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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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vi fece, nel casamento o prospettiva è una finestra che dà 'l lume a quella camera la quale inganna chi la guarda; oltra questo, S. Anna è nel letto e certe donne la visitano, pose alcune femmine che lavano la Madonna con gran cura: chi mette acqua, chi fa le fasce, chi fa un servizio, chi fa un altro, e mentre ognuna attende al suo, vi è una femmina che ha in collo quella puttina, e ghignando la fa ridere, con una grazia donnesca, degna veramente di un'opera simile a questa, oltre a molti altri affetti che sono in ciascuna figura. Nella terza, che è la prima sopra, è quando la Nostra Donna saglie i gradi del tempio, dove è un casamento che si allontana assai ragionevolmente dall'occhio; oltra che v'è uno ignudo che gli fu allora lodato per non se ne usar molti, ancor che e' non vi fusse quella intera perfezzione come a quegli che si son fatti ne' tempi nostri, per non essere eglino tanto eccellenti. Accanto a questa è lo sposalizio di Nostra Donna; dove dimostrò la collera di coloro che si sfogano nel rompere le verghe che non fiorirono come quella di Giuseppo; la quale istoria è copiosa di figure in uno accomodato casamento. Nella quinta si veggono arrivare i Magi di Bettelem con gran numero di uomini, cavalli e dromedarii et altre cose varie; storia certamente accomodata. Et accanto a questa è la sesta, la quale è la crudele impietà fatta da Erode agli innocenti; dove di vede una baruffa bellissima di femmine e di soldati e cavalli, che le percuotono et urtano: e nel vero, di quante storie vi si vede di suo, questa è la migliore; perché ella è condotta con giudizio, con ingegno et arte grande. Conoscevisi l'impia volontà di coloro che comandati da Erode, senza riguardare le madri, uccidono que' poveri fanciullini; fra i quali si vede uno che ancora appiccato alla poppa muore per le ferite ricevute nella gola; onde sugge, per non dir beve, dal petto non meno sangue che latte; cosa veramente di sua natura e per esser fatta nella maniera ch'ella è, da tornar viva la pietà dove ella fusse ben morta; èvvi ancora un soldato che ha tolto per forza un putto, e mentre correndo con quello se lo stringe in sul petto per amazzarlo, se li vede appiccata a' capegli la madre di quello con grandissima rabbia; e facendoli fare arco della schiena, fa che si conosce in loro tre effetti bellissimi: uno è la morte del putto che si vede crepare, l'altro l'impietà del soldato che per sentirsi tirare sì stranamente, mostra l'affetto del vendicarsi in esso putto, il terzo è che la madre nel veder la morte del figliuolo, con furia e dolore e sdegno cerca che quel traditore non parta senza pena; cosa veramente più da filosofo mirabile di giudizio, che da pittore. Sonvi espressi molti altri affetti, che chi li guarda conoscerà senza dubbio questo maestro esser stato in quel tempo eccellente. Sopra questa, nella settima che piglia le due storie e cigne l'arco della volta, è il transito di Nostra Donna e la sua assunzione con infinito numero d'Angeli et infinite figure e paesi et altri ornamenti, di che egli soleva abbondare, in quella sua maniera facile e pratica. Dall'altra faccia, dove sono le storie di S. Giovanni, nella prima è quando Zacheria sacrificando nel tempio, l'Angelo gli appare e per non credergli amutolisce; nella quale storia, mostrando che a' sacrifizii de tempii concorrono sempre le persone più notabili, per farla più onorata ritrasse un buon numero di cittadini fiorentini, che governavono allora quello stato; e particularmente tutti quelli di casa Tornabuoni, i giovani et i vecchi. Oltre a questo, per mostrare che quella età fioriva in ogni sorte di virtù e massimamente nelle lettere, fece in cerchio quattro mezze figure, che ragionano insieme appiè della istoria; i quali erano i più scienziati uomini che in que' tempi si trovassero in Fiorenza, e sono questi: il primo è Messer Marsilio Ficino, che ha una veste da canonico, il secondo con un mantello rosso et una becca nera al collo, è Cristofano Landino, e Demetrio Greco che se li volta et in mezzo a questi quello che alza alquanto una mano è Messer Angelo Poliziano, i quali