Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]
- Автор: Азимов Айзек
- Серия: Elijah Baley e R. Daneel Olivaw (it) #2
- Год: 1971
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Giuseppe Lippi
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:
«La risposta è centosessanta.»
«Cosa?»
«Centosessantatré, per essere esatti, ma devo ancora compierli. Non c’è trucco, mi riferisco all’anno standard terrestre. Se sono fortunato, se mi prendo cura di me, e soprattutto, se non contraggo nessuna malattia sulla Terra, posso arrivare al doppio di quest’età. Su Aurora si sa di uomini che hanno vissuto trecentocinquant’anni. E la durata media della vita è in aumento.»
Baley dette un’occhiata a R. Daneel (che per tutta la conversazione era rimasto ad ascoltare stolidamente) e sembrò cercare in lui una conferma.
Poi disse: «Com’è possibile».
«In una società sottopopolata è conveniente concentrare gli studi sulla gerontologia e i processi di invecchiamento. In un mondo come il vostro una durata della vita più alta sarebbe disastrosa, perché non potreste permettervi il conseguente aumento demografico. Su Aurora abbiamo posto per i tricentenari, quindi l’aumento della vita diventa doppiamente prezioso.
«Se lei morisse ora perderebbe una quarantina d’anni di vita, forse meno. Se morissi io perderei centocinquant’anni, probabilmente di più. In una cultura come la nostra, dunque, la vita individuale è di estrema importanza. La natalità è bassa e l’incremento demografico rigidamente controllato. Ci preoccupiamo di mantenere un preciso equilibrio fra uomini e robot per garantire a tutti il più alto confort individuale.
I bambini vengono scrupolosamente esaminati per scoprire disfunzioni fisiche e mentali prima che sia loro permesso di crescere.»
Baley lo interruppe: «Vuol dire che li uccidete, se non…».
«Se non sono adatti, sì. Posso assicurarle che avviene in modo indolore. La cosa le sembra mostruosa, ma non più di quanto sembri mostruosa a noi la mancanza di controllo demografico sulla Terra.»
«Il controllo c’è, dottor Fastolfe. Ogni famiglia può avere un dato numero di bambini.»
Fastolfe sorrise, tollerante «Un dato numero di bambini qualsiasi, non bambini sani. E anche così ci sono le infrazioni e la vostra popolazione cresce.»
«Chi ha il diritto di giudicare se un bambino deve vivere?»
«È una questione complicata e non posso risponderle in quattro parole. Un giorno ne discuteremo in dettaglio.»
«Be’, ma allora dov’è il problema? Lei sembra soddisfatto della vostra società.»
«È stabile, questo è il guaio. È troppo stabile.»
Baley disse: «Non vi va bene niente. La nostra civiltà sarebbe sull’orlo del caos, la vostra sull’orlo della stagnazione».
«È una realtà, mi creda. Nessuno dei Mondi Esterni ha colonizzato un nuovo pianeta negli ultimi due secoli e mezzo, e non ci sono prospettive che lo faccia nel futuro. La nostra vita, lassù, è troppo lunga per essere messa a repentaglio e troppo comoda per essere scombussolata da progetti avventurosi.»
«Non so se questo sia vero, dottor Fastolfe. Prenda lei: è venuto sulla Terra, ha corso e corre dei rischi.»
«Sì, è così. Alcuni di noi, signor Baley, pensano che il futuro della razza umana valga la perdita di qualche singola vita. Anche di una vita molto lunga. Purtroppo siamo in pochissimi, e mi dispiace dirlo.»
«Va bene, vedo che ci avviciniamo al punto. In che modo Spacetown vi aiuta a risolvere il problema?»
«Noi cerchiamo di introdurre i robot sulla Terra perché vogliamo sbilanciare l’equilibrio economico delle Città.»
«E questo sarebbe il modo in cui volete darci una mano?» Le labbra di Baley fremevano. «Mi sta dicendo che cercherete di creare di proposito disoccupazione e declassamento?»
«Non per crudeltà o cinismo, mi creda. Un gruppo di diseredati, o declassati come lei li chiama, è quello che ci serve per formare un nuovo nucleo di coloni. La vostra antica America fu scoperta da navi piene di galeotti. Non vede che il sistema delle Città non può fare nulla per i diseredati? Essi non hanno niente da perdere, ma mondi da guadagnare se lasceranno la Terra.»
