Meduse [Ring of Swords - it]
- Автор: Арнасон Элинор
- Год: 1995
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 1123-329X
- Переводчик: Grazia Alineri
- Жанр: Социально-философская фантастика
Электронная книга - «Meduse [Ring of Swords - it]». Краткое содержание книги:
In quel momento, però, la musica era troppo forte e le parole non erano comprensibili. Un sistema sonoro di second’ordine.
— Che cosa succede? — domandò Gislason.
Il soldato con le sopracciglia azzurre si strinse nelle spalle.
Quel nuovo ambiente era contraddistinto da molte porte. Ne superarono diverse, tutte chiuse, poi arrivarono a una già aperta. Gislason la prese per il gomito e la guidò dentro.
Un ufficio ordinario, con una donna dall’aspetto ordinario seduta a una scrivania. Non aveva neppure la capigliatura alla moicana: i suoi capelli… folti e ricci e neri… le andavano da tutte le parti sulla testa. Indossava una specie di uniforme anche se non militare: una casacca azzurro marina e una camicetta d’argento con il collo alto. La cravatta era scura e stretta e appuntata con una spilla a forma di delfino.
Gislason chiuse la porta. La musica divenne a malapena udibile. — Perché tutto questo rumore?
— Abbiamo qualche problema con l’insonorizzazione — disse la donna. — Tra le stanze e il corridoio. E altrove. Non si riesce a sentire da una stanza all’altra e all’esterno il suono non filtra. Di questo sono sicura. Ma, tutto sommato, direi che quella della musica è una buona idea. — Tacque per un momento. — E aiuta il morale. Ci ricorda che stiamo combattendo per la civiltà umana. Lei dev’essere la signora Perez.
— Sì. Vorrei sapere esattamente in che cosa sono stata cacciata. Dove sono? Che cos’è questo posto? E che cosa ne sarà della mia barca? Il nemico… i hwarhath, voglio dire… non la individuerà? Che cosa penseranno quando scopriranno che è vuota?
— Non risponderò a tutte le sue domande — disse la donna. — Le dirò della barca. In questo momento… — Si guardò il polso. — …dovrebbe essere affondata.
— Che cosa?
— Tutto ciò che il nemico troverà sarà un relitto e troppo in profondità per essere riportato facilmente a galla. E anche se ci riuscissero, che cosa scoprirebbero? — La donna guardò Gislason.
— Che nella cambusa è scoppiato un incendio — disse lui. — Impianto elettrico difettoso della caffettiera. Il fuoco ha raggiunto i serbatoi del carburante e… bum.
— Figlio di puttana — sbottò Anna.
— Lei non ha alcun motivo per credere che la madre del tenente Gislason sia in qualche modo responsabile dell’attuale comportamento del figlio — disse la donna. — Il nemico non troverà cadaveri, naturalmente. Questo succede, nell’oceano. La corrente li porta via. E chi sa dove finiscono… È però sempre possibile che saltino fuori prima o poi.
— Che cosa? — fece Anna.
— Un corpo — disse la donna in tono rassicurante. — Non il suo, naturalmente. Quello di Sanders. Preferiremmo tenerlo vivo. È sempre possibile ottenere da lui il massimo delle informazioni in una settimana o due o tre. Dopo di che, potremmo disporne a piacimento, se fosse necessario.
Ma chi era quella persona? Anna ripassò mentalmente i nomi di famigerati mostri degli ultimi duecento anni. Nessuno aveva mai presentato la prova certa che il dottor Mengele fosse morto. Ma dopo centonovant’anni… E il colonnello Peterson giaceva sotto un nero monumento di granito dopo aver dedicato la sua vita (così diceva l’iscrizione sulla lapide) alla Causa della Salute Pubblica in America.
— Ricomparirà soltanto se i hwarhath insisteranno per avere la prova della sua morte. Be’, se proprio insisteranno, allora il suo cadavere finirà su qualche spiaggia. — La donna fece una pausa. — Non nelle migliori condizioni, ma riconoscibile e con resti sufficienti a determinare che è morto per annegamento.
Gesù Maria, quella persona stava gioiosamente trastullandosi con l’idea di un assassinio; lo si capiva dalla voce; e godeva anche all’idea di terrorizzare Anna Perez.
