Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]
- Автор: Райс Энн
- Серия: Cronache dei vampiri #4
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Longanesi
- ISBN: 978-88-304-1915-5
- Переводчик: Cristina Messori
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]». Краткое содержание книги:
Mi accomodai sulla poltrona di fronte alla sua, nel posto che ormai supponevo essere il mio. Una poltrona avvolgente, di morbido cuoio, leggermente scricchiolante per il peso degli anni, ma assai confortevole, dotata di un alto schienale con ali laterali e di braccioli ampi e robusti. La sua poltrona non faceva pendant con la mia, però era altrettanto comoda, anche se appena più consunta dall’uso.
Lui rimase davanti al fuoco, ancora intento a studiarmi. Poi si sedette. Tolse il tappo di vetro dalla bottiglia, si riempì il bicchiere e lo alzò, come a voler brindare. Ne sorbì un lungo sorso e fremette leggermente alla percezione di calore che gli scendeva lungo la gola.
D’un tratto, ricordai con assoluta esattezza quella particolare sensazione. Risaliva a quando andavo nel granaio della mia tenuta in Francia e bevevo cognac proprio in quel modo, con la medesima espressione sul viso, mentre il mio amico mortale e amante, Nicki, mi strappava avidamente la bottiglia di mano.
«Vedo che sei di nuovo tu», disse David con improvviso calore, abbassando il tono di voce, mentre mi scrutava. Sprofondò nella poltrona, col bicchiere appoggiato sul bracciolo destro. Mostrava un atteggiamento di grande compostezza, sebbene fosse molto più a suo agio di quanto non lo avessi mai visto. I suoi capelli, folti e ondulati, avevano acquisito una splendida sfumatura grigio scura.
«Davvero trovi che mi somigli?» chiesi.
«C’è quel malizioso sguardo nei tuoi occhi…» rispose sottovoce, ancora intento ad analizzarmi. «E poi quel vago sorriso che non ti lascia per più di un secondo quando parli. Inoltre c’è la pelle: quella sì, che è cambiata. Mi auguro che non provi più dolore. È così, vero?»
Feci un piccolo gesto di diniego. Potevo sentire il battito del suo cuore: rispetto ai tempi di Amsterdam rivelava una maggiore debolezza e, di tanto in tanto, mostrava anche segni d’irregolarità.
«Per quanto tempo la tua pelle rimarrà così scura?» chiese.
«Forse per anni, o almeno così mi pare abbia detto qualcuno degli anziani. Non ho scritto di questo nella Regina dei Dannati?» Pensai a Marius, a come fosse adirato con me in generale e con quale severità avrebbe disapprovato ciò che avevo fatto.
«È stata Maharet, l’anziana dai capelli rossi», commentò David. «Nel tuo libro afferma di avere fatto la stessa cosa soltanto per scurire la sua pelle.»
«Che coraggio», sussurrai. «Ma tu non credi nella sua esistenza, eh? Sebbene io me ne stia seduto proprio qui, con te, adesso.»
«Io credo in lei… È ovvio che ci credo. Come credo a ogni cosa che hai scritto. Ma io ti conosco! Dimmi, che cos’è accaduto nel deserto? Hai creduto davvero di poter morire?»
«Te ne esci con questa domanda, David, e così, su due piedi…» sospirai. «Non posso sostenere di averci creduto. E probabile che mi stessi trastullando con l’idea, facendo uno dei miei soliti giochetti. Ho giurato di non mentire agli altri, ma lo faccio con me stesso. Non penso di poter morire ora, perlomeno non in un modo che possa mettere in atto personalmente.»
Emise un lungo sospiro.
«Perché dunque la morte non ti spaventa, David? Non intendo tormentarti con la mia vecchia offerta, ma in tutta onestà non riesco davvero a comprendere. Tu non hai davvero paura di morire, e questo non lo capisco. Perché tu puoi morire, è ovvio.»
Nutriva forse qualche dubbio? Non rispose subito, anche se mi sembrava punto sul vivo. E quasi udivo i movimenti del suo cervello, sebbene non potessi raggiungere i suoi pensieri.
«Perché proprio il Faust, David? Forse che io sono Mefistofele, mentre tu sei Faust?» ripresi.
Scosse la testa. «Io potrei essere Faust», disse infine, versandosi un altro scotch, «ma tu non sei il Diavolo, questo è perfettamente chiaro.» Emise un altro sospiro.
