Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]
- Автор: Азимов Айзек
- Серия: Elijah Baley e R. Daneel Olivaw (it) #2
- Год: 1971
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Giuseppe Lippi
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:
Quella mattina, prima di partire, Baley aveva esaminato le foto di Spacetown prese da Enderby. R. Daneel aveva appena combinato l’appuntamento e Baley cercava di abituarsi all’idea che fra poco avrebbe incontrato degli Spaziali in carne e ossa. Era molto diverso dal parlarci via cavo, esperienza che aveva già fatto parecchie volte.
Gli Spaziali che aveva visto in fotografia non erano diversi da quelli rappresentati nei librofilm: alti, rossi di capelli, severi, di bell’aspetto ma freddi. Come R. Daneel Olivaw, insomma.
R. Daneel gli aveva detto i nomi dei personaggi ritratti, e a un certo punto Baley aveva chiesto: «Questo sei tu, vero?». «No, Elijah» aveva risposto R. Daneel «questo è il mio costruttore, il dottor Sarton.»
Parole che non rivelavano la minima traccia di emozione.
«Ti ha fatto a sua immagine?» aveva chiesto Baley, ironico, ma l’automa non aveva risposto e del resto lui non se l’era aspettato. Sui Mondi Esterni, a quanto ne sapeva, la Bibbia aveva una diffusione limitatissima.
E ora Baley si trovava faccia a faccia con Han Fastolfe, che non si discostava per nulla dal cliché degli Spaziali; il terrestre gliene fu grato.
«Vuole accettare del cibo?» chiese Fastolfe.
Indicò il tavolo che divideva lui e R. Daneel dal terrestre, ma sopra non c’era altro che una serie di sferoidi colorati. Baley si sentì preso in contropiede, perché li aveva scambiati per gingilli.
R. Daneel spiegò: «Sono i frutti di una pianta che cresce su Aurora. Ti consiglio di provare questo, si chiama mela ed è ritenuto molto buono».
Fastolfe sorrise. «R. Daneel non può dirlo per esperienza personale, ma ha ragione.»
Baley si portò la mela alla bocca. La superficie era rossa e verde, al tatto era fresca e aveva un odore lieve e piacevole. Si fece forza e diede un morso, ma l’inatteso gusto aspro della polpa gli fece limare i denti.
Masticò il boccone suo malgrado. Gli abitanti della Città mangiavano cibo naturale solo quando il razionamento lo permetteva e lui stesso aveva assaggiato vera carne o pane; tuttavia anche quegli alimenti venivano trattati in modo speciale: erano cotti o essiccati, mescolati tra loro e rinforzati. La frutta, per esempio, era distribuita sotto forma di salse o conserve; ciò che teneva in mano adesso, invece, veniva direttamente dalla terra sporca del pianeta.
Baley pensò: "Spero che l’abbiano lavata, almeno".
Di nuovo si meravigliò delle contraddittorie misure igieniche adottate dagli Spaziali.
Fastolfe disse: «Permetta che mi presenti un po’ meglio. Io sono incaricato di supervisionare le indagini sull’assassinio del dottor Sarton qui a Spacetown; sono l’equivalente locale del questore Enderby. Se posso esserle d’aiuto in qualche modo, sono pronto a farlo. Siamo altrettanto ansiosi di voi di chiudere la questione pacificamente e senza scalpore. Non desideriamo preparare il terreno a nuovi incidenti».
«Grazie, dottor Fastolfe» disse Baley. «Apprezzo molto la sua collaborazione.»
"E questo" pensò "esaurisce i convenevoli." Morse il centro della mela e una serie di piccoli ovoidi neri gli entrò in bocca. Sputò immediatamente, senza rendersi conto di quel che faceva. Gli oggetti neri caddero sul pavimento. Uno avrebbe colpito la gamba di Fastolfe, se lo Spaziale non l’avesse spostata in fretta.
Baley arrossì e si chinò a raccoglierli.
Fastolfe disse, conciliante: «Va tutto bene, signor Baley. Li lasci pure dove sono».
Baley si mise dritto e posò la mela. Aveva la sgradevole sensazione che una volta che se ne fosse andato i piccoli oggetti neri sarebbero stati raccolti da un aspiratore, i frutti messi sul tavolo sarebbero stati, bruciati o comunque espulsi da Spacetown e tutta la stanza sarebbe stata inondata di viricida.
