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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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In un'altra storia fece il papa che riceve, accarezzandolo, il doge che torna con la desiderata vittoria, donandogli un anello d'oro per isposare il mare, sì come hanno fatto e fanno ancora ogn'anno i sucessori suoi, in segno del vero e perpetuo dominio che di esso hanno meritamente; et in questa parte Ottone, figliuolo di Federigo Barbarossa, ritratto di naturale in ginocchioni inanzi al papa, e come dietro al doge sono molti soldati armati, così dietro al papa sono molti cardinali e gentiluomini. Appariscono in questa storia solamente le poppe delle galee, e sopra la capitana è una vettoria finta d'oro a sedere, con una corona in testa et uno scettro in mano.

Dell'altre parti della sala furono allogate le storie che vi andavano, a Giovanni fratello di Gentile, ma perché l'ordine delle cose che vi fece depende da quelle fatte in gran parte ma non finite dal Vivarino, è bisogno che di costui alquanto si ragioni. La parte dunque della sala che non fece Gentile fu data a far parte a Giovanni e parte al detto Vivarino, acciò che la concorrenza fusse cagione a tutti di meglio operare. Onde il Vivarino, messo mano alla parte che gli toccava, fece a canto all'ultima storia di Gentile, Ottone sopra detto, che si offerisce al papa et a' viniziani d'andare a procurare la pace fra loro e Federigo suo padre, e che ottenutola si parte, licenziato in sulla fede. In questa prima parte, oltre all'altre cose, che tutte sono degne di considerazione, dipinse il Vivarino con bella prospettiva un tempio aperto con scalee e molti personaggi; e dinanzi al papa, che è in sedia circondato da molti senatori, è il detto Ottone in ginocchioni, che giurando obliga la sua fede. Acanto a questa fece Ottone arrivato dinanzi al padre che lo riceve lietamente, et una prospettiva di casamenti bellissima, Barbarossa in sedia et il figliuolo ginocchioni che gli tocca la mano, accompagnato da molti gentiluomini viniziani ritratti di naturale, tanto bene che si vede che egli imitava molto bene la natura. Averebbe il povero Vivarino con suo molto onore seguitato il rimanente della sua parte; ma essendosi, come piacque a Dio, per la fatica e per essere di mala complessione, morto, non andò più oltre. Anzi, perché neanco questo che aveva fatto aveva la sua perfezzione, bisognò che Giovan Bellini in alcuni luoghi lo ritoccasse.

Aveva in tanto egli ancora dato principio a quattro istorie, che ordinatamente seguitano le sopra dette. Nella prima fece il detto papa in S. Marco, ritraendo la detta chiesa come stava apunto, il quale porge a Federigo Barbarossa a basciare il piede. Ma quale si fusse la cagione, questa prima storia di Giovanni fu ridotta molto più vivace e senza comparazione migliore, dall'eccellentissimo Tiziano. Ma seguitando Giovanni le sue storie, fece nell'altra il papa che dice messa in S. Marco, e che poi in mezzo del detto imperatore e del doge concede plenaria e perpetua indulgenzia a chi visita in certi tempi la detta chiesa di S. Marco, e particolarmente per l'Ascensione del Signore. Vi ritrasse il didentro di detta chiesa et il detto papa in sulle scalee, che escono di coro, in pontificale e circondato da molti cardinali e gentiluomini; i quali tutti fanno questa una copiosa, ricca e bella storia. Nell'altra, che è disotto a questa, si vede il papa in roccetto, che al doge dona un'ombrella dopo averne data un'altra all'imperatore e serbatone due per sé. Nell'ultima che vi dipinse Giovanni, si vede papa Alessandro, l'imperatore et il doge giugnere a Roma, dove fuor della porta gli è presentato dal clero e dal popolo romano otto stendardi di varii colori et otto trombe d'argento, le quali egli dona al doge; acciò l'abbia per insegna egli et i sucessori suoi. Qui ritrasse Giovanni Roma in prospettiva alquanto lontana, gran numero di cavalli, infiniti pedoni, molte bandiere et altri segni d'allegrezza sopra Castel Sant'Agnolo. E perché piacquero infinitamente queste opere di Giovanni, che sono veramente bellissime, si dava a punto ordine di fargli fare tutto il restante di quella sala, quando si morì, essendo già vecchio.

