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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Venendo poi la peste del 1468, per la quale senza molto praticare si stava l'abbate, sì come facevano anco molti altri, in casa si diede a dipignere figure grandi, e vedendo che la cosa secondo il disiderio suo gli riusciva, cominciò a lavorare alcune cose, e la prima fu un S. Rocco, che fece in tavola ai rettori della Fraternita d'Arezzo, che è oggi nell'udienza dove si ragunano; la quale figura raccomanda alla Nostra Donna il popolo aretino; et in questo quadro ritrasse la piazza di detta città e la casa pia di quella Fraternita con alcuni becchini che tornano da sotterrare morti. Fece anco un altro S. Rocco, similmente in tavola, nella chiesa di S. Piero, dove ritrasse la città d'Arezzo nella forma propria che aveva in quel tempo, molto diversa da quella che è oggi; et un altro il quale fu molto migliore che li due sopra detti, in una tavola ch'è nella chiesa della Pieve d'Arezzo alla cappella de' Lippi; il quale S. Rocco è una bella e rara figura, e quasi la meglio che mai facesse, e la testa e le mani non possono essere più belle né più naturali. Nella medesima città d'Arezzo fece in una tavola in San Piero, dove stanno frati de' Servi, un agnolo Raffaello, e nel medesimo luogo fece il ritratto del beato Iacopo Filippo da Piacenza. Dopo, condotto a Roma, lavorò una storia nella cappella di papa Sisto, in compagnia di Luca da Cortona e di Pietro Perugino. E tornato in Arezzo fece nella cappella de' Gozzari in Vescovado un San Girolamo in penitenza, il quale essendo magro e raso e con gl'occhi fermi attentissimamente nel crucifisso e percotendosi il petto, fa benissimo conoscere quanto l'ardor d'amore in quelle consumatissime carni possa travagliare la virginità. E per quell'opera fece un sasso grandissimo con alcune altre grotte di sassi, fra le rotture delle quali fece di figure piccole, molto graziose, alcune storie di quel Santo. Dopo in Santo Agostino lavorò per le monache, come si dice, del Terzo Ordine, in una capella a fresco una coronazione di Nostra Donna molto lodata e molto ben fatta; e sotto a questa, in un'altra cappella, una Assunta con alcuni Angeli in una gran tavola molto bene abbigliati di panni sottili; e questa tavola, per cosa lavorata a tempera, è molto lodata et invero fu fatta con buon disegno e condotta con diligenza straordinaria. Dipinse il medesimo a fresco, nel mezzo tondo che è sopra la porta della chiesa di San Donato nella fortezza d'Arezzo, la Nostra Donna col Figlio in collo, San Donato e San Giovanni Gualberto, che tutte sono molto belle figure. Nella badia di Santa Fiore, in detta città, è di sua mano una cappella all'entrar della chiesa per la porta principale, dentro la quale è un San Benedetto et altri Santi fatti con molta grazia e con buona pratica e dolcezza. Dipinse similmente a Gentile Urbinate, vescovo aretino molto suo amico e col quale viveva quasi sempre, nel palazzo del Vescovado in una cappella, un Cristo morto, et in una loggia ritrasse esso vescovo, il suo vicario e ser Matteo Francini suo notaio di banco che gli legge una bolla; vi ritrasse parimente se stesso et alcuni canonici di quella città. Disegnò per lo medesimo vescovo una loggia che esce di palazzo e va in Vescovado, a piano con la chiesa e palazzo; et a mezzo di questa aveva disegnato quel vescovo fare, a guisa di cappella, la sua sepoltura, et in quella esser dopo la morte sotterrato, e così la condusse a buon termine, ma sopravenuto dalla morte, rimase imperfetta, perché se bene lasciò che dal successor suo fusse finita, non se ne fece altro, come il più delle volte avviene dell'opere che altri lascia che siano fatte in simili cose dopo la morte. Per lo detto vescovo fece l'abbate nel Duomo vecchio una bella e gran cappella, ma perché ebbe poca vita, non accade altro ragionarne. Lavorò oltre questo per tutta la città in diversi luoghi, come nel Carmine tre figure, e la cappella delle monache di S. Orsina; et a Castiglione aretino nella Pieve di S. Giuliano una tavola a tempera alla cappella dell'altar maggiore, dove è una Nostra Donna bellissima e San Giuliano e San Michelagnolo, figure molto ben lavorate e condotte, e massimamente il San Giuliano; perché avendo affisati gl'occhi al Cristo che è in collo alla Nostra Donna, pare che molto s'affligga d'aver ucciso il padre e la madre. Similmente in una cappella poco di sotto, è di sua mano un portello che soleva stare a un organo vecchio, nel quale è dipinto un San Michele, tenuto cosa meravigliosa et in braccio d'una donna un putto fasciato che par vivo.

