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READ-E-BOOK » Научная фантастика » Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]
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Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]

Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:

Sono passati trent’anni da quando Frederik Pohl inventò quei Mercanti dello spazio che Kingsiey Amis nelle sue Mappe dell’inferno mise al disopra dello stesso 1984 di Orwell. Fu allora che dagli uffici di Madison Avenue le grandi compagnie pubblicitarie assunsero il controllo della Terra, ma fecero lo sbaglio di mandare un’astronave sul pianeta Venere. Oggi Venere è il rifugio dei refrattari e dei ribelli, il simbolo dell’anti-pubblicità, la bandiera dei nemici della produzione e del consumo. I rapporti tra i due pianeti si fanno ogni giorno più difficili. La situazione insomma è così tesa, che Frederik Pohl ha sentito la necessità di scrivere un nuovo romanzo sullo scottante argomento. E l’ha scritto.
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Naturalmente non ne avevo. Mi arresi. — Prenditi una Mokie-Koke — dissi, — e parliamone.

Quella sera andai a letto da solo, come sempre, ma con qualcosa che prima non avevo avuto: la speranza. Mentre scivolavo nel sonno, sognai sogni impossibili: tornare all’università per prendere quella laurea in Filosofia della Pubblicità che avrei voluto da ragazzo, specializzarmi in qualcos’altro, provare con gli Intangibili… smettere con la Mokie.

Sembravano tutte delle buone idee. Se ne poteva restare qualcosa, alla fredda luce dell’alba, non lo sapevo, ma ebbi un potente alleato. Mi svegliai sentendo bussare sul letto; con un grugnito lamentoso Nelson Rockwell, il mio compagno di stanza dalle due alle dieci, mi disse che aveva scambiato il turno con Bergholm, e che era la sua ora.

Per quanto fossi assonnato, vidi subito che era parecchio malconcio: aveva un’ecchimosi rossa sulla guancia destra, e zoppicava nel tirarsi indietro per farmi uscire dal letto. — Cosa ti è successo, Nelson? — chiesi.

Mi guardò come se l’avessi accusato di un delitto. — Un piccola divergenza — farfugliò.

— A me sembra una grossa divergenza. Ti hanno pestato perbene!

Alzò le spalle, e fece una smorfia, per i muscoli doloranti. — Sono rimasto un po’ indietro con i pagamenti, e la San Jacinto ha mandato un paio di esattori alla fabbrica dove lavoro. Senti, Tenny, non potresti prestarmi cinquanta dollari fino al giorno di paga? Perché la prossima volta, mi hanno detto che mi rompono le gambe.

— Non ce li ho cinquanta dollari — dissi… il che era quasi vero. — Perché non ne vendi qualcuno?

— Venderli? Vendere qualcuno dei miei busti? — gridò. — Tenn, questa è la cosa più cretina che abbia mai sentito! Questa collezione rappresenta un investimento! Devo solo tenermeli stretti fino a quando non avranno mercato… e allora, ragazzo mio, vedrai! Sono tutti a tiratura limitata. Fra vent’anni potrò farmi una casa in Florida, ma devo tenere duro fino ad allora… Solo — aggiunse tristemente, — se non mi metto in regola con i pagamenti, se li riprendono tutti. E mi rompono le gambe.

Uscii dall’appartamento e mi rifugiai nel bagno, perché non ce la facevo più a sentirlo. Collezionismo da investimento! Tiratura limitata! Buon Dio, era una delle prime campagne di cui mi fossi occupato: tiratura limitata, significava tutte le copie che riuscivano a vendere, cinquantamila come minimo; e collezionarle voleva dire che una volta cominciato, uno non poteva farne altro che collezionarle.

Mi lavai in fretta, e uscii a tutta velocità. Per le sette ero all’interno dell’Università della Columbia per la Propaganda e la Pubblicità, intento a consultare il catalogo e iscrivermi ai corsi. C’erano moltissimi insegnamenti opzionali che valevano per il dottorato; ne presi alcuni dei più interessanti: Storia, Matematica (si tratta delle tecniche di campionatura, soprattutto). Anche Composizione Creativa. Avevo pensato che era un corso facile, soprattutto, ma anche che se scrivere slogan per gli Intangibili non fosse stato possibile, avrebbe potuto servirmi. Se non avessi potuto scrivere cose importanti, almeno potevo tirar fuori qualche romanzo. Certo, non c’è da farci molti soldi. Ma c’è sempre un mercato, perché c’è sempre qualche disadattato nel mondo che non ce la fa a seguire lo sport o le storie all’Omni-V, e non trova niente di meglio da fare che leggere. Ci avevo provato anch’io, una volta o due, chiamando sullo schermo qualcuno dei vecchi classici. È una roba un po’ eccentrica, ma il mercato esiste, e non c’è niente di male a farci un po’ di soldi.

