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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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I giganti similmente, che in detta festa andavano attorno, si facevano a questo modo: alcuni molto pratichi nell'andar in sui trampoli, o come si dice altrove in sulle zanche, ne facevano fare di quelli che erano alti cinque e sei braccia da terra, e fasciategli et acconcigli in modo, con maschere grandi et altri abbigliamenti di panni o d'arme finte che avevano membra e capo di gigante vi montavano sopra, e destramente caminando, parevano veramente giganti; avendo nondimeno inanzi uno che sosteneva una picca, sopra la quale con una mano si appoggiava esso gigante; ma per sì fatta guisa però che pareva che quella picca fusse una sua arme, cioè o mazza o lancia o un gran battaglio, come quello che Morgante usava, secondo i poeti romanzi, di portare. E sì come i giganti, così si facevano anche delle gigantesse, che certamente facevano un bello e maraviglioso vedere. I spiritelli poi da questi erano differenti, perché senza avere altra che la propria forma, andavano in sui detti trampoli alti cinque e sei braccia, in modo che parevano proprio spiriti. E questi anco avevano inanzi uno che con una picca gl'aiutava. Si racconta nondimeno che alcuni eziandio senza punto appoggiarsi a cosa veruna, in tanta altezza caminavano benissimo; e chi ha pratica de' cervelli fiorentini, so che di questo non si farà alcuna maraviglia; perché, lasciamo stare quello da Montughi di Firenze, che ha trapassati nel salir e giocolare sul canapo quanti insino a ora ne sono stati; chi ha conosciuto uno che si chiamava Ruvidino, il quale morì non sono anco dieci anni, sa che il salire ogni altezza sopra un canapo o fune, il saltar dalle mura di Firenze in terra et andare in su' trampoli molto più alti che quelli detti di sopra, gli era così agevole come a ciascuno caminare per lo piano. Laonde non è maraviglia se gl'uomini di que' tempi, che in cotali cose o per prezo o per altro si esercitavano, facevano quelle che si sono dette di sopra, o maggiori cose.

Non parlerò d'alcuni ceri che si dipignevano in varie fantasie, ma goffi tanto che hanno dato il nome ai dipintori plebei, onde si dice alle cattive pitture "fantocci da ceri", perché non mette conto; dirò bene che al tempo del Cecca questi furono in gran parte dismessi et in vece loro fatti i carri che simili ai triomfali sono oggi in uso. Il primo de' quali fu il carro della moneta, il quale fu condotto a quella perfezzione che oggi si vede, quando ogni anno per detta festa è mandato fuori dai maestri e signori di Zecca, con un S. Giovanni in cima e molti altri Santi et Angeli da basso et intorno, rappresentati da persone vive. Fu deliberato non è molto che se ne facesse, per ciascun castello che offerisce cero, uno, e ne furono fatti insino in dieci per onorare detta festa magnificamente, ma non si seguitò per gl'accidenti che poco poi sopravennero. Quel primo dunque della Zecca fu, per ordine del Cecca, fatto da Domenico, Marco e Giuliano del Tasso, che allora erano de' primi maestri di legname che in Fiorenza lavorassero di quadro e d'intaglio; et in esso sono da esser lodate assai, oltre all'altre cose, le ruote da basso, che si schiodano per potere alle svolte de' canti girare quello edifizio et accommodarlo di maniera che scrolli meno che sia possibile, e massimamente per rispetto di coloro che di sopra vi stanno legati. Fece il medesimo un edifizio per nettare e racconciare il musaico della tribuna di S. Giovanni, che si girava, alzava, abbassava et accostava, secondo che altri voleva, e con tanta agevolezza che due persone lo potevano maneggiare; la qual cosa diede al Cecca reputazione grandissima.

Costui quando i Fiorentini avevano l'essercito intorno a Piancaldoli, con l'ingegno suo fece sì che i soldati vi entrarono dentro per via di mine, senza colpo di spada. Dopo seguitando più oltre il medesimo esercito a certe altre castella, come volle la mala sorte, volendo egli misurare alcune altezze in un luogo difficile, fu occiso; perciò che avendo messo il capo fuor del muro per mandar un filo abbasso, un prete, che era fra gl'avversarii, i quali più temevano l'ingegno del Cecca che le forze di tutto il campo, scaricatoli una balestra a panca, gli conficcò di sorte un verettone nella testa che il poverello di subito se ne morì. Dolse molto a tutto l'essercito et ai suoi cittadini il danno e la perdita del Cecca. Ma non vi essendo rimedio alcuno, ne lo rimandarono in cassa a Fiorenza, dove dalle sorelle gli fu data onorata sepoltura in S. Piero Scheraggio, e sotto il suo ritratto di marmo fu posto lo infrascritto epitaffio:

Fabrum Magister Cicca, natus oppidis vel obsidendis vel

tuendis hic iacet. Vixit annos XXXXI. Menses IV.

Dies XIIII. Obiit pro patria telo ictus. Piae sorores

monumentum fecerunt MCCCCLXXXXVIIII.

VITA DI DON BARTOLOMEO ABBATE DI S. CLEMENTE MINIATORE E PITTORE

Rade volte suole avvenire che chi è d'animo buono e di vita esemplare, non sia dal cielo proveduto d'amici ottimi e di abitazioni onorate, e che per i buoni costumi suoi non sia vivendo in venerazione, e morto in grandissimo disiderio di chiunche l'ha conosciuto; come fa Don Bartolomeo della Gatta, abbate di S. Clemente d'Arezzo, il quale fu in diverse cose eccellente, e costumatissimo in tutte le sue azzioni. Costui, il quale fu monaco degl'Agnoli di Firenze, dell'Ordine di Camaldoli, fu nella sua giovanezza, forse per le cagioni che di sopra si dissono nella vita di Don Lorenzo, miniatore singularissimo e molto pratico nelle cose del disegno, come di ciò possono far fede le miniature lavorate da lui per i monaci di S. Fiore e Lucilla nella Badia d'Arezzo, et in particolare un messale che fu donato a papa Sisto, nel quale era nella prima carta delle segrete una Passione di Cristo bellissima. E quelle parimente sono di sua mano, che sono in S. Martino, Duomo di Lucca. Poco dopo le quali opere fu questo padre da Mariotto Maldoli aretino, Generale di Camaldoli, e della stessa famiglia che fu quel Maldolo il quale donò a S. Romualdo institutore di quell'ordine il luogo e sito di Camaldoli, che si chiamava allora Campo di Maldolo. La detta Badia di S. Clemente d'Arezzo, ed egli come grato del benefizio lavorò poi molte cose per lo detto Generale e per la sua Religione.

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