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Gelsomino nel paese dei bugiardi

Электронная книга - «Gelsomino nel paese dei bugiardi». Краткое содержание книги:

In un paese, dove per ordine del sovrano tutto funziona al contrario e è proibito dire la verità, arriva Gelsomino dalla voce potentissima che con l'aiuto di simpatici amici sconfigge la prepotenza e fa trionfare la sincerità. In questo libro (uno dei primi) Rodari dà prova della sua straordinaria capacità di esplorare con occhio critico la realtà sociale e di muovere con brio e finezza di stile verso un universo fantastico costruito sull'altruismo, sulla generosità, sull'amicizia: Gelsomino con la sua voce e la sua simpatia ci invita a guardare con ottimismo al futuro. Età di lettura: da 6 anni.
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Giacomone respirò ancora una volta quell'aria reale, poi aprì una porticina che dava su un vicolo, si accertò che nessuno lo vedesse, fece un centinaio di passi e si trovò in piazza, in mezzo alla folla che applaudiva Gelsomino.

Così pelato e vestito di marrone nessuno poteva riconoscerlo: con la valigia, poi, sembrava un viaggiatore di commercio.

— Forestiero, eh? — gli domandò subito un tale, battendogli allegramente una mano sulla spalla. — Venga, venga anche lei a godersi il concerto del tenore Gelsomino! È quello là, vede? Quel giovanottino che ha l'aria di un corridore ciclista, insomma, che non gli si darebbero due soldi. Sente che voce?

— Sento, sento, — borbottò Giacomone. E fra sé aggiunse: «E vedo…»

Vide il suo amato balcone precipitare in pezzi, vide quello che voi immaginate già: la reggia che crollava su se stessa come un castello di carte stanco di stare in piedi, sollevando un nuvolone di polvere.

Gelsomino fece un altro acuto per far volare via la polvere, e si videro soltanto le macerie.

— A proposito, — disse ancora a Giacomone il suo vicino, — sa che lei ha una magnifica pelata? Non si offenderà mica se glielo dico, vero? Guardi la mia.

Giacomone si passò una mano in testa e guardò, com'era stato invitato a fare, la testa del suo vicino, calva e rotonda e liscia più di una pallina da ping pong.

— È proprio una bella pelata, — disse Giacomone.

— Macché, è delle più comuni. La sua sì che è splendida! Adesso che ci batte il sole, poi, solleva dei riflessi meravigliosi, ci si fanno male gli occhi a guardarla!

— Via, via, lei è troppo buono, — mormorò Giacomone.

— Ma no, non esagero. Sa cosa le dico? Che se lei facesse parte del nostro Club dei calvi, sarebbe subito eletto presidente.

— Presidente?

— A pieni voti.

— Avete un Club dei calvi?

— Certo. Fino, a ieri era un club segreto, ma adesso diventerà pubblico: ne fanno parte i migliori cittadini. E non è mica facile essere ammessi, sa? Bisogna provare di non avere più nemmeno un pelo in testa. C'è chi se li strappa, per entrare nel nostro club.

— E lei dice che io?…

— Lei potrebbe diventare il nostro presidente. Sarei pronto a scommetterci!

Giacomone sentì che stava per commuoversi.

«Dunque, — pensava, — dunque ho proprio sbagliato tutto! Ho sbagliato carriera. E adesso è troppo tardi per ricominciare…»

Approfittando di un movimento della folla, si allontanò dal suo interlocutore, uscì dalla piazza e se ne andò per le strade deserte, mentre nella valigia le sue dodici parrucche frusciavano tristemente.

Qua e là vide spuntare dai tombini certe teste che gli parve di riconoscere. Non erano i suoi pirati, quelli? Ma le teste sparivano subito alla vista di un cittadino come lui, calvo e vestito di marrone, dignitoso e calmo.

Giacomone si diresse verso il fiume, deciso a por fine ai suoi giorni. Ma quando fu sulla sponda cambiò decisione. Aperse la valigia, ne tolse le parrucche e, una alla volta, le gettò nell'acqua.

— Addio, — mormorava Giacomone, — addio, piccole bugiarde.

Le parrucche non andarono mica perdute: le pescarono, quel giorno

stesso, i ragazzini che infestavano le rive del fiume peggio dei coccodrilli. Le fecero asciugare al sole, se le misero in testa, e fecero un bellissimo corteo. Erano allegri e cantavano, eppure quello era il funerale del regno di Giacomone.