— Se riusciremo a convincerli, se vorranno credere a un incidente, lei e Sanders lascerete il pianeta. Ma non subito. Per il momento, Anna… posso chiamarla così? …lei starà a Campo Libertà.
— Non sarà un nome serio.
— È l’unico posto del pianeta dove siamo liberi dalla sorveglianza del nemico. — La donna tacque. — E liberi dalla interferenza dei civili. Sì, Anna, il nome è serio. — Si alzò. Adesso Anna poteva vedere anche i pantaloni di ottima fattura che completavano la sua tenuta. — Le mostro la sua stanza.
Lasciarono Gislason in ufficio. La donna fece strada lungo il corridoio. Adesso c’era una nuova canzone, una che Anna non conosceva. La musica era sempre troppo forte e ancora Anna non riusciva a capire le parole anche se le parve che fossero inglesi.
Svoltarono in un corridoio laterale. Il livello del rumore diminuì appena.
— Ecco — disse la donna e aprì una porta.
Un’altra stanza assolutamente ordinaria. Sembrava quella di un dormitorio. Un tavolo, una sedia, un cassettone, un letto, una seconda porta che dava in un piccolo bagno. Niente finestre, naturalmente.
— Ci sono degli asciugamani nel bagno, e l’altro occorrente… spazzolino, pettine e così via. Il cassettone contiene un cambio di indumenti. C’è un computer nel tavolo. Le ho ordinato la cena, riso al curry con verdure. Temo che tutto il nostro cibo sia vegetariano. Spero non le dispiaccia.
Anna si scoprì a rispondere: — No, certo che no, non mangio quasi mai la carne.
— Bene. — La donna sorrise. — La porta sarà chiusa a chiave. Non possiamo davvero permetterle di girare per il campo. La prego di entrare.
Lei lo fece senza protestare, poi si girò e aprì la bocca. La porta sbatté. Ci fu il clic di un chiavistello che scattava.
Si sedette sul letto. Era una prigioniera, tenuta da gente che aveva deliberatamente distrutto l’unica barca di ricerca esistente nel raggio di anni luce, proprietà del governo che dava lavoro a quella stessa gente. Che razza di stronzi criminali erano?
Assassini, pensò dopo un momento. Questo spiegava certamente perché Nicholas era parso così terrorizzato. Doveva aver saputo.
Aveva fatto la cosa giusta mandando quel messaggio.
E se non fosse arrivato? Se nessuno si fosse comportato di conseguenza? Si tirò indietro i capelli e si massaggiò il viso. Aveva tutti i muscoli tesi. E se il messaggio fosse finito in mano alla Mi? Era possibile, forse probabile, si rese conto.
Il suo corpo sarebbe stato ritrovato su una spiaggia, e forse allora non avrebbero neppure avuto bisogno di uccidere Nicholas. Se trovavano lei, allora i hwarhath si sarebbero convinti che l’incidente era vero.
Il messaggio poteva perfino essere inutile. Forse doveva già rassegnarsi alla sconfitta. Aveva fatto quello che volevano. Non era più di alcuna utilità e poi… sapeva troppo.
Nicholas, invece, era assai più prezioso. Aveva senso uccidere prima lei.
Cominciò a tremare. Come aveva fatto a finire in quel casino?
Parlando con un uomo piacevole. Accettando qualcuno non appena lo aveva visto. Piacendole qualcuno soltanto perché era curioso e faceva buone domande.
La porta si aprì e il soldato con le sopracciglia azzurre entrò. — La cena — disse e depose un vassoio sul tavolo. — Tutto bene? Ha bisogno di qualcosa?
— Uscire di qui.
— Spiacente, signora. Meglio che le dica che questa stanza è sotto sorveglianza. Potrebbe risparmiarle qualche situazione imbarazzante. — Il soldato sorrise. — Facciamo cose che non vogliamo altri vedano. Buonasera.
Se ne andò. Anna si alzò. Non aveva fame, ma c’era mezza bottiglia di vino bianco sul vassoio. Certamente non adatto alla giornata che stava vivendo ma doveva fare di necessità virtù. Aprì la bottiglia e riempì un bicchiere, rimettendosi a sedere. Era un po’ dolce. Uno Chardonnay?