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Le Torri di Mezzanotte

Электронная книга - «Le Torri di Mezzanotte». Краткое содержание книги:

Аннотация

Rand al’Thor, il Drago Rinato, si è confrontato con sé stesso, comprendendo finalmente il suo ruolo nello scontro finale con il Tenebroso. Ora tutto ciò che gli resta da fare prima dell’ultima Battaglia è riparare quanti più danni possibile nel mondo per poi radunare le truppe.
Anche Perrin sta cercando di ricongiungersi con lui, ma sulla sua strada si frappongono ostacoli provenienti dal suo passato, e per superarli dovrà innanzitutto trovare la pace con il lupo dentro di lui. E mentre Egwene, ormai stabilmente Amyrlin Seat, deve confrontarsi con Mesaana, una dei Reietti che da tempo si nasconde all’interno della Torre Bianca, Elayne sta consolidando il suo potere nell’Andor. È qui che arriva Mat, con la sua Banda della Mano Rossa, costretto da un giuramento ad attendere a Caemlyn prima di imbarcarsi in un’impresa impossibile per salvare una persona che tutti credevano morta. Dopo tante peripezie, tutti i protagonisti si ricongiungeranno per affrontare Tarmon Gai’don. Il penultimo episodio di un ciclo che con la sua potente ed essenziale visione del Bene e del Male ha appassionato milioni di lettori.
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Era un capolavoro. Un capolavoro terribile, distruttivo e meraviglioso. Al’Thor sollevò la sua mano verso il cielo. I venti accelerarono, i fulmini colpirono aree più ampie, i fuochi bruciarono più caldi. Trolloc gridavano, gemevano, ululavano. Ituralde scoprì che stava tremando.

Al’Thor chiuse la mano a pugno e tutto terminò.

Gli ultimi Trolloc ghermiti dal vento caddero dal cielo come foglie abbandonate da una brezza passeggera. Tutto tacque. Le fiamme si spensero, le nubi bianche e nere si diradarono e lasciarono lo spazio a un cielo azzurro.

Al’Thor abbassò la mano. Sul campo davanti a lui erano impilate carcasse su carcasse. Decine di migliaia di Trolloc morti e fumanti. Proprio davanti ad al’Thor, una pila larga cento passi formava un costone alto cinque piedi, una montagnola di morti che lo aveva quasi raggiunto.

Quanto tempo era occorso? Ituralde scoprì di non riuscire a stimarlo, anche se, guardando il sole, era passata almeno un’ora. Forse più. Erano sembrati secondi.

Al’Thor si voltò per allontanarsi. Le Fanciulle si alzarono su piedi tremanti, barcollando dietro di lui:

«Cos’era quell’urlo?» chiese Naeff. «Quello qui vicino, nell’edificio. L’avete sentito?»

Ituralde si accigliò. Cos’era stato? Attraversò la stanza, con gli altri che seguivano, inclusi diversi ufficiali di Bashere. Molti altri rimasero nella stanza, però, fissando il campo che era stato purificato da ghiaccio e fuoco. Era strano, ma Ituralde non era stato in grado di notare nessuna torre caduta in cima alla collina. Era come se gli attacchi di al’Thor in qualche modo avessero influenzato solo la Progenie dell’Ombra. Un uomo poteva davvero essere tanto preciso?

Il corridoio di fuori era vuoto, ma Ituralde nutriva un sospetto ora sul punto da cui era provenuto il grido. Si diresse alla porta di lord Torkumen; Bashere la aprì ed entrarono.

Pareva vuota. Ituralde provò una punta di paura. L’uomo era scappato? Tirò fuori la sua spada.

No. Una figura era rannicchiata nell’angolo accanto al letto, gli abiti eleganti spiegazzati, il farsetto macchiato di sangue. Ituralde abbassò la spada. Gli occhi di lord Torkumen non c’erano più. Pareva esserseli cavati con una penna d’oca per scrivere; quell’aggeggio insanguinato giaceva a terra accanto a lui.

La finestra era rotta. Bashere lanciò un’occhiata di fuori. «Lady Torkumen è laggiù.»

«È saltata» sussurrò Torkumen, artigliandosi l’orbita, le dita ricoperte di sangue. Sembrava confuso. «Quella luce... quella luce terribile.»

Ituralde lanciò un’occhiata a Bashere.

«Non posso guardarla» borbottò Torkumen. «Non posso! Signore Supremo, dov’è la tua protezione? Dove sono i tuoi eserciti a dilaniare, le tue spade a colpire? Quella luce mi divora la mente, come ratti che banchettano con un cadavere. Mi brucia i pensieri. Mi ha ucciso. Quella luce mi ha ucciso.»

«È impazzito» disse Bashere in tono cupo, inginocchiandosi accanto all’uomo. «Meglio di quanto meritasse, a giudicare da quelle farneticazioni. Luce! Il mio stesso cugino un Amico delle Tenebre. E al comando della città!»

«Di cosa sta parlando?» disse uno degli uomini di Bashere. «Una luce? Di certo non può aver visto la battaglia. Nessuna di queste finestre dà sul lato giusto.»