son vivissimi e pronti. Séguita nella seconda, allato a questa, la visitazione di Nostra Donna e S. Elisabetta; nella quale sono molte donne che l'accompagnano con portature di que' tempi, e fra loro fu ritratta la Ginevra de' Benci, allora bellissima fanciulla. Nella terza storia sopra alla prima è la nascita di S. Giovanni, nella quale è una avvertenza bellissima: che mentre S. Elisabetta è in letto, e che certe vicine la vengono a vedere e la balia stando a sedere allatta il bambino, una femmina con allegrezza gnene chiede, per mostrare a quelle donne la novità che in sua vechiezza aveva fatto la padrona di casa; e finalmente vi è una femmina che porta a l'usanza fiorentina frutte e fiaschi da la villa, la quale è molto bella. Nella quarta allato a questa è Zacheria che ancor mutolo stupisce con intrepido animo che sia nato di lui quel putto; e mentre gli è dimandato del nome, scrive in su 'l ginocchio, affisando gli occhi al figliuolo quale è tenuto incollo da una femmina con reverenza postasi ginocchione innanzi a lui, e segna con la penna in sul foglio: "Giovanni sarà il tuo nome", non senza ammirazione di molte altre figure, che pare che stiano in forse se egli è vero o no. Séguita la quinta, quando e' predica alle turbe; nella quale storia si conosce quella attenzione che dànno i popoli nello udir cose nuove; e massimamente nelle teste degli scribi che ascoltano Giovanni, i quali pare che con un certo modo del viso sbeffino quella legge, anzi l'abbiano in odio; dove sono ritti et a sedere maschi e femmine in diverse fogge. Nella sesta si vede S. Giovanni battezzare Cristo; nella reverenza del quale mostrò interamente la fede che si debbe avere a sacramento tale; e perché questo non fu senza grandissimo frutto, vi figurò molti già ignudi e scalzi, che aspettando d'essere battezzati, mostrano la fede e la voglia scolpita nel viso; et in fra gl'altri uno che si cava una scarpetta, rappresenta la prontitudine istessa. Nella ultima, cioè nell'arco accanto alla volta, è la suntuosissima cena di Erode et il ballo di Erodiana, con infinità di servi che fanno diversi aiuti in quella storia, oltra la grandezza d'uno edifizio tirato in prospettiva, che mostra apertamente la virtù di Domenico insieme con le dette pitture. Condusse a tempera la tavola isolata tutta, e le altre figure che sono ne' sei quadri: che oltre alla Nostra Donna che siede in aria col Figliuolo in collo e gl'altri Santi che gli sono intorno, oltra il S. Lorenzo et il S. Stefano che sono interamente vive, al S. Vincenzio e S. Pietro Martire non manca se non la parola. Vero è che di questa tavola ne rimase imperfetta una parte, mediante la morte sua, per che, avendo egli già tiratola tanto innazi, che e' non le mancava altro che il finire certe figure dalla banda di dietro dove è la Resurressione di Cristo, e tre figure che sono in que' quadri, finirono poi il tutto Benedetto e Davitte Ghirlandai suoi frategli. Questa cappella fu tenuta cosa bellissima, grande, garbata e vaga, per la vivacità de' colori, per la pratica e pulitezza del maneggiargli nel muro e per il poco essere stati ritocchi a secco, oltre la invenzione e collocazione delle cose. E certamente ne merita Domenico lode grandissima per ogni conto, e massimamente per la vivezza delle teste, le quali per essere ritratte di naturale rappresentano a chi verrà le vivissime effigie di molte persone segnalate. E pel medesimo Giovanni Tornabuoni dipinse al Casso Maccherelli, sua villa poco lontana dalla città, una cappella, in sul fiume di Terzolle, oggi mezza rovinata per la vicinità del fiume; la quale ancor che stata molti anni scoperta e continuamente bagnata dalle piogge et arsa da' soli, si è difesa in modo che pare stata al coperto: tanto vale il lavorare in fresco quando è lavorato bene e con giudizio, e non a ritocco a secco. Fece ancora nel palazzo della Signoria, nella sala dove è il maraviglioso orologio di Lorenzo della Volpaia, molte figure di Santi fiorentini con bellissimi adornamenti. E tanto fu amico del lavorare e di satisfare ad ognuno che egli aveva commesso a' garzoni che e' si accettasse qualunche lavoro che capitasse a bottega se bene fussero cerchi da paniere di donne, perché non gli volendo fare essi, gli dipignerebbe da sé a ciò