«Mi sono mostrato tuttavia piuttosto distruttivo nei tuoi confronti, non credi? L’ho capito ad Amsterdam. Non ti trattieni nella Casa Madre a meno che tu non vi sia costretto. Non ti ho fatto impazzire, ma ho sortito un gran brutto effetto, no?»
Ancora una volta non rispose subito. Mi guardava coi larghi e sporgenti occhi scuri, considerando la domanda da tutti i punti di vista. Le linee profonde del suo viso, come le pieghe sulla fronte, i segni agli angoli degli occhi e intorno al profilo della bocca, sottolineavano la sua espressione affabile e leale. Non rivelava tracce di asprezza, quell’essere, piuttosto un’infelicità di fondo strettamente legata a gravi considerazioni che abbracciavano il corso di tutta una vita.
«Può essere successo, in qualche modo, Lestat», disse infine. «Esistono ragioni per cui io non sono più indicato per rivestire la carica di Generale Superiore. Può essere successo, ne sono abbastanza certo.»
«Spiegati. Pensavo che tu fossi uno degli elementi cardine dell’ordine, che quello fosse la tua vita.»
Scosse la testa. «Sono sempre stato inadatto al Talamasca. Ti ho accennato alla mia gioventù in India: avrei potuto continuare a vivere in quel modo. Non sono uno studioso nel senso convenzionale del termine, non lo sono mai stato. Sono tuttavia come Faust nel dramma: un vecchio che non è riuscito a penetrare i segreti dell’universo. Pensavo di averlo fatto quand’ero giovane, la prima volta che ho avuto una visione, la prima volta che ho conosciuto una strega, la prima volta che ho udito la voce di uno spirito e gli ho fatto eseguire i miei ordini. Ho creduto di averlo fatto! Invece non era nulla. Quelle sono cose terrene… misteri terreni. O misteri che non risolverò mai, in ogni modo.» Fece una pausa, come se volesse dire qualcosa di più, qualcosa di preciso. Ma poi alzò il bicchiere e bevve con aria piuttosto assente, senza quell’espressione che aveva riservato al primo scotch della serata. Rimase a fissare il bicchiere, poi lo riempì di nuovo.
Detestavo il fatto di non poter leggere i suoi pensieri, di non riuscire a captare nelle vibrazioni delle sue parole la più debole emanazione.
«Tu sai perché sono diventato un membro del Talamasca?» chiese. «Non ha nulla a che fare con l’erudizione. Non ho mai creduto di rimanere confinato nella Casa Madre, di barcamenarmi tra documenti, lavorare al computer e mandare in giro fax per tutto il mondo. Nulla di tutto ciò. Ogni cosa è cominciata con un’altra spedizione di caccia verso una nuova frontiera, per così dire, un viaggio nel lontano Brasile. È stato lì che ho scoperto l’occulto, lì, nelle stradine tortuose della vecchia Rio, dove ogni passo mi sembrava eccitante e pericoloso più di quanto la mia vecchia caccia alla tigre non fosse mai stata. Era quello che mi attirava, il pericolo. E come sono invece arrivato a esserne così lontano, non lo so.»
Non ribattei, ma qualcosa mi apparve evidente: nel suo interesse nei miei confronti il rischio doveva ricoprire un ruolo chiave. Era stato il pericolo ad attrarlo. Gli avevo attribuito una certa ingenuità da studioso a tale riguardo, ma ormai capivo che la questione era un’altra.
«Sì», aggiunse, mentre lo sguardo diventava allegro. «Proprio così, sebbene non possa onestamente credere che tu mi abbia mai fatto del male.»
«Non illuderti», replicai. «E sai bene che lo stai facendo, che stai commettendo il vecchio errore: credi in ciò che vedi. E io non sono come appaio.» «Che cosa vuoi dire?»
«Andiamo! Sembro un angelo, ma non lo sono. Le antiche leggi della natura includono molte creature come me: il pitone diamantino o la tigre… Esseri meravigliosi, ma anche spietati assassini. Tu permetti ai tuoi occhi d’ingannarti. Ma non voglio litigare con te. Raccontami la tua storia. Cos’è accaduto a Rio? Sono ansioso di sapere.» Non appena pronunciai queste parole, fui colto da una vaga tristezza. Volevo sapere: se non potevo averlo come compagno da vampiro, almeno intendevo conoscerlo come mortale. Sentivo un’eccitazione lieve e palpabile per il fatto di stare seduti lì, come stavamo facendo in quel momento.