Un’altra cosa buffa della depressione è questa: quando uno c’è in mezzo, sembra tutto così difficile e ci sono tante cose di cui. preoccuparsi, che diventa quasi impossibile fare una mossa qualsiasi Ma non appena fatto il primo passo, il secondo diventa più facile, e il terzo… E infatti, quello stesso giorno decisi anche che dovevo fare qualcosa per le Mokie. Non darci un taglio netto. E neppure cominciare subito a diminuirle. La prima cosa da fare era analizzare il problema. Così cominciai con annotare il momento in cui prendevo ogni Mokie. Continuai per una settimana, e volete saperlo?: ne prendevo di media quaranta al giorno! E non era neanche che mi piacessero tanto.

Decisi di fare qualcosa. Non intendevo piantarla completamente, perché ciascuna Mokie, presa a sé, non era male. In effetti, sono davvero una miscela dissetante e gustosa delle migliori essenze di cioccolato, estratto di caffè sintetico e alcuni analoghi della cocaina, per dargli quel tocco in più. È piuttosto buona. Il problema non era smettere, ma diminuire. Messo in questi termini, era un problema di programmazione e di logistica, come quando si calcola la miscela ottimale di impatti sul consumatore per uno spot. Quaranta Mokie al giorno era assurdo. Circa otto, calcolai, era la misura giusta. Abbastanza per darmi quel piccolo stimolo ogni volta, ma non tante da attutirmi le papille.

Una Mokie ogni due ore, calcolai, sarebbe stato l’ideale. Così preparai un piccolo calendario:

6.00
8.00
10.00

e così via fino alle dieci di sera, quando potevo tirar fuori Nelson Rockwell dal letto, prendermi l’ultima per conciliarmi il sonno, e addormentarmi.

Quando rifeci il conto, scoprii che una Mokie ogni due ore per sedici ore di veglia, faceva nove invece di otto… a meno che non volessi rinunciare alla prima appena sveglio, o all’ultima prima di dormire. Non volevo farlo. Comunque, nove non erano mica troppe. Ero molto orgoglioso del mio programmino. Era talmente semplice e efficace, che non riuscivo a capire come mai nessuno ci avesse pensato prima di me.

E per la miseria, ci riuscii. Per quasi una giornata intera.

Mi ci volle un certo sforzo di volontà per attendere le prime due ore, fino alle otto, ma me la presi comoda con la colazione, e rimasi nella doccia fino a quando gli altri inquilini non cominciarono a bussare. Quella delle dieci era ancora lontana, ma presi tempo camminando fino all’Agenzia, poi escogitai un altro trucco. Mi spedirono subito a fare un sacco di commissioni. Non guardai neppure l’orologio mentre pedalavo da un posto all’altro… be’, non sempre: aspettavo di fermarmi, poi guardavo l’orologio e calcolavo quante altre fermate dovevo fare prima della prossima Mokie. Dicevo a me stesso: Non allo studio geografico, non alla banca, non a teatro per i biglietti di Wixon… quando arriverò al ristorante dove ieri sera il signor Xen si è dimenticato gli occhiali, allora sarà il momento della prossima. Funzionò ottimamente. Be’, quasi. Ci fu un piccolo inconveniente subito dopo pranzo, quando guardai male l’ora e presi all’una la Mokie delle due. Ma non era niente di grave. Decisi di usare le ore dispari invece delle pari, per il resto del giorno. Me la vidi male per un po’, nel pomeriggio, quando mi fecero aspettare fino alle 15.14 per un pacco che non arrivava mai, ma finii la giornata secondo i calcoli.

La sera non andò così bene. La Mokie delle cinque servì a festeggiare la fine della giornata lavorativa; perfetto. Aspettare fino alle sette fu più dura, ma me la cavai, tirando la cena per le lunghe. Poi tornai nella mia stanza, e santo cielo, le nove sembravano lontanissime! Alle otto e un quarto presi una Mokie dal pacco da sei e la tenni in mano. Avevo acceso l’Omni-V, e c’era una di quelle grandiose epopee storiche sui primi tempi delle vendite per corrispondenza, ma io non riuscivo a seguire la vicenda. Gli occhi mi andavano continuamente all’orologio. Otto e diciotto. Otto e venti. Otto e ventidue… alle otto e cinquanta la vista mi si cominciò ad appannare, ma tenni duro fino alle nove in punto, prima di tirare la linguetta.

La bevvi, assaporandola orgoglioso perché avevo resistito.

Poi fui costretto a guardare in faccia la realtà: dovevo aspettare fino alle sei del mattino-sei lunghe ore! — prima di bere là prossima.

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