Ma perché insin qui non si è d'altro che della sala ragionato, per non interrompere le storie di quella, ora tornando alquanto a dietro, diciamo che di mano del medesimo si veggiono molte opere; ciò sono una tavola, che è oggi in Pesero in S. Domenico all'altar maggiore; nella chiesa di S. Zacheria di Vinezia, alla cappella di S. Girolamo, è in una tavola una Nostra Donna con molti Santi, condotta con gran diligenza, et un casamento fatto con molto giudizio; e nella medesima città, nella sagrestia de' frati minori, detta la Ca' grande, n'è un'altra di mano del medesimo fatta con bel disegno e buona maniera. Una similmente n'è in S. Michele di Murano, monasterio de' monaci camaldolensi; et in S. Francesco della Vigna, dove stanno frati del Zoccolo, nella chiesa vecchia, era in un quadro un Cristo morto, tanto bello che que' signori, essendo quello molto celebrato a Lodovico Undecimo re di Francia, furono quasi forzati, domandandolo egli con istanza, se ben mal volentieri, a compiacernelo. In luogo del quale ne fu messo un altro col nome del medesimo Giovanni, ma non così bello, né così ben condotto come il primo. E credono alcuni che questo ultimo per lo più fusse lavorato da Girolamo Mocetto, creato di Giovanni. Nella Confraternita parimente di S. Girolamo è un'opera del medesimo Bellino di figure piccole, molto lodate, et in casa Messer Giorgio Cornaro è un quadro similmente bellissimo, dentrovi Cristo, Cleofas e Luca. Nella sopra detta sala dipinse ancora, ma non già in quel tempo medesimo, una storia, quando i viniziani cavano del monasterio della Carità non so che papa, il quale, fuggitosi in Vinegia, aveva nascosamente servito per cuoco molto tempo ai monaci di quel monasterio; nella quale storia sono molte figure ritratte di naturale et altre figure bellissime. Non molto dopo, essendo in Turchia portati da un ambasciadore alcuni ritratti al Gran Turco, recarono tanto stupore e maraviglia a quello imperatore che, se bene sono fra loro per la legge maumettana proibite le pitture, l'accettò nondimeno di bonissima voglia, lodando senza fine il magisterio e l'artefice; e, che è più, chiese che gli fusse il maestro di quello mandato, onde considerando il senato che per essere Giovanni in età che male poteva sopportare disagi, senza che non volevano privare di tant'uomo la loro città, avendo egli massimamente allora le mani nella già detta sala del gran consiglio, si risolverono di mandarvi Gentile suo fratello, considerato che farebbe il medesimo che Giovanni. Fatto dunque mettere a ordine Gentile, sopra le loro galee lo condussono a salvamento in Gostantinopoli, dove essendo presentato dal balio della Signoria a Maumetto, fu veduto volentieri e come cosa nuova molto accarezzato; e massimamente avendo egli presentato a quel prencipe una vaghissima pittura che fu da lui ammirata, il quale quasi non poteva credere che un uomo mortale avesse in sé tanta quasi divinità che potesse esprimere sì vivamente le cose della natura. Non vi dimorò molto Gentile che ritrasse esso imperator Maumetto di naturale tanto bene, che era tenuto un miracolo. Il quale imperatore, dopo aver veduto molte sperienze di quell'arte, dimandò Gentile se gli dava il cuor di dipignere se medesimo; et avendo Gentile risposto che sì, non passò molti giorni che si ritrasse a una spera tanto proprio che pareva vivo; e portatolo al signore, fu tanta la maraviglia che di ciò si fece, che non poteva se non imaginarsi che egli avesse qualche divino spirito addosso. E se non fusse stato che, come si è detto, è per legge vietato fra' turchi quell'esercizio, non averebbe quello imperator mai licenziato Gentile. Ma, o per dubbio che non si mormorasse, o per altro, fattolo venir un giorno a sé, lo fece primieramente ringraziar delle cortesie usate et appresso lo lodò maravigliosamente per uomo eccellentissimo, poi dettogli che domandasse che grazia volesse, che gli sarebbe senza fallo conceduta, Gentile, come modesto e da bene, niente altro chiese, salvo che una lettera di favore, per la quale lo raccomandasse al serenissimo senato et illustrissima signoria di Vinezia sua patria. Il che fu fatto quanto più caldamente si potesse, e poi con onorati doni e dignità di cavaliere, fu licenziato. E fra l'altre cose che in quella partita gli diede quel signore, oltre a molti privilegii, gli fu posta al collo una catena lavorata alla turchesca, di peso di scudi dugentocinquanta d'oro, la quale ancora si truova appresso agli eredi suoi, in Vinezia. Partito Gentile di Gostantinopoli, con felicissimo viaggio tornò a Vinezia, dove fu da Giovanni suo fratello e quasi da tutta quella città, con letizia ricevuto, rallegrandosi ognuno degl'onori che alla sua virtù aveva fatto Maumetto. Andando poi a fare reverenza al doge et alla Signoria, fu veduto molto volentieri e commendato, per aver egli, secondo il disiderio loro, molto sodisfatto a quell'imperatore. E perché vedesse quanto conto tenevano delle lettere di quel prencipe che l'aveva raccomandato, gl'ordinarono una provisione di dugento scudi l'anno, che gli fu pagata tutto il tempo di sua vita.

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