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Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]

Электронная книга - «Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]». Краткое содержание книги:

È la solitudine, la “maledizione” che si è impadronita di Lestat, affascinante e incontrastato principe del cupo universo dei vampiri. Sulla dolorosa, inarrestabile onda di quella solitudine, Lestat ha accarezzato un bruciante desiderio: rinascere come mortale, liberandosi del suo corpo di “non-morto” e impadronendosi invece di un corpo “vivo”, per dimenticare la sua condizione di tenebroso viaggiatore della notte e riprovare l’ebbrezza dei sensi umani, avvertire di nuovo sulla pelle il calore del sole, vivere il giorno in tutte le sue ore, non soltanto tra il crepuscolo e l’alba. E qualcuno, quel desiderio, può renderlo realtà, soddisfacendo così anche il proprio anelito a diventare vampiro, almeno per un breve periodo: l’ammaliante Raglan James, il Ladro di Corpi, che da tempo insegue Lestat lasciando dietro di sè tracce e indizi delle sue straordinarie ed enigmatiche capacità. Il Ladro di Corpi si rivelerà ben presto più sinistro e malvagio di qualsiasi demone e trascinerà Lestat in un viaggio interminabile, da New Orleans a Barbados, da Miami alla giungla amazzonica, costringendolo altresì a riscoprire ciò che aveva dimenticato da secoli: la sofferenza e l’angoscia insite nella natura umana…
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Nel camino di pietra, contro i mattoni anneriti, erano stati accatastati alcuni ceppi, oltre a numerosi sterpi e a un po’ di giornali accartocciati. Era già tutto pronto: evidentemente qualcuno aveva sfidato il pericolo e mi si era avvicinato mentre dormivo. Mi augurai di tutto cuore di non essere arrivato fino a lui, come talvolta capita nel nostro stato di trance, e di non avere tarpato le ali di quella povera creatura.

Chiusi gli occhi e rimasi in ascolto: sentivo la neve cadere sul tetto e precipitare giù dal camino. Riaprii gli occhi e vidi, sui ceppi, tracce luccicanti di umidità.

Poi mi concentrai e avvertii un impeto di energia staccarsi da me, simile a una lingua lunga e sottile: andò a lambire gli sterpi, che produssero piccole fiamme danzanti. La corteccia dura e spessa dei ceppi cominciò a scaldarsi e infine a scoppiettare. Il fuoco aveva preso.

Quando la luce divenne più viva e luminosa, una sensazione di squisito dolore eruppe improvvisamente sulle guance e sulla fronte. Interessante… Mi misi in ginocchio, vedendo che ero solo, nella stanza. Allora mi voltai verso la lampada di ottone posta accanto alla poltrona di David: mi bastò un lieve e silenzioso guizzo del pensiero per accenderla.

Sulla poltrona erano appoggiati alcuni abiti: un nuovo paio di pantaloni in pesante e morbida flanella scura, una camicia bianca di cotone e una giacca di lana vecchia, un po’ informe. Appartenendo a David, tutto risultò un po’ troppo grande, comprese le pantofole foderate di pelliccia. Ma non mi andava più di rimanere nudo. Trovai anche alcuni capi di abbigliamento intimo di cotone, del genere divenuto comune nel XX secolo, e un pettine.

Mi rivestii con calma, avvertendo solo un dolore pulsante mentre gli abiti sfioravano la pelle. Anche il cuoio capelluto mi fece male allorché passai il pettine fra i capelli. Alla fine, decisi di scuoterli, lasciando cadere sul pesante tappeto tutti i residui di sabbia e polvere. Poi, con immenso piacere, m’infilai le pantofole. Mancava soltanto uno specchio.

Ne trovai uno nel vestibolo, un vecchio specchio scuro in una pesante cornice dorata. La luce che proveniva dalla porta aperta della biblioteca mi consentiva di vedermi abbastanza bene.

Per un attimo, non potei credere ai miei occhi. La mia pelle appariva com’era sempre stata, liscia e uniforme, anche se esibiva un inedito color ambra, molto simile a quello della cornice dello specchio, e un nuovo, vago splendore, non molto diverso da quello di un mortale reduce da un lungo e piacevole soggiorno nei mari tropicali.

Ciglia e sopracciglia mostravano quella luminosità tipica delle persone bionde abbronzate, mentre le poche rughe che il Dono Tenebroso mi aveva lasciato sul viso sembravano soltanto un poco più profonde di prima. Fu con grande soddisfazione quindi che rividi quelle due piccole virgole agli angoli della bocca, il risultato di tutte le risate che mi ero concesso da vivo, oltre a quei sottilissimi segni agli angoli degli occhi, e al paio di linee sulla fronte.

Le mani avevano sofferto maggiormente. Apparivano più scure del viso e, grazie alle loro innumerevoli piccole grinze, mostravano un aspetto molto umano, che mi fece pensare a tutte quelle meravigliose rughe caratteristiche delle mani mortali.

