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Agonia della Terra [City at World's End - it]

Электронная книга - «Agonia della Terra [City at World's End - it]». Краткое содержание книги:

Una bomba superatomica viene lanciata, da una nazione sconociuta, su una piccola città americana dove si cela un centro per le ricerche atomiche. L’esplosione ha per effetto di rompere la continuità del tempo e sbalestrare la piccola città, intatta, in un’epoca dell’avvenire, a milioni di anni nel futuro, in una Terra morente e arida, inabitabile e deserta. La Federazione delle Stelle, che governa tutti i mondi del futuro, interviene per evacuare la popolazione della città su un altro pianeta. Ma la popolazione si ribella, e, con l’aiuto di uno scienziato del futuro, alla Terra morente viene iniettata una potente carica atomica che ha la virtù di riscaldarla nuovamente. Gli ultimi superstiti rimangono quindi sulla Terra rinata e la vita degli abitanti della piccola città può riprendere il suo corso normale, nella eterna storia dell’Universo.
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Hubble distolse Kenniston dal suo lavoro per esaminare una di quelle scoperte. Lo condusse attraverso una lunga ca­tena di corridoi a catacomba, sotto la città.

«Sai già che, in questa città, la temperatura è di alcuni gradi superiore a quella che potrebbe esserci in virtù del solo calore solare» disse Hubble. «Ho scoperto che c’erano grosse condutture che portavano l’aria calda in ogni parte della città. Perciò ho incaricato alcuni uomini di rintracciare dove facessero capo quelle condutture.»

Kenniston si sentì invaso da un’improvvisa eccitazione.

«La fonte, vuoi dire? Un grosso impianto di riscalda­mento artificiale, forse?»

«No, non è questo» replicò Hubble. «Ma dai tu stesso un’occhiata.»

Erano giunti in una vasta sala sotterranea. Tutto finiva sull’orlo di un enorme pozzo abissale... un grande pozzo cir­colare il cui fondo si perdeva in una profondissima oscurità. Kenniston guardava perplesso. Poi osservò che le grosse con­dutture uscivano da quel pozzo e si diramavano in tutte le di­rezioni.

«Quell’aria leggermente più calda proviene da questo pozzo» disse Hubble, accennando alla voragine. Poi ag­giunse: «So che sembra una cosa impossibile alla nostra esperienza di costruttori e di tecnici. Ma credo che questo pozzo sia profondo molti, molti chilometri. Credo che giun­ga fino alle abissali profondità della Terra.»

«Ma le viscere della Terra dovrebbero essere una massa ardente, incandescente» obiettò Kenniston.

«Già, lo erano una volta, milioni di anni or sono» cor­resse Hubble. «E mentre la terra diventava sempre più fred­da, mentre la superficie diveniva inabitabile, hanno costrui­to questa città protetta da una cupola, e forse altre come que­sta... e hanno scavato un grande pozzo per catturare il calore delle massime profondità. Ma anche le profondità della Terra sono più fredde, ora, quasi spente. Cosicché non giunge più che un calore appena sufficiente per riscaldare un poco la città.»

«Ed è questa la ragione per la quale non potevano più vi­vere qui... facevano assegnamento sul calore interno della Terra, e quando questo diminuì...» Kenniston si interruppe, accigliato.

La seconda scoperta fu fatta da Jennings, un giovane rappresentante di automobili che guidava una delle squa­dre di esplorazione. Ne fece un confuso resoconto agli scienziati, e Kenniston andò, con Beitz e Crisci, a vedere di che si trattava.

Era una vasta sala per adunanze, semicircolare, in uno dei maggiori edifici, e disponeva di parecchie centinaia di posti a sedere.

«Una sala consiglio, o forse una sala per conferenze» disse Beitz. «Che c’è di strano?»

«Guardate quei posti nella seconda fila» disse Jen­nings.

Capirono, allora, che cosa volesse dire. I posti di quella fila non erano normali sedili metallici come gli altri. Erano di­versi... diversi dai sedili normali e diversi l’uno dall’altro.

Alcuni di essi non sembravano affatto sedili. Alcuni erano molto ampi, piatti e bassi, con larghi schienali piegati un po­co verso l’interno; altri erano strettissimi, senza schienale al­cuno; altri ancora erano simili a sedie a sdraio, ma la curva era assolutamente troppo profonda.

«Se si tratta di sedili» disse Jennings «non erano certo destinati a uomini come noi.»

Kenniston e gli altri si guardarono, sorpresi e spaventati. Kenniston ebbe d’improvviso la grottesca visione di una grande sala affollata di congressisti, congressisti che in parte erano esseri umani e in parte... che cosa? Forse che l’uma­nità, nelle sue ultime epoche, aveva condiviso la Terra con al­tre razze che non erano umane?

«Siamo troppo precipitosi nelle conclusioni» commen­tò Beitz, rompendo il silenzio. «Possono anche non essere affatto sedili.» Ma mentre lasciavano la sala, disse a Jen­nings: «È meglio che non facciate parola di tutto ciò. Po­trebbe impressionare la gente.»

Ciò che le altre squadre di esplorazione avevano scoperto, venne riassunto in un breve discorso di Hubble, di fronte alla popolazione di Middletown che si era riunita il pomeriggio della domenica successiva, nella piazza maggiore.

Erano state indette, quella mattina, funzioni religiose, senza campane né organi, né vetri istoriati, naturalmente, ma in grandi sale immerse nella penombra e piene di au­stera solennità. Era poi seguito il primo congresso di Nuo­va Middletown. Erano stati installati altoparlanti in modo che tutti, nella grande piazza, potessero udire, e il sindaco Garris, più invecchiato e più umile, parlò alla popolazione adunata. Cercò naturalmente di essere il più possibile in­coraggiante.

Il sistema di razionamento funzionava bene, disse. Non c’era pericolo alcuno di patire la fame, perché la coltivazione idroponica sarebbe stata presto iniziata. Potevano perciò vi­vere a Nuova Middletown anche indefinitamente, se neces­sario.

«Il dottor Hubble» aggiunse poi «vi esporrà ora ciò che le squadre di esplorazione hanno trovato in Nuova Mid­dletown.»

Hubble fu conciso. Insistette sul fatto che gli originari abi­tanti di Nuova Middletown avevano lasciato la città delibera­tamente.

«Si sono presi i loro effetti personali, i libri, i vestiti, gli apparecchi più piccoli, gli strumenti e i mobili. Le cose che hanno lasciato erano tutte cose troppo massicce per essere facilmente trasportate; tra queste ultime ci sono rimaste, fra l’altro, alcune macchine che riteniamo fossero azionate ato­micamente, ma che debbono essere studiate con gran cura prima di cercare di rimetterle in attività. Riteniamo che ci di­verrà possibile, col tempo, l’utilizzazione di tutta questa at­trezzatura.»

Il sindaco Garris si alzò prontamente per aggiungere: «E almeno uno di questi apparecchi è ora pronto per l’uso! Il si­gnor Kenniston è riuscito a rimettere in funzione una delle radiotrasmittenti qui esistenti, per cui comincerà a trasmet­tere appelli per collegarci con gli altri popoli della Terra.»

Un grande applauso scoppiò istantaneamente da parte de­gli abitanti di Nuova Middletown. Kenniston appena sciolta l’adunanza, si trovò assediato da cittadini eccitati che gli fa­cevano mille domande. Dovette perciò confermare quanto aveva annunciato il sindaco, aggiungendo che avrebbe subi­to iniziato a lanciare appelli per radio.

Tuttavia, quando riuscì a trovarsi solo con Hubble, il suo viso era corrucciato.

«Garris non avrebbe dovuto annunciare una cosa simile! Questa gente è matematicamente sicura che riusciremo pre­sto a parlare con altre città popolate!»

Anche Hubble parve preoccupato.

«Sono così sicuri che vi siano altri uomini viventi sulla Terra... che, per loro, l’unica vera difficoltà è quella di metter­si in contatto con loro.»

Kenniston lo guardò.

«Credi che vi siano realmente altri uomini viventi sulla Terra? Io comincio a dubitarne, Hubble. Se non hanno potu­to vivere in una città come questa, non hanno certamente po­tuto vivere in nessun altro luogo.»

«Può darsi» ammise Hubble, piuttosto perplesso. «Ma non possiamo essere sicuri di nulla. Dobbiamo tentare, e con­tinuare a tentare.»

Kenniston mise in attività la trasmittente quella sera stes­sa, usandola solo per dieci minuti ogni ora, per risparmiare al massimo la benzina.

«Qui, Middletown!» urlava nel microfono. «Qui, Middletown!»

Era superfluo aggiungere altre parole. Non potevano in­fatti far funzionare un ricevitore per udire la risposta. Pote­vano solamente chiamare, per rendere nota la loro presenza e attendere, nella speranza che qualsiasi altro essere vivente che ancora fosse rimasto sulla Terra morente ascoltasse l’ap­pello e venisse da loro.

Una fitta folla lo guardava, al di là della porta, mentre egli trasmetteva il suo appello. Quella folla rimase là tutta notte, e il giorno seguente, e il giorno seguente, e il giorno successi­vo ancora. Stavano tutti in silenzio, ma la speranza che si leg­geva sui loro visi turbava fortemente Kenniston. Mentre altri due giorni passavano, sentiva in sé tutta l’ironia di quelle fu­tili parole che andava ripetendo all’etere.

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