«Non sono sicuro che stesse parlando della battaglia, Vogeler» disse Bashere. «Andiamo. Sospetto che il lord Drago sarà stanco. Voglio assicurarmi che ci si occupi di lui.»

Ci siamo, pensò Min, picchiettando la pagina.

Sedeva sul suo davanzale nella Pietra di Tear, godendosi la brezza. Cercando di non pensare a Rand. Non era ferito, ma le sue emozioni erano così forti. Rabbia. Lei aveva sperato che non sarebbe mai più stato arrabbiato.

Si scrollò di dosso la preoccupazione: aveva del lavoro da fare. Stava seguendo la pista sbagliata? Stava interpretando nel modo sbagliato? Lesse di nuovo la frase. La Luce è tenuta davanti alle fauci del vuoto infinito, e tutto quello che lui è può essere preso.

Le sue congetture si interruppero quando vide una luce apparire dalla stanza dall’altra parte del corridoio. Lasciò cadere il suo libro e scese con un balzo sul pavimento. Tutt’a un tratto Rand era vicino. Poteva percepirlo attraverso il legame.

Due Fanciulle sorvegliavano la stanza dall’altro lato del corridoio, perlopiù per impedire che della gente vi entrasse e venisse ferita dai passaggi. Quello che si era aperto ora conduceva a un luogo che puzzava di fumo. Rand lo attraversò barcollando. Min corse da lui. Pareva esausto, gli occhi rossi, il viso pallido. Si appoggiò a lei con un sospiro, lasciando che lo aiutasse ad arrivare a una sedia.

«Cos’è successo?» domandò Min a Evasni, la Fanciulla che passò dopo di lui. Era una donna allampanata con scuri capelli rossi, tagliati corti con una coda dietro come quella di molte Fanciulle.

«Il Car’a’carn sta bene» disse la donna. «Anche se è come un giovane che ha corso attorno al campo un giro in più di chiunque altro, solo per dimostrare che poteva.»

«Ha ottenuto molto ji oggi» disse Ifeyina — l’altra Fanciulla — come per contrasto. La sua voce era solenne.

Rand sospirò, accomodandosi sulla sedia. Bashere seguì fuori dal passaggio, gli stivali che colpivano la roccia. Min udì voci chiamare da sotto, un gruppo di soldati feriti che venivano portati lì attraverso un passaggio più grande. I cortili della Pietra brulicavano di attività, con Guaritrici Aes Sedai che accorrevano a prendersi cura degli uomini coperti di sangue e fuliggine.

Dopo Bashere giunse un Domanese magro di mezz’età. Rodel Ituralde. Sembrava in pessime condizioni, con sangue secco sul suo volto sudicio, i vestiti strappati e una fasciatura improvvisata al braccio. Rand non aveva ferite visibili. I suoi abiti erano puliti, anche se insisteva ancora a indossare quel vecchio mantello marrone. Ma Luce, quanto sembrava stanco.

«Rand» disse Min inginocchiandosi. «Rand, stai bene?»

«Mi sono arrabbiato» disse Rand piano. «Pensavo che non l’avrei più fatto.»

Lei provò un brivido.

«Non è stata una rabbia terribile, come prima» disse Rand. «Non era la rabbia di distruzione, anche se ho distrutto. A Maradon, ho visto cos’era stato fatto a uomini che mi seguivano. Ho visto Luce in loro, Min. Sfidare il Tenebroso nonostante quanto fosse lunga la sua ombra. Noi vivremo, diceva quella sfida. Ameremo e spereremo.

«E l’ho visto tentare con tutte le sue forze di distruggere questo. Sa che se riesce a spezzare questo, significherebbe qualcosa. Qualcosa di molto più importante di Maradon. Spezzare lo spirito degli uomini... lui ne ha sete. Ha colpito molto più forte di quanto avrebbe fatto altrimenti perché voleva spezzare il mio spirito.» La sua voce si attenuò e lui aprì gli occhi, abbassando lo sguardo su Min. «E così mi sono opposto a lui.»

«Quello che hai fatto è stato stupefacente» disse Bashere, in piedi accanto a Min con le braccia incrociate. «Ma gli hai permesso di spingerti a questo?»

Rand scosse il capo. «Io ho diritto alla mia rabbia, Bashere. Non capisci? Prima, cercavo di tenere tutto nascosto dentro. Quello era sbagliato. Io devo provare emozioni. Devo soffrire per i dolori, le morti, le perdite di queste persone. Devo aggrapparmi a queste cose per sapere perché sto combattendo. Ci sono volte in cui ho bisogno del vuoto, ma questo non rende la mia rabbia meno parte di me.»

Pareva che stesse diventando più fiducioso con ogni parola, e Min annuì.

«Be’, hai salvato la città» disse Bashere.

«Non abbastanza presto» replicò Rand. Min poteva percepire la sua tristezza. «E le mie azioni di oggi possono comunque essere state un errore.»

Min si accigliò. «Perché?»

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