Meduse [Ring of Swords - it]
- Автор: Арнасон Элинор
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 1123-329X
- Переводчик: Grazia Alineri
- Жанр: Социально-философская фантастика
Электронная книга - «Meduse [Ring of Swords - it]». Краткое содержание книги:
— Suppongo che dovrete usare le droghe — disse. — È l’unico modo per convincervi che non ho fatto nulla. Forse vogliono solo sapere che cos’è accaduto. Forse vogliono solo farmi delle domande.
— Bene, allora — disse il dottore.
Il capitano Van disse: — Tutto questo è ridicolo. Io sono l’ufficiale in comando, qui, e non vi permetterò di interrogarla ulteriormente. La consegneremo al nemico in buone condizioni, come hanno richiesto. Non metterò in pericolo le vite di centinaia di persone solo per soddisfare la sua curiosità, dottore.
Guardò Gislason. — Riporti la signora Perez nella sua stanza. Poi… — Fece un sospiro. — …decideremo che cosa dire ai hwarhath.
15
Anna trascorse il resto della giornata nella sua stanza. Un soldato… una donna latino-americana… le portò la colazione: un sandwich al formaggio e del caffè. Anna chiese notizie.
— Non posso dirle nulla — rispose la donna, in spagnolo.
Dopo che ebbe finito di mangiare, tirò fuori il computer ed esaminò la directory. Conteneva un programma di intrattenimento generico: scacchi, dama, bridge, la nuova edizione di Monopoli e Rivoluzione, una mezza dozzina di romanzi. Guardò la lista dei romanzi. Aveva sempre desiderato leggere Moby Dick, perché non farlo adesso?
Cominciò.
La soldatessa le portò la cena di verdura e riso. Anna mangiò, fece una doccia e andò a letto presto. Questa volta non fece fatica ad addormentarsi.
Il mattino seguente, continuò a leggere. Era al capitolo sul biancore quando la porta si aprì. La colazione, pensò; e in ritardo.
Entrò un hwarhath: piccolo di statura e ordinato, con la solita uniforme grigia. Il suo pelo era grigio scuro, quasi nero.
Anna sollevò la testa, sorpresa. Lui abbassò immediatamente lo sguardo.
— Anna Perez? — domandò.
— Sì?
— Mi chiamo Hai Atala Vaihar. Il mio rango è di osservatore quello-davanti e faccio parte dello staff del primo difensore Ettin Gwarha. Sono stato mandato a liberarla.
— Il suo inglese è eccellente — disse Anna.
Lui mostrò brevemente i denti. Era un sorriso? — Ho imparato da uno di madre lingua, sebbene Sanders Nicholas dica di non essere del tutto soddisfatto del mio accento. La mia lingua natia è tonale, e sembra che non mi riesca di perdere la cadenza.
Anna spense il computer, prese la giacca e se la mise. Dopo un attimo di ripensamento, si infilò il computer nella tasca. Moby Dick stava diventando interessante. — Vogliamo andare? Questa stanza mi fa venire i brividi.
— Prego?
— Mi fa sentire a disagio.
— Sì. Andiamo. Prego, vada avanti lei. Usciremo subito. Ho ordini di prendere lei e l’addetto senza perdere tempo.
Anna ricordò la strada per uscire e la prese decisamente, l’alieno alle sue spalle.
— Come sta Nicholas? — domandò.
— Al momento, è fortemente sedato. È stato il nemico. Hanno detto che era sconvolto e che non riuscivano a calmarlo.
— Hanno cercato di interrogarlo.
Silenzio, poi il hwarhath disse: — Sanders Nicholas è famoso per non amare rispondere alle domande.
Non c’era nessuno nei corridoi, né umani, né alieni. La musica era stata spenta. Anna sentiva soltanto il leggero ronzio del sistema di circolazione dell’aria e il rumore dei loro passi che echeggiava tra le pareti di cemento.
Che cos’era accaduto? Gli alieni controllavano anche quel posto?
Passarono davanti a una porta aperta. Anna guardò dentro e vide un hwarhath curvo su un computer che batteva sulla tastiera con discreta rapidità.
Poteva essere la risposta alla sua domanda.