Mentre Giacomone se ne va per sempre, ed è ben fortunato di potersene andare, forse in qualche posto dove diventerà presidente, o almeno segretario, di un dignitosissimo Club dei calvi, noi torniamo a dare un'occhiata in piazza.

Gelsomino, finita la sua terribile canzone, si asciugò il sudore mormorando:

— E anche questa è fatta.

Al cuore, però, provava sempre la puntura di una spina: Zoppino non si era fatto vivo.

— Ma dove sarà finito? — si domandava il nostro eroe. — Non vorrei che fosse rimasto sotto le macerie del manicomio. Sono tanto bravo a fare disastri, io.

La folla, però, non gli diede il tempo di crucciarsi troppo.

— La colonna! — gridavano da tutte le parti. — Bisogna abbattere la colonna!

— Ma perché?

— Perché vi sono narrate le imprese di rè Giacomone: tutte bugie, anche quelle, perché Giacomone non si è mai mosso dal suo palazzo.

— Va bene, — disse Gelsomino, — farò una serenata come si deve anche alla colonna. Sgombrate tutt'attorno, che non vi caschi addosso.

La gente che si trovava presso la colonna si ritirò precipitosamente, la folla in tutta la piazza ondeggiò come l'acqua in una bagnarola. E finalmente Gelsomino potè vedere là, sulla colonna, a un paio di metri da terra un ben noto scarabocchio con tre zampe…

— Zoppino! — chiamò, mentre la spina gli cadeva dal cuore.

Il disegno tremò, le sue linee si curvarono per un attimo, poi tornarono immobili.

— Zoppino! — chiamò più forte Gelsomino.

Questa volta la voce penetrò nel marmo, vincendone la resistenza: Zoppino si staccò dalla colonna e saltò a terra, zoppicando.

— Meno male, meno male, — miagolava, baciando Gelsomino su una guancia, — se non c'eri tu sarei rimasto appiccicato a quella colonna e gli acquazzoni avrebbero finito col lavarmi via. Io amo la pulizia, tutti lo sanno: ma morire lavato, non mi sarebbe piaciuto affatto.

— Ci sono sempre io, — si udì esclamare Bananito, che a forza di gomitate e spintoni era riuscito a farsi strada per raggiungere i suoi e nostri amici. — Se mai ti succederà qualcosa di simile, io ti ridisegnerò tale e quale, più bello e più vero di prima!

Tre amici che si ritrovano hanno tante cose da dirsi: lasciamoli soli e tranquilli.

E la colonna?

Ma che noia volete che dia una colonna: le sue bugie serviranno a ricordare alla gente che un giorno su quel paese regnò un gran bugiardo, e che una canzone ben cantata bastò a far crollare il suo regno.

Per non fare torto a nessuno Gelsomino fa «uno a uno»

La storia sarà del tutto finita quando avrete appreso le poche notizie che qui vi darò, e che nella fretta di chiudere il ventesimo capitolo mi ero scordate in tasca. Sono gli ultimi foglietti degli appunti da me presi il giorno in cui Gelsomino mi narrò le sue avventure nel paese dei bugiardi.

Leggo in questi foglietti che di Giacomone non si seppe più nulla: così non posso nemmeno dirvi se è diventato una persona per bene

O se le sue gambe di pirata lo hanno portato di nuovo sulla cattiva strada.

Leggo pure che Gelsomino, per quanto in generale abbastanza contento di quel che aveva fatto, non poteva passare per la piazza della città senza sentirsi un po' a disagio, come uno che ha un sassolino in una scarpa.

— C'era proprio bisogno, — egli si rimproverava, — di distruggere completamente la reggia, di farne un mucchio di rovine? Giacomone sarebbe scappato lo stesso anche se mi fossi accontentato di rompere i vetri: poi si chiamava un vetraio e tutto si aggiustava.

A togliergli questo sassolino dalla scarpa ci pensò Bananito, che ricostruì il castello alla sua maniera, con pochi pezzi di carta e una scatola di colori. Ci mise mezza giornata, e non trascurò il balcone all'ultimo piano. Anzi, quando il balcone spuntò al posto giusto, la gente voleva che Bananito ci montasse a pronunciare un discorso.

— Date retta a me, — rispose Bananito, — fate una legge per proibire a chiunque di pronunciare discorsi da quel balcone. Io, poi, faccio il pittore e basta. Se proprio volete un discorso, rivolgetevi a Gelsomino.

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