che nessuno si partisse scontento da la sua bottega. Dolevasi bene quando aveva cure familiari, e per questo dette a David suo fratello ogni peso di spendere dicendogli: "Lascia lavorare a me e tu provedi, che ora che io ho cominciato a conoscere il modo di quest'arte, mi duole che non mi sia allogato a dipignere a storie il circuito di tutte le mura della città di Fiorenza", mostrando così animo invitissimo e risoluto in ogni azzione. Lavorò a Lucca in S. Martino una tavola di S. Pietro e S. Paulo. Alla Badia di Settimo, fuor di Fiorenza, lavorò la facciata della maggior cappella a fresco, e nel tramezzo della chiesa due tavole a tempera. In Fiorenza lavorò ancora molti tondi, quadri e pitture diverse che non si riveggono altrimenti per essere nelle case de' particulari. In Pisa fece la nicchia del Duomo allo altar maggiore e lavorò in molti luoghi di quella città, come alla facciata dell'opera quando il re Carlo ritratto di naturale raccomanda Pisa; et in San Girolamo a' frati Gesuati due tavole a tempera, quella dell'altar maggiore et un'altra. Nel qual luogo ancora è di mano del medesimo in un quadro, S. Rocco e S. Bastiano, il quale fu donato a que' padri da non so chi de' Medici, onde essi vi hanno perciò aggiunte l'arme di papa Leone Decimo. Dicono che ritraendo anticaglie di Roma, archi, terme, colonne, colisei, aguglie, amfiteatri et acquidotti, era sì giusto nel disegno che le faceva a occhio, senza regolo o seste e misure; e misurandole da poi fatte che l'aveva, erano giustissime come se e' le avesse misurate. E ritraendo a occhio il Coliseo, vi fece una figura ritta appiè, che misurando quella tutto l'edificio si misurava; e fattone esperienza da' maestri dopo la morte sua, si ritrovò giustissimo. Fece a S. Maria Nuova nel Cimiterio, sopra una porta un S. Michele in fresco armato, bellissimo con riverberazione d'armature poco usate inanzi a lui; et alla Badia di Passignano, luogo de' monaci di Vall'Ombrosa, lavorò in compagnia di David suo fratello e di Bastiano da S. Gimignano, alcune cose; dove, trattandoli i monaci male del vivere, inanzi la venuta di Domenico si richiamarono all'abate, pregandolo che meglio servire li facesse, non essendo onesto che come manovali fussero trattati. Promise loro l'abate di farlo e scusossi che questo più avveniva per ignoranza de' foresterai che per malizia. Venne Domenico e tuttavia si continuò nel medesimo modo, per il che David trovando un'altra volta lo abate, si scusò dicendo che non faceva questo per conto suo, ma per li meriti e per la virtù del suo fratello; ma lo abate, come ignorante ch'egli era, altra risposta non fece. La sera dunque postisi a cena, venne il forestario con una asse piena di scodelle e tortacce da manigoldi, pur nel solito modo che l'altre volte si faceva, onde David salito in collera rivoltò le minestre addosso al frate, e preso il pane ch'era su la tavola et aventandoglielo, lo percosse di modo che mal vivo a la cella ne fu portato. Lo abate che già era a letto, levatosi e corso al rumor, credette che 'l monistero rovinasse; e trovando il frate mal concio cominciò a contendere con David; per il che infuriato, David gli rispose che si gli togliesse dinanzi che valeva più la virtù di Domenico che quanti abati porci suoi pari furon mai in quel monistero; laonde lo abate riconosciutosi, da quell'ora inanzi s'ingegnò di trattargli da valenti uomini come egl'erano. Finita l'opera tornò a Fiorenza, et al signor di Carpi dipinse una tavola; un'altra ne mandò a Rimino al signor Carlo Malatesta, che la fece porre nella sua cappella in S. Domenico. Questa tavola fu a tempera, con tre figure bellissime e con istoriette di sotto; e dietro figure di bronzo, finte con disegno et arte grandissima. Due altre tavole fece nella Badia di S. Giusto fuor di Volterra dell'Ordine di Camaldoli; le quali tavole che sono belle affatto, gli fece fare il Magnifico Lorenzo de' Medici; perciò che allora aveva quella Badia in comenda Giovanni cardinale de' Medici, suo figliuolo, che fu poi Papa Leone. La qual Badia pochi anni sono, ha restituita il molto reverendo Messere Giovanbattista Bava da Volterra, che similmente l'aveva in comenda, alla detta Congregazione di Camaldoli.

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