Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
FINE DELLA VITA D'ERCOLE DA FERRARA, PITTORE
VITA DI IACOPO, GIOVANNI E GENTILE BELLINI PITTORI VINIZIANI
Le cose che sono fondate nella virtù, ancor che il principio paia molte volte basso e vile, vanno sempre in alto di mano in mano, et insino a ch'elle non son arrivate al sommo della gloria, non si arrestano, né posano già mai, sì come chiaramente potette vedersi nel debile e basso principio della casa de' Bellini, e nel grado in che venne poi, mediante la pittura.
Adunque Iacopo Bellini, pittore viniziano, essendo stato discepolo di Gentile da Fabriano nella concorrenza che egli ebbe con quel Domenico, che insegnò il colorire a olio ad Andrea dal Castagno, ancor che molto si affaticasse per venire eccellente nell'arte, non acquistò però nome in quella, se non dopo la partita di Vinezia di esso Domenico. Ma poi ritrovandosi in quella città senza aver concorrente che lo pareggiasse, accrescendo sempre in credito e fama, sì fece in modo eccellente che egli era nella sua professione il maggiore e più reputato; et acciò che non pure si conservasse, ma si facesse maggiore nella casa sua e ne' sucessori il nome acquistatosi nella pittura, ebbe due figliuoli inclinatissimi all'arte, e di bello e buono ingegno: l'uno fu Giovanni e l'altro Gentile, al quale pose così nome per la dolce memoria che teneva di Gentile da Fabriano, stato suo maestro e come padre amorevole. Quando dunque furono alquanto cresciuti i detti due figliuoli, Iacopo stesso insegnò loro con ogni diligenza i principii del disegno, ma non passò molto, che l'uno e l'altro avanzò il padre di gran lunga; il quale, di ciò rallegrandosi molto, sempre gli inanimiva, mostrando loro che disiderava che eglino, come i toscani fra loro medesimi portavano il vanto di far forza per vincersi l'un l'altro, secondo che venivono all'arte di mano in mano, così Giovanni vincesse lui, e poi Gentile l'uno e l'altro, e così successivamente. Le prime cose che diedero fama a Iacopo, furono il ritratto di Giorgio Cornaro e di Caterina reina di Cipri, una tavola che egli mandò a Verona, dentrovi la passione di Cristo con molte figure, fra le quali ritrasse se stesso di naturale et una storia della croce, la quale si dice essere nella scuola di S. Giovanni Evangelista, le quali tutte e molte altre furono dipinte da Iacopo con l'aiuto de' figliuoli; e questa ultima storia fu fatta in tela, sì come si è quasi sempre in quella città costumato di fare, usandovisi poco dipignere, come si fa altrove, in tavole di legname d'albero, da molti chiamato oppio e d'alcuni gàtticce; il quale legname, che fa per lo più lungo i fiumi o altre acque, è dolce affatto e mirabile per dipignervi sopra, perché tiene molto il fermo quando si commette con la mastrice. Ma in Venezia non si fanno tavole, e facendose alcuna volta, non si adopera altro legname che d'abeto, di che è quella città abondantissima, per rispetto del fiume Adice che ne conduce grandissima quantità di terra tedesca, senza che anco ne viene pure assai di Schiavonia. Si costuma dunque assai in Vinezia dipignere in tela, o sia perché non si fende e non intarla, o perché si possono fare le pitture di che grandezza altri vuole, o pure per la commodità, come si disse altrove, di mandarle commodamente dove altri vuole, con pochissima spesa e fatica. Ma sia di ciò la cagione qualsivoglia, Iacopo e Gentile feciono, come di sopra si è detto, le prime loro opere in tela; e poi Gentile da per sé, alla detta ultima storia della croce, n'aggiunse altri sette o vero otto quadri, ne' quali dipinse il miracolo della croce di Cristo, che tiene per reliquia la detta scuola; il quale miracolo fu questo: essendo gettata per non so che caso la detta croce dal ponte della Paglia in Canale, per la reverenza che molti avevano al legno che vi è, della croce di Gesù Cristo, si gettarono in acqua per ripigliarla, ma come fu volontà di Dio niuno fu degno di poterla pigliare, eccetto che il guardiano di quella scuola. Gentile adunque, figurando questa storia, tirò in prospettiva in sul Canale grande molte case, il ponte alla Paglia, la piazza di S. Marco et una lunga processione d'uomini e donne, che sono dietro al clero. Similmente molti gettati in acqua, altri in atto di gettarsi, molti mezzo sotto et altri in altre maniere et attitudini bellissime; e finalmente vi fece il guardiano detto, che la ripiglia. Nella qual opera invero fu grandissima la fatica e diligenza di Gentile, considerandosi l'infinità delle figure, i molti ritratti di naturale, il diminuire delle figure che sono lontane et i ritratti particolarmente di quasi tutti gl'uomini che allora erano di quella scuola o vero Compagnia; et in ultimo vi è fatto, con molte belle considerazioni, quando si ripone la detta croce. Le quali tutte storie, dipinte nei sopra detti quadri di tela, arecarono a Gentile grandissimo nome.
Ritiratosi poi affatto Iacopo da sé, e così ciascuno de' figliuoli, attendeva ciascuno di loro agli studi dell'arte. Ma di Iacopo non farò altra menzione, perché non essendo state l'opere sue rispetto a quelle de' figliuoli straordinarie et essendosi non molto dopo che da lui si ritirarono i figliuoli, morto, giudico esser molto meglio ragionare a lungo di Giovanni e Gentile solamente. Non tacerò già che se bene si ritirarono questi fratelli a vivere ciascuno da per sé, che nondimeno si ebbero in tanta reverenza l'un l'altro, et ambidue il padre, che sempre ciascuno di loro celebrando l'altro, si faceva inferiore di meriti; e così modestamente cercavano di sopravanzare l'un l'altro, non meno in bontà e cortesia, che nell'eccellenza dell'arte. Le prime opere di Giovanni furono alcuni ritratti di naturale che piacquero molto, e particolarmente quello del doge Loredano, se bene altri dicono essere stato Giovanni Mozzenigo, fratello di quel Piero che fu doge molto inanzi a esso Loredano. Fece dopo Giovanni una tavola nella chiesa di S. Giovanni, all'altare di S. Caterina da Siena, nella quale, che è assai grande, dipinse la Nostra Donna a sedere col Putto in collo, S. Domenico, S. Ieronimo, S. Caterina, S. Orsola e due altre vergini; et a' piedi della Nostra Donna fece tre putti ritti, che cantano a un libro, bellissimo. Di sopra fece lo sfondato d'una volta in un casamento che è molto bello; la qual opera fu delle migliori che fusse stata fatta insino allora in Venezia. Nella chiesa di S. Iobbe dipinse il medesimo all'altar di esso Santo, una tavola con molto disegno e bellissimo colorito, nella quale fece in mezzo, a sedere un poco alta, la Nostra Donna col Putto in collo, e S. Iobbe e S. Bastiano nudi; et appresso S. Domenico, S. Francesco, S. Giovanni e S. Agostino, e da basso tre putti che suonano con molta grazia, e questa pittura fu non solo lodata allora che fu vista di nuovo, ma è stata similmente sempre dopo, come cosa bellissima. Da queste lodatissime opere mossi, alcuni gentiluomini cominciarono a ragionare che sarebbe ben fatto, con l'occasione di così rari maestri, fare un ornamento di storie nella sala del gran consiglio, nelle quali si dipignessero le onorate magnificenze della loro maravigliosa città, le grandezze, le cose fatte in guerra, l'imprese et altre cose somiglianti, degne di essere rappresentate in pittura alla memoria di coloro che venisseno; acciò che all'utile e piacere che si trae dalle storie che si leggono, si aggiugnesse trattenimento all'occhio et all'intelletto parimente, nel vedere da dottissima mano fatte l'imagini di tanti illustri signori, e l'opere egregie di tanti gentiluomini, dignissimi d'eterna fama e memoria. A Giovanni dunque e Gentile, che ogni giorno andavano acquistando maggiormente, fu ordinato da chi reggeva che si allogasse quest'opera, e commesso che quanto prima se le desse principio. Ma è da sapere che Antonio Viniziano, come si disse nella vita sua, molto innanzi aveva dato principio a dipignere la medesima sala, e vi aveva fatto una grande storia, quando dall'invidia d'alcuni maligni fu forzato a partirsi e non seguitare altramente quella onoratissima impresa. Ora Gentile, o per avere miglior modo e più pratica nel dipignere in tela che a fresco, o qualunche altra si fusse la cagione, adoperò di maniera che con facilità ottenne di fare quell'opera non in fresco, ma in tela. E così messovi mano, nella prima fece il papa che presenta al doge un cero, perché lo portasse nella solennità di processioni che s'avevano a fare. Nella quale opera ritrasse Gentile tutto il difuori di S. Marco et il detto papa fece ritto in pontificale con molti prelati dietro, e similmente il doge diritto, accompagnato da molti senatori. In un'altra parte fece prima quando l'imperatore Barbarossa riceve benignamente i legati viniziani, e di poi quando tutto sdegnato si prepara alla guerra, dove sono bellissime prospettive et infiniti ritratti di naturale, condotti con bonissima grazia et in gran numero di figure. Nell'altra che seguita, dipinse il papa che conforta il doge et i signori veneziani ad armare a comune spesa trenta galee, per andare a combattere con Federigo Barbarossa. Stassi questo papa in una sedia pontificale in roccetto et ha il doge accanto, e molti senatori abbasso. Et anco in questa parte ritrasse Gentile, ma in altra maniera, la piazza e la facciata di S. Marco, et il mare con tanta moltitudine d'uomini, che è proprio una maraviglia. Si vede poi in un'altra parte il medesimo papa ritto, et in pontificale dare la benedizione al doge che armato e con molti soldati dietro, pare che vada all'impresa. Dietro a esso doge si vede in lunga processione infiniti gentiluomini, e nella medesima parte tirato in prospettiva il palazzo e S. Marco; e questa è delle buone opere che si veggiano di mano di Gentile, se bene pare che in quell'altra, dove si rappresenta una battaglia navale, sia più invenzione, per esservi un numero infinito di galee che combattono et una quantità d'uomini incredibile, et insomma per vedervisi che mostrò di non intendere meno le guerre marittime, che le cose della pittura. E certo l'aver fatto Gentile in questa opera numero di galee nella battaglia intrigate, soldati che combattono, barche in prospettiva diminuite con ragione, bella ordinanza nel combatterete, il furore, la forza, la difesa, il ferire de' soldati, diverse maniere di morire, il fendere dell'acqua che fanno le galee, la confusione dell'onde, e tutte le sorti d'armamenti marittimi; e certo dico non mostra l'aver fatto tanta diversità di cose, se non il grande animo di Gentile, l'artifizio, l'invenzione et il giudizio, essendo ciascuna cosa da per sé benissimo fatta, e parimente tutto il composto insieme.