemente. È un equilibrio che presto non sarà più tale, e ogni anno si aggiunge qualche nuova complicazione. Che ne sarebbe di New York se lo spaventoso flusso di materiali in accesso o in uscita fosse interrotto anche per una sola ora?»

«Non è mai successo.»

«Questo non significa che non succederà. Nelle età antiche i centri abitati erano autosufficienti e vivevano dei prodotti della campagna circostante. Solo un disastro immediato, come un’inondazione, una pestilenza o un raccolto insufficiente potevano danneggiarli. Quando i centri crebbero e la tecnologia migliorò, si cominciò a far fronte ai disastri locali importando le materie dai centri lontani, ma al prezzo di rendere strettamente interdipendenti zone sempre più vaste. Nell’età che noi chiamiamo medievale le città dell’uomo, che sorgevano all’aria aperta, erano in grado di resistere anche a gravi calamità per almeno una settimana, perché il cibo e le materie prime erano disponibili in grandi quantità e quindi venivano immagazzinati; inoltre, esistevano risorse locali di vario tipo. Quando New York si trasformò in una Città moderna, tuttavia, questo rapporto cambiò: il massimo che sarebbe riuscita a sopravvivere, basandosi solo sulle proprie forze, era un giorno. Adesso, forse, è un’ora. Un disastro che diecimila anni fa avrebbe potuto creare qualche disagio, e che mille anni fa avrebbe sfiorato il punto critico, oggi riuscirebbe senz’altro fatale».

Baley si mosse a disagio. «Ho già sentito tutto questo. I medievalisti vogliono la fine delle Città. Vogliono che torniamo alla terra e all’agricoltura naturale. Sono pazzi, non possiamo. Siamo in troppi, e poi non ha senso andare indietro, perché nella storia si può solo procedere in avanti. Naturalmente, se l’emigrazione sui Mondi Esterni non fosse limitata…»

«Sa che deve esserlo.»

«Allora che ci resta da fare? Vi siete allacciati a una linea scarica.»

«E se colonizzaste nuovi mondi? Nella galassia ci sono cento miliardi di stelle. Si calcola che i pianeti abitabili o che possono essere abitabili siano cento milioni.»

«Ridicolo.»

«Perché?» chiese il dottor Fastolfe, infervorandosi. «Perché giudica ridicolo il mio suggerimento? Nel passato i terrestri hanno colonizzato i pianeti. Più di trenta dei cinquanta Mondi Esterni, compreso il mio nativo Aurora, sono stati colonizzati direttamente da terrestri. Oggi l’impresa non è più possibile?»

«Be’…»

«Non ha la risposta. Mi lasci dire che se non è più possibile è a causa del mostruoso sviluppo delle Città. Prima delle Città la vita umana non era specializzata al punto da rendere impensabile il suo trasferimento in un altro ambiente. È stato fatto trenta volte. Ma ora i terrestri si sono rintanati e imbozzolati nei loro abissi d’acciaio, e ne dipendono a tal punto che è come se si fossero messi volontariamente in prigione. Lei, signor Baley, non crede possibile che un cittadino possa attraversare la campagna per venire a Spacetown. Avventurarsi nello spazio per raggiungere un mondo nuovo deve sembrarle doppiamente impossibile. La cultura delle Città vi sta rovinando.»

Baley si arrabbiò: «E con questo? Non vedo in che modo vi riguardi. È un problema nostro e lo risolveremo, e se non ne saremo capaci andremo all’inferno».

«Meglio andare all’inferno a modo vostro che in paradiso accettando i consigli di un altro, eh? So come deve sentirsi. Non è piacevole ascoltare la predica di uno straniero. Eppure vorrei che il suo popolo fosse in grado di predicare a noi, perché anche noi abbiamo un problema. Analogo al vostro.»

Baley fece un sorriso cattivo: «Sovrappopolazione?».

«Ho detto analogo, non identico. Il nostro limite è la sottopopolazione. Quanti anni mi dà?»

Il terrestre rifletté un momento e poi deliberatamente gli aumentò gli anni: «Una sessantina, direi».

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