Arrivarono al primo corridoio, quello che portava direttamente fuori. I tubi nel soffitto erano accesi come prima ma in fondo al corridoio la porta con la ruota era aperta e la luce del sole irrompeva all’interno.
Quando emersero all’aperto, Anna fece un respiro. Ah! Aria fresca! C’era vento e il cielo era punteggiato di piccole nuvole. Attorno a lei, le colline erano di un giallo acceso. Sotto di lei, un laghetto azzurro al centro di una piccola valle. Ai margini dell’acqua crescevano degli alberi, tutti (per quello che riusciva a vedere) della stessa varietà: arancione cupo con tronchi corti e robusti e rami tozzi. E senza foglie.
L’alieno le si fermò accanto e fece un gesto. A destra c’era uno spazio livellato. Vi si trovavano due aerei: hwarhath, di quelli con le ali a pale di ventilatori per il decollo e l’atterraggio verticale.
— Dove siamo? — domandò Anna.
— Ho ancora dei problemi con le distanze umane — rispose l’alieno. — Anche se ho finalmente imparato come misurate il tempo. Siamo a due ore a sudovest della stazione umana di ricerca. Sanders Nicholas è già sull’aereo. Per favore, prosegua, signora.
Lei camminò sulla vegetazione di similmuschio giallo… era fitta, morbida ed elastica, e l’aria profumava del suo leggero aroma secco… poi salì per una scala di gradini metallici, entrando infine in una cabina che assomigliava a quella di un aereo umano. C’era un corridoio al centro, tra due file di sedili. Ma quanti modi c’erano per trasportare tanti umanoidi?
I sedili erano più larghi di quelli di qualsiasi aereo umano: ampi e bassissimi, con larghi braccioli e molto spazio per le gambe. Strano, tenuto conto che gli alieni erano… come gruppo… più piccoli degli umani. Non c’erano finestrini. Curioso. Quella gente non voleva sapere dove andava?
L’alieno le indicò la parte anteriore dell’aereo. Anna proseguì in quella direzione. A metà del corridoio si imbatté in Nicholas. Era seduto vicino alla parete della cabina, accasciato, con la testa reclinata da un lato. Era avvolto in una coperta. Il viso era bianco come un lenzuolo e gli occhi erano chiusi. Al suo fianco sedeva un hwarhath.
— Nick. — Anna si fermò.
L’alieno accanto a lui sollevò brevemente lo sguardo, poi l’abbassò di nuovo.
— Nicholas.
Lui alzò la testa e aprì gli occhi. Anna ebbe l’impressione che non riuscisse a vederla. Dopo un momento, Nick parlò in una lingua incomprensibile. La voce era stanca.
L’alieno che accompagnava Anna spiegò: — Non credo che l’abbia riconosciuta, signora. Parla nella nostra lingua.
— Che cos’ha detto?
— Che non sa nulla. Credo che dovremmo proseguire.
Anna si sedette qualche sedile più avanti. Il suo alieno… come si chiamava? Vai qualcosa?… prese posto al suo fianco e le spiegò come allacciarsi la cintura.
Un paio di minuti dopo, i motori si accesero. L’aereo decollò. Anna tirò fuori il computer che si era portata dalla cella, lo accese e finì di leggere il capitolo sulla bianchezza della balena.
L’alieno sedeva tranquillamente, le mani intrecciate, senza fare assolutamente nulla.
Due ore dopo, secondo l’orologio del computer, l’aereo cominciò a scendere. Anna spense Moby Dick. Il velivolo rallentò. Il rumore dei motori cambiò mentre si fermavano a mezz’aria e poi atterravano. Un atterraggio dolcissimo; Anna lo avvertì appena. Quella gente sembrava essere brava in tutto quello che faceva. Un lato non umano.
I motori tacquero. Anna si slacciò la cintura.
— La prego di restare dove si trova, signora. Sanders Nicholas verrà portato fuori per primo. Posso chiederle che cosa stava leggendo?
— La storia di un uomo che si era lasciato ossessionare dal pensiero di dare la caccia e uccidere un grosso animale marino.
— Ci è riuscito?
— L’animale lo ha ucciso.
Lei sentì la portiera che si apriva e una corrente d’aria umida e che sapeva d’oceano che entrava. Alle sue spalle, ci fu del movimento. Qualcuno parlò nella lingua degli alieni.