«Però il vostro piano non funziona.»
«No, non funziona.» Il dottor Fastolfe si era intristito. «C’è qualcosa che non va. Il risentimento dei terrestri nei confronti dei robot ci blocca. Eppure quegli stessi robot potrebbero accompagnare i coloni, semplificare i problemi d’adattamento ai nuovi mondi, rendere fattibile il processo di espansione.»
«E poi che succederebbe? Qualche Mondo Esterno in più.»
«No. I Mondi Esterni si sono formati prima che il cosiddetto Civismo si diffondesse sulla Terra; prima delle Città, insomma. Le nuove colonie sarebbero formate da individui con alle spalle l’esperienza delle Città, più la prospettiva di una cultura C/Fe. Sarebbe una sintesi, un amalgama. Così com’è ora. la Terra collasserà in un futuro molto prossimo, i Mondi Esterni degenereranno in un futuro appena più lontano, ma le nuove colonie saranno il ceppo nuovo e sano, perché combineranno il meglio dei due sistemi. E il loro atteggiamento verso i mondi più antichi, Terra inclusa, darà a tutti una scossa vitale.»
«Non lo so. È tutto confuso, dottor Fastolfe.»
«È un sogno, sì. Ma ci pensi.» Improvvisamente lo Spaziale si mise in piedi. «Ho parlato con lei più di quanto pensassi. Anzi, più tempo di quanto ci consigliano le circolari sanitarie. Vuole scusarmi?»
Baley e R. Daneel uscirono dalla cupola. Il sole si trovava in una posizione diversa ed era più giallo; la luce li inondò ancora una volta. Baley si domandò, fantasticamente, se su un altro mondo la luce del sole sarebbe parsa la stessa. Meno violenta, meno dorata, forse. E più sopportabile.
Un altro mondo? Il brutto Spaziale con le orecchie a sventola gli aveva riempito la testa di strane idee. Forse, in un giorno lontano, i medici di Aurora si erano chinati sul bimbo Fastolfe e si erano chiesti se convenisse farlo crescere… Non era troppo brutto? O forse i loro criteri non riguardavano l’estetica? Quand’è che la bruttezza diventa deformità, quali deformità…
Ma quando la luce sparì e superarono la porta che conduceva al Personale, l’influsso delle parole di Fastolfe cominciò ad attenuarsi.
Baley scosse la testa, esasperato. Era ridicolo. Costringere i terrestri ad emigrare, a fondare una nuova società! Era pura follia. Che cosa volevano realmente gli Spaziali?
Ci pensò, ma senza giungere ad alcuna conclusione.
Lentamente l’auto di pattuglia si immise sull’antica autostrada. Baley tornava nella realtà. Il fulminatore era un caldo e piacevole peso contro la coscia. I rumori e la vita pulsante della Città erano altrettanto caldi, altrettanto piacevoli.
Per un attimo, mentre la Città si chiudeva su di loro, il suo naso captò un odore leggero, fuggevole.
E Baley pensò: "La Città: puzza".
Pensò ai venti milioni di esseri umani ammassati fra le pareti d’acciaio del grande abisso e per la prima volta in vita sua ne avvertì l’odore con la sensibilità di chi ha respirato l’aria aperta.
Pensò: "Sarebbe diverso, su un altro mondo? Meno gente e più aria pulita?".
Ma il rombo pomeridiano della Città era tutto intorno a loro, l’odore recedette sullo sfondo e sparì, e Baley provò una vaga vergogna di se stesso.
Abbassò la leva di guida e captò una quantità maggiore di energia irradiata. L’autopattuglia accelerò improvvisamente e s’immise sulle deserte corsie dell’autostrada per veicoli a motore.
«Daneel» disse Baley.
«Sì, Elijah.»
«Perché il dottor Fastolfe mi ha detto tutte quelle cose?»
«Credo, Elijah, che volesse farti capire quanto è importante il caso a cui stiamo lavorando. Non si tratta soltanto di smascherare un assassino, ma di salvare Spacetown e con essa il futuro della razza umana.»
Baley disse, asciutto: «Credo che avrebbe fatto meglio a mostrarmi la scena del delitto e a farmi parlare con gli uomini che hanno trovato il corpo».
«Dubito che avresti potuto scoprire qualcosa, Elijah. Siamo stati piuttosto scrupolosi.»