Le unghie luccicavano ancora in un modo tale da suscitare allarme negli umani, ma sarebbe stato sufficiente strofinarle con un po’ di cenere. Gli occhi, va da sé, erano tutta un’altra faccenda: mai erano apparsi così brillanti e iridescenti. Sarebbe comunque stato sufficiente un paio di occhiali dalle lenti oscurate, non essendo più necessario coprire il pallore luminoso della pelle.

Buon Dio! Che cosa sublime, pensai, rimanere in contemplazione della mia immagine riflessa. Sembri quasi un uomo! Un uomo! In tutto l’organismo percepivo il dolore sordo dei miei tessuti bruciati, è vero, ma quella era per me una bella sensazione, capace di ricordare la forma del mio corpo e i suoi limiti umani.

Avrei potuto gridare. Invece pregai. Che tutto ciò possa durare… In caso contrario, avrei affrontato ogni cosa da capo.

Fu allora che un pensiero mi travolse: ci si aspettava che io mi autodistruggessi, non che perfezionassi il mio aspetto al punto di potermi aggirare con maggior tranquillità fra gli uomini. Sarei dovuto essere in punto di morte. E se il sole sul deserto dei Gobi non era arrivato a tanto… e neppure un giorno intero passato sotto il sole, e la seconda alba…

Che codardo sei, pensai, avresti potuto trovare il modo, in quel secondo giorno, di rimanere al di sopra della sabbia! O no?

«Grazie a Dio hai deciso di tornare.»

Mi girai e vidi David che si avvicinava attraverso il vestibolo. Era appena rientrato a casa: il cappotto scuro e pesante era bagnato a causa della neve, e lui non si era ancora tolto gli stivali.

Di colpo si fermò e prese a esaminarmi dalla testa ai piedi, sforzandosi di vedere nell’oscurità. «I vestiti possono andare», borbottò quindi. «Buon Dio, sembri uno di quei perdigiorno da spiaggia, quei surfisti, quei giovani che vivono in un’eterna vacanza.»

Sorrisi.

Si avvicinò — con una buona dose di coraggio, pensai —, e, prendendomi per mano, mi condusse nella biblioteca, dove il fuoco ormai ardeva con vigore. E per l’ennesima volta riprese a studiarmi. «Il dolore è scomparso», azzardò.

«Percepisco ancora un certo grado di sensibilità, ma non lo definirei dolore. Esco per un po’, ma non ti preoccupare, tornerò. Ho sete, devo andare a caccia.»

Il suo volto divenne pallido, ma non così pallido da non poter distinguere il sangue nelle sue guance, o i piccoli capillari dei suoi occhi.

«Che cosa pensavi?» chiesi. «Che avessi smesso?» «No, naturalmente no.» «Bene. Allora, vuoi assistere?» Non rispose, ma compresi di averlo spaventato. «Devi ricordare che cosa sono», dissi. «Quando tu mi aiuti, aiuti il Diavolo.» Indicai la copia del Faust che ancora si trovava sul tavolo, insieme con quel racconto di Lovecraft…

«Tu non sei costretto a uccidere per farlo, vero?» chiese in tono grave.

Che cruda domanda!

Scossi le spalle, con derisione. «Io amo uccidere», risposi. Feci un gesto verso la tigre. «Io sono un cacciatore, come lo sei stato tu una volta. Lo trovo divertente.»

Mi guardò per un lungo istante, col viso su cui si era diffusa una sorta di turbato stupore, poi annuì. Ma era molto lontano dall’accettare tutto quello.

«Va’ a cenare mentre io sono fuori», lo esortai. «So che hai fame e sento che stanno cucinando carne, qui in casa, da qualche parte. E puoi star certo che ho tutta l’intenzione di provvedere alla mia cena, prima di tornare.»

«Tu sei certo che io debba conoscerti a fondo, vero?» domandò. «Nonché sul fatto che non debbano esserci sentimentalismi o errori.»

«Già.» Ritrassi le labbra e gli mostrai i miei denti aguzzi. In realtà sono molto piccoli, nulla di comparabile alle zanne di un leopardo e della tigre che tanto lui apprezzava. Quella smorfia tuttavia suscita sempre una grande paura nei mortali, anzi in realtà fa molto di più: li sconvolge. Penso infatti che invii, attraverso l’organismo, una sorta d’istintivo messaggio di allarme che ha poco a che fare col coraggio o con le riflessioni.

Sbiancò. Rimase praticamente immobile a guardarmi, finché il colore non tornò sul suo viso. «Molto bene», dichiarò. «Al tuo ritorno sarò qui ad aspettarti. Se non tornerai, diventerò una furia! Non ti rivolgerò mai più la parola, lo giuro. Se stanotte scompari, tu da me non riceverai più nessuna attenzione. Perché sarebbe un crimine contro l’ospitalità. Capisci?»

«Va bene, va bene!» esclamai con un’alzata di spalle, sebbene fossi colpito dal fatto che tenesse tanto alla mia presenza. In precedenza non ne ero stato così sicuro, e mi ero mostrato con lui molto scortese. «Tornerò. Tra l’altro, voglio sapere.»

«Sapere cosa?»

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