Fece in Arezzo alle monache delle Murate la cappella dell'altar maggiore, pittura certo molto lodata; et al monte San Savino un tabernacolo, dirimpetto al palazzo del cardinale di Monte, che fu tenuto bellissimo. Et al Borgo Sansepolcro, dove è oggi il Vescovado, fece una cappella che gli arrecò lode et utile grandissimo.

Fu don Bartolomeo persona che ebbe l'ingegno atto a tutte le cose, et oltre all'essere gran musico fece organi di piombo di sua mano; et in San Domenico ne fece uno di cartone, che si è sempre mantenuto dolce e buono; et in San Clemente n'era un altro pur di sua mano, il quale era in alto et aveva la tastatura da basso al pian del coro, e certo con bella considerazione, perché avendo, secondo la qualità del luogo, pochi monaci, voleva che l'organista cantasse e sonasse, e perché questo abbate amava la sua Religione come vero ministro e non dissipatore delle cose di Dio, bonificò molto quel luogo di muraglie e di pitture, e particolarmente rifece la capella maggiore della sua chiesa e quella tutta dipinse. Et in due nicchie che la mettevano in mezzo dipinse in una un S. Rocco e nell'altra un S. Bartolomeo, le quali insieme con la chiesa sono rovinate. Ma tornando all'abbate, il quale fu buono e costumato religioso, egli lasciò suo discepolo nella pittura maestro Lappoli aretino, che fu valente e pratico dipintore, come ne dimostrano l'opere che sono di sua mano in S. Agostino, nella cappella di San Bastiano, dove in una nicchia è esso Santo, fatto di rilievo dal medesimo; et intorno gli sono di pittura San Biagio, San Rocco, Sant'Antonio da Padova, San Bernardino, e nell'arco della cappella è una Nunziata, e nella volta i quattro Evangelisti lavorati a fresco pulitamente. Di mano di costui è in un'altra cappella a fresco, a man manca entrando per la porta del fianco in detta chiesa, la Natività e la Nostra Donna annunziata dall'Angelo, nella figura del quale Angelo ritrasse Giulian Bacci, allora giovane, di bellissima aria. E sopra la detta porta di fuori, fece una Nunziata in mezzo a S. Piero e S. Paulo, ritraendo nel volto della Madonna la madre di Messer Pietro Aretino, famosissimo poeta. In S. Francesco, alla cappella di S. Bernardino, fece in una tavola esso Santo che par vivo, e tanto è bello che egli è la miglior figura che costui facesse mai. In Vescovado fece nella cappella de' Pietramaleschi, in un quadro a tempera, un santo Ignazio bellissimo; et in Pieve, all'entrata della porta di sopra che risponde in piazza, un Santo Andrea et un S. Bastiano. E nella Compagnia della Trinità con bella invenzione fece per Buoninsegna Buoninsegni aretino un'opera che si può fra le migliori che mai facesse annoverare, e ciò fu un Crucifisso sopra un altare in mezzo di uno S. Martino e S. Rocco, et a' piè ginocchioni due figure: una figurata per un povero, secco e macilente e malissimo vestito, dal quale uscivano certi razzi che dirittamente andavano alle piaghe del Salvatore, mentre esso Santo lo guardava attentissimamente; e l'altra per un ricco vestito di porpora e bisso e tutto rubicondo e lieto nel volto, i cui raggi nell'adorar Cristo parea, se bene gli uscivano del cuore come al povero, che non andasseno dirittamente alle piaghe del crucifisso, ma vagando et allargandosi per alcuni paesi e campagne piene di grani, biade, bestiami, giardini et altre cose simili, e che altri si distendessino in mare verso alcune barche cariche di mercanzie, et altri finalmente verso certi banchi dove si cambiavano danari. Le quali tutte cose furono da Matteo fatte con giudizio, buona pratica e molta diligenza; ma furono, per fare una cappella, non molto dopo mandate per terra. In Pieve sotto il pergamo fece il medesimo un Cristo con la croce, per messer Lionardo Albergotti.

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