Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]
- Автор: Азимов Айзек
- Серия: Elijah Baley e R. Daneel Olivaw (it) #2
- Год: 1971
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Giuseppe Lippi
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:
«No, no, Lije. Conoscevo bene il dottor Sarton e la sua testa non era danneggiata. Era lui.» Il questore mise una mano sugli occhiali, come se anche lui ricordasse l’incidente, e aggiunse: «L’ho esaminato da vicino, molto da vicino».
«E che mi dice di questo, allora?» Baley indicò di nuovo R. Daneel. «Non le ricorda il dottor Sarton?»
«Sì, come una statua.»
«La faccia inespressiva si può imparare a farla, questore. Supponga che il cadavere che ha visto fosse un robot. Ha detto di aver guardato da vicino, ma io mi chiedo: tanto vicino da poter giudicare se le bruciature ai margini della ferita erano materiale organico o uno strato carbonizzato messo sul metallo fuso?»
Il questore sembrava disgustato. «Ti stai rendendo ridicolo.»
Baley si volse allo Spaziale: «È disposto a far esumare il corpo per un esame, dottor Fastolfe?».
Fastolfe sorrise. «Non avrei nessuna obiezione, signor Baley, ma noi non abbiamo l’abitudine di seppellire i morti. La cremazione è diffusa universalmente sui Mondi Esterni.»
«Molto comodo» commentò Baley.
«Mi dica, signor Baley» ribatté Fastolfe «com’è arrivato alle sue straordinarie conclusioni?»
Baley pensò: "Non cede di un millimetro. Fra poco contrattaccherà, se ci riesce".
A voce alta, disse: «Non è stato difficile. Per imitare un robot ci vuole più che un’espressione rigida e un frasario convenzionale. Il guaio di voi uomini dei Mondi Esterni è che siete troppo abituati ai robot: li avete accettati come se fossero esseri umani e non siete più in grado di distinguere la differenza. Sulla Terra non è così. Sappiamo benissimo che cos’è un automa».
«Ora, R. Daneel è un’imitazione troppo buona per essere un semplice androide. La mia prima impressione, quando l’ho visto, è stata di avere davanti uno Spaziale. Ho dovuto faticare per abituarmi all’idea che fosse un robot, e naturalmente la ragione è che non è un robot, ma uno Spaziale.»
R. Daneel non diede segno di compiacersi per il fatto di essere al centro della discussione: «Come ti ho già detto, collega Elijah, sono stato progettato per confondermi tra gli uomini, almeno temporaneamente. La mia rassomiglianza con gli esseri umani è voluta».
«Fino al punto» disse Baley «di dotarti di quelle parti del corpo che, normalmente, rimangono coperte dai vestiti? Fino al punto di fornirti di organi che in un robot non avrebbero alcuna concepibile funzione?»
Enderby scattò: «Come l’hai scoperto?».
Baley arrossì. «Non ho potuto fare a meno di notarlo, nel… nel Personale.»
Enderby sembrava sconvolto.
Fastolfe disse: «Lei certo comprende che la rassomiglianza, se si vuole raggiungere lo scopo, dev’essere completa. Dal nostro punto di vista le mezze misure non servono».
Baley chiese: «Posso fumare?».
Concedersi tre pipe in un giorno era un’assurda stravaganza, ma si trovava di fronte a nemici testardi e gli ci voleva l’aiuto del tabacco. Dopotutto stava inchiodando gli Spaziali; gli stava ricacciando in gola le loro bugie.
«Mi dispiace» disse Fastolfe «ma preferirei che non lo facesse.»
Era una "preferenza" data con la forza di un ordine. Baley mise via la pipa che aveva già estratto a metà, aspettandosi di venire autorizzato.
Certo, pensò amaramente; Enderby non me l’ha detto perché lui non fuma, ma c’era da immaginarselo. Niente tabacco, sugli igienici Mondi Esterni, niente vino, niente vizi umani. Non c’era da meravigliarsi che nella loro dannata cultura C/Fe, o come diavola si chiamava, i robot venissero accettati tranquillamente. E quindi, non c’era da meravigliarsi che il sedicente R. Daneel facesse la sua parte così bene. Là nello spazio erano tutti robot.
«Non è solo una questione di rassomiglianza» disse Baley. «Nel mio settore c’è stato un tentativo di sommossa mentre portavo a casa lui.» (Dovette indicarlo, perché non riusciva a chiamarlo né R. Daneel né dottor Sarton.) «Ed è stato lui a mettere le cose a posto, puntando un disintegratore sui cittadini che brontolavano.»
«Bontà divina» gemette Enderby «il rapporto diceva che eri stato tu…»
«Lo so, questore» disse Baley. «Ho dettato io il rapporto; non volevo spargere la voce che un robot aveva puntato un’arma su degli esseri umani.»
«Certo, certo. Hai fatto benissimo.» Enderby era al colmo dell’orrore. Si piegò per osservare qualcosa che rimaneva fuori campo.
Baley immaginava che cosa fosse. Il questore stava leggendo il contaimpulsi per vedere se il trasmettitore era controllato.
«E questo è un altro punto a favore della sua tesi?» chiese Fastolfe.
«Certo. La Prima Legge della Robotica dice che un robot non può fare del male a un essere umano.»
«Ma R. Daneel non ha fatto niente.»
«Vero, e dopo mi ha detto che non avrebbe sparato comunque. Tuttavia nessun robot avrebbe violato lo spirito della Legge fino al punto da minacciare un uomo con un’arma. Anche se non avesse avuto intenzione di usarla.»
«Capisco. Lei è un esperto di robotica, signor Baley?»
«Nossignore, ma ho fatto un corso di robotica generale e di analisi positronica. Non sono un ignorante.»
«Questo è molto carino» disse Fastolfe «ma vede, io sono un esperto e le assicuro che la mente robotica si fonda su un’interpretazione assolutamente letterale dell’universo. Per un robot lo "spirito" della Prima Legge, come lei l’ha chiamato, non esiste; ciò che esiste e che conta è la lettera. I modelli semplici che costruite sulla Terra sono così sovraccarichi di circuiti di sicurezza che, probabilmente, sono incapaci perfino di minacciare un essere umano. Ma un modello perfezionato come R. Daneel è un altro discorso, e se interpreto la situazione correttamente il suo intervento ha impedito che si scatenasse una sommossa. Questo è perfettamente conforme alla Prima Legge.»
Internamente Baley cominciava a sudare, ma fece di tutto perché la sua espressione esterna rimanesse calma. Non sarebbe stato facile, ma avrebbe sconfitto lo Spaziale al suo stesso gioco.
«Lei può dire quello che vuole, ma messi insieme i vari punti continuano a insospettirmi. L’altra sera, mentre parlavamo del cosiddetto omicidio, il qui presente "automa" ha detto di essere stato trasformato in un detective grazie all’installazione di un nuovo impulso nei suoi circuiti positronici. Un impulso, mi ascolti bene, alla giustizia.»
«Posso garantire personalmente» disse il dottor Fastolfe. «Gli è stato fatto tre giorni fa, sotto la mia supervisione.»
«Le ricordo, dottor Fastolfe, che la giustizia è una astrazione, e che solo un essere umano può comprenderne il senso.»
«Se lei definisce la parola "giustizia" in modo tale che diventi un’astrazione, se dice, per esempio, che consiste nel dare a ogni uomo ciò che gli è dovuto, o nell’aderire al giusto, concordo con il suo punto di vista. Il senso che noi diamo a questi concetti non può essere recepito da un cervello positronico, almeno all’attuale stato delle conoscenze.»
«Dunque lo ammette, come esperto di robotica?»
«Certo. Ma la domanda è: che cosa intende, R. Daneel, con la parola giustizia?»
«A giudicare dal contesto della conversazione, intendeva esattamente ciò che lei, io o ogni altro essere umano intenderebbe.»
«Signor Baley, perché non chiede la definizione direttamente a lui?»
Baley cominciò a sentirsi meno sicuro. Si girò verso R. Daneeclass="underline" «E allora?».
«Sì, Elijah?»
«Qual è la tua definizione di giustizia?»
«La giustizia, Elijah, è ciò che si ottiene quando tutte le leggi vengono fatte rispettare.»
Fastolfe annuì. «Una buona definizione, signor Baley. Buona per un robot. In Daneel è stato inserito il desiderio di far rispettare la legge. La giustizia, per lui, è qualcosa di molto concreto, cioè qualcosa che esiste quando si ottiene l’osservanza di uno specifico e definito codice. Non c’è nulla di astratto in questo. Un essere umano può ammettere che, sulla base d’un astratto codice morale, alcune leggi sono cattive e la loro imposizione ingiusta. Ma R. Daneel… che hai da dire in proposito?»