Per coprire l’imbarazzo assunse un atteggiamento brusco. «Chiedo l’autorizzazione di personificare il questore Enderby, in modo che possa assistere a questa riunione.»
Fastolfe alzò le sopracciglia. «Certo, se desidera. Daneel, vuoi stabilire il collegamento trivision?»
Baley rimase rigido e a disagio al suo posto, gli occhi puntati sul parallelepipedo trasparente che occupava un angolo della stanza. Quando il parallelepipedo scomparve, al suo posto videro la figura del questore Enderby e di parte della sua scrivania. In quell’istante il disagio finì e Baley sentì nient’altro che amore per il personaggio familiare del questore; e, insieme all’amore, il desiderio di essere al sicuro con lui nel suo ufficio, o in qualunque altro punto della Città. Si sarebbe accontentato perfino di un settore periferico nel Jersey, fra le vasche del lievito.
Ora che il suo testimone era presente, Baley non vedeva ragione di rimandare. Disse: «Credo di aver fatto luce sul mistero che circonda la morte del dottor Sarton».
Con la coda dell’occhio vide Enderby che scattava in piedi afferrando con successo, e all’ultimo momento, gli occhiali che gli erano schizzati dal naso. Ora il questore usciva dall’inquadratura tridimensionale e fu costretto a sedersi di nuovo. Aveva la faccia rossa e si vedeva che non riusciva a trovare nulla da dire.
Il dottor Fastolfe era sorpreso, ma in modo più tranquillo: si limitò a inclinare la testa da un lato. Solo R. Daneel non mostrava alcuna emozione.
«Lei vuol dire» chiese Fastolfe «che conosce l’assassino?».
«No» rispose Baley. «Perché so che non c’è stato assassinio.»
«Cosa?» gridò Enderby.
«Un momento, questore» disse Fastolfe, alzando una mano. Fissò gli occhi in quelli di Baley e disse: «Vuol dire che il dottor Sarton è vivo?».
«Sì, signore’ e credo anche di sapere dov’è.»
«Dove?»
«Davanti a lei.» E indicò decisamente R. Daneel Olivaw.
VIII
L’identità di un robot
Per un attimo Baley sentì distintamente il sangue che gli rombava nelle vene. Viveva in un tempo sospeso, al cui centro stava il viso inespressivo di R. Daneel. Han Fastolfe si limitava a sfoggiare uno stupore urbano e contenuto.
Ma quella che impensieriva Baley era la reazione del questore. Il ricevitore tridimensionale non era perfetto e c’era un certo sfarfallio, oltre a un’inadeguata risoluzione. Grazie a questo, e agli occhiali che gli coprivano la faccia, lo sguardo di Enderby era indecifrabile.
Baley pensò: "Non mandarmi al diavolo proprio ora, Julius. Mi servi".
Non pensava che Fastolfe avrebbe fatto un gesto inconsulto, dettato dall’emotività. Una volta aveva letto, non ricordava dove, che gli Spaziali non erano religiosi, e che al posto della fede coltivavano una sorta di flemmatico razionalismo elevato a sistema filosofico. Baley contava su questo fatto. La reazione sarebbe stata lenta e scaturita dalla ragione.
Se Baley fosse stato solo in mezzo a loro, e avesse detto ciò che aveva detto, era certo che non sarebbe più tornato vivo alla Città: la fredda razionalità degli Spaziali avrebbe consigliato di eliminarlo. I progetti a lungo termine di Spacetown contavano, ai loro occhi, molto più della vita di un abitante della Città. Julius Enderby avrebbe ricevuto scuse formali e forse il suo cadavere sarebbe stato restituito, fra un generale scuotimento di teste e l’implicita convinzione che il complotto terrestre aveva colpito ancora. Il questore l’avrebbe bevuta. Era fatto così. Se odiava davvero gli Spaziali, era un odio fatto di paura. Non avrebbe osato dubitare delle loro parole.
Per questo Baley aveva voluto che assistesse alla scena; gli serviva un testimone, ma un testimone che si trovasse fuori portata del contrattacco nemico.
Il questore tossì e disse: «Lije, hai preso un grosso granchio. Ho visto il cadavere del dottor Sarton con i miei occhi».
«Lei ha visto i resti carbonizzati di qualcosa che le è stato detto essere il dottor Sarton» rispose Baley, imbaldanzito. Poi pensò all’episodio degli occhiali rotti: per gli Spaziali era stata manna.