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Agonia della Terra [City at World's End - it]

Электронная книга - «Agonia della Terra [City at World's End - it]». Краткое содержание книги:

Una bomba superatomica viene lanciata, da una nazione sconociuta, su una piccola città americana dove si cela un centro per le ricerche atomiche. L’esplosione ha per effetto di rompere la continuità del tempo e sbalestrare la piccola città, intatta, in un’epoca dell’avvenire, a milioni di anni nel futuro, in una Terra morente e arida, inabitabile e deserta. La Federazione delle Stelle, che governa tutti i mondi del futuro, interviene per evacuare la popolazione della città su un altro pianeta. Ma la popolazione si ribella, e, con l’aiuto di uno scienziato del futuro, alla Terra morente viene iniettata una potente carica atomica che ha la virtù di riscaldarla nuovamente. Gli ultimi superstiti rimangono quindi sulla Terra rinata e la vita degli abitanti della piccola città può riprendere il suo corso normale, nella eterna storia dell’Universo.
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Il terzo giorno furono trasportati i malati, che vennero ospitati in un grande edificio convertito in ospedale. Arriva­rono anche i carcerati, che furono rinchiusi in un altro edifi­cio. Un enorme palