Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Aveva sua dimestichezza Messer Paolo Zambeccaro, e come amicissimo per ricordanza di lui gli fece fare un quadro assai grande, dentrovi una Natività di Cristo che è molto celebrata delle cose che egli fece. E per questa cagione Messer Polo gli fece dipignere due figure in fresco, alla sua villa, molto belle. Fece ancora in fresco una storia molto leggiadra in casa Messer Ieronimo Bolognino, con molte varie e bellissime figure. Le quali opere tutte insieme gli avevano recato una reverenza in quella città, che v'era tenuto come uno iddio. E quello che gliel'accrebbe in infinito, fu che il Duca d'Urbino gli fece dipignere un par di barde da cavallo, nelle quali fece una selva grandissima d'alberi, che vi era appiccato il fuoco, e fuor di quella usciva quantità grande di tutti gli animali aerei e terrestri, et alcune figure: cosa terribile, spaventosa e veramente bella, che fu stimata assai per il tempo consumatovi sopra nelle piume degli ucelli e nelle altre sorti d'animali terrestri, oltra le diversità delle frondi e rami diversi, che nella varietà degli alberi si vedevano. La quale opera fu riconosciuta con doni di gran valuta, per satisfare alle fatiche del Francia; oltra che il Duca sempre gli ebbe obligo per le lodi che egli ne ricevé. Il duca Guido Baldo parimente ha nella sua guardaroba, di mano del medesimo, in un quadro una Lucrezia romana da lui molto stimata, con molte altre pitture, delle quali si farà, quando sia tempo, menzione. Lavorò dopo queste, una tavola di S. Vitale et Agricola, allo altare della Madonna, che vi è dentro due Angeli che suonano il liuto, molto begli. Non conterò già i quadri che sono sparsi per Bologna in casa que' gentiluomini, e meno la infinità de' ritratti di naturale che egli fece, perché troppo sarei prolisso. Basti che mentre che egli era in cotanta gloria e godeva in pace le sue fatiche, era in Roma Raffaello da Urbino; e tutto il giorno gli venivano intorno molti forestieri, e fra gli altri molti gentiluomini bolognesi, per vedere l'opere di quello. E perché egli avviene il più delle volte che ognuno loda volentieri gli ingegni di casa sua, cominciarono questi bolognesi con Raffaello a lodare l'opere, la vita e le virtù del Francia; e così feciono tra loro a parole tanta amicizia, che il Francia e Raffaello si salutarono per lettere. Et udito il Francia tanta fama de le divine pitture di Raffaello, desiderava veder l'opere sue; ma già vecchio et agiato, si godeva la sua Bologna. Avvenne appresso che Raffaello fece in Roma per il cardinal de' Pucci Santi IIII una tavola di S. Cecilia, che si aveva a mandare in Bologna per porsi in una cappella in S. Giovanni in Monte, dove è la sepoltura della beata Elena dall'Olio; et incassata, la dirizzò al Francia, che come amico gliela dovesse porre in sull'altare di quella cappella, con l'ornamento come l'aveva esso acconciato. Il che ebbe molto caro il Francia, per aver agio di veder, sì come avea tanto disiderato, l'opere di Raffaello. Et avendo aperta la lettera che gli scriveva Raffaello, dove e' lo pregava se ci fusse nessun graffio che e' l'acconciase e similmente conoscendoci alcuno errore come amico lo correggesse, fece con allegrezza grandissima ad un buon lume trarre della cassa la detta tavola. Ma tanto fu lo stupore che e' ne ebbe e tanto grande la maraviglia, che conoscendo qui lo error suo e la stolta presunzione della folle credenza sua, si accorò di dolore e fra brevissimo tempo se ne morì. Era la tavola di Raffaello divina, e non dipinta ma viva, e talmente ben fatta e colorita da lui, che fra le belle che egli dipinse mentre visse, ancora che tutte siano miracolose, ben poteva chiamarsi rara. Laonde il Francia mezzo morto per il terrore e per la bellezza della pittura che era presente agl'occhi, et a paragone di quelle che intorno di sua mano si vedevano, tutto smarrito la fece con diligenzia porre in S. Giovanni in Monte, a quella cappella dove doveva stare, et entratosene fra pochi dì nel letto, tutto fuori di se stesso, parendoli esser rimasto quasi nulla nell'arte appetto a quello che egli credeva e che egli era tenuto, di dolore e malinconia, come alcuni credono, si morì essendoli advenuto, nel troppo fisamente contemplare la vivissima pittura di Raffaello, quello che al Fivizano nel vagheggiare la sua bella Morte, de la quale è scritto questo epigramma:
Me veram pictor divinus mentre recepit.
Admota est operi, deinde perita manus.
Dumque opere in facto defigit lumina pictor
intentus nimium, palluit et moritur.
Viva igitur sum mors; non mortua mortis imago
si fungor quo mors fungitur officio.
Tuttavolta dicono alcuni altri che la morte sua fu sì subita, che a molti segni apparì più tosto veleno o giocciola che altro. Fu il Francia uomo savio e regolatissimo del vivere e di buone forze. E morto, fu sepolto onoratamente dai suoi figliuoli in Bologna, l'anno MDXVIII.
VITA DI PIETRO PERUGINO PITTORE
Di quanto benefizio sia agli ingegni alcuna volta la povertà, quanto ella sia potente cagione di fargli venir perfetti et eccellenti in qual si voglia facultà, assai chiaramente si può vedere nelle azzioni di Pietro Perugino. Il quale partitosi da le estreme calamità di Perugia e condottosi a Fiorenza, desiderando co 'l mezzo della virtù di pervenire a qualche grado, stette molti mesi, non avendo altro letto, poveramente a dormire in una cassa; fece de la notte giorno, e con grandissimo fervore continuamente attese allo studio della sua professione. Et avendo fatto l'abito in quello, nessuno altro piacere conobbe che di affaticarsi sempre in quell'arte e sempre dipignere. Perché avendo sempre dinanzi agl'occhi il terrore della povertà, faceva cose per guadagnare, che e' non arebbe forse guardate, se avesse avuto da mantenersi. E per avventura tanto gli arebbe la ricchezza chiuso il camino da venire eccellente per la virtù quanto glielo aperse la povertà e ve lo spronò il bisogno, disiderando venire da sì misero e basso grado, se e' non poteva al sommo e supremo, ad uno almeno dove egli avesse da sostentarsi. Per questo non si curò egli mai di freddo, di fame, di disagio, di incomodità, di fatica, né di vergogna, per potere vivere un giorno in agio e riposo; dicendo sempre, e quasi in proverbio, che dopo il cattivo tempo è necessario che e' venga il buono: e che quando è buono tempo si fabricano le case per potervi stare al coperto quando e' bisogna. Ma perché meglio si conosca il progresso di questo artefice, cominciandomi dal suo principio dico, secondo la publica fama, che nella città di Perugia nacque ad una povera persona da Castello della Pieve, detta Cristofano, un figliuolo che al battesimo fu chiamato Pietro. Il quale allevato fra la miseria e lo stento, fu dato dal padre per fattorino a un dipintore di Perugia, il quale non era molto valente in quel mestiero, ma aveva in gran venerazione e l'arte e gli uomini che in quella erano eccellenti. Né mai con Pietro faceva altro che dire di quanto guadagno et onore fusse la pittura a chi ben la esercitasse. E contandoli i premii già delli antichi e de' moderni, confortava Pietro a lo studio di quella. Onde gli accese l'animo di maniera che gli venne capriccio di volere (se la fortuna lo volesse aiutare) essere uno di quelli. E però spesso usava di domandare qualunque conosceva essere stato per lo mondo, in che parte meglio si facesseno gli uomini di quel mestiero, e particularmente il suo maestro. Il quale gli rispose sempre di un medesimo tenore, cioè che in Firenze più che altrove venivano gli uomini perfetti in tutte l'arti, e specialmente nella pittura, atteso che in quella città sono spronati gl'uomini da tre cose: l'una dal biasimare che fanno molti e molto, per far quell'aria gli ingegni liberi di natura, e non contentarsi universalmente dell'opere pur mediocri, ma sempre più ad onore del buono e del bello, che a rispetto del facitore considerarle; l'altra che a volervi vivere bisogna essere industrioso, il che non vuole dire altro che adoperare continuamente l'ingegno et il giudizio et essere accorto e presto nelle sue cose, e finalmente saper guadagnare, non avendo Firenze paese largo et abbondante, di maniera che e' possa dar le spese per poco a chi si sta, come dove si truova del buono assai; la terza, che non può forse manco dell'altre, è una cupidità di gloria et onore, che quella aria genera grandissima in quelli d'ogni perfezzione, la qual, in tutte le persone che hanno spirito, non consente che gli uomini voglino stare al pari, non che restare indietro a chi e' veggono essere uomini come sono essi, benché gli riconoschino per maestri; anzi gli sforza bene spesso a desiderar tanto la propria grandezza, che se non sono benigni di natura o savi, riescono maldicenti, ingrati e sconoscenti de' benefizii. È ben vero che quando l'uomo vi ha imparato tanto che basti, volendo far altro che vivere come gl'animali giorno per giorno e desiderando farsi ricco, bisogna partirsi di quivi e vender fuora la bontà delle opere sue e la riputazione di essa città; come fanno i dottori quella del loro studio; perché Firenze fa de li artefici suoi quel che il tempo de le sue cose: che fatte se le disfa e se le consuma a poco a poco. Da questi avvisi dunque e dalle persuasioni di molti altri mosso, venne Pietro in Fiorenza con animo di farsi eccellente; e bene gli venne fatto conciò sia che al suo tempo le cose della maniera sua furono tenute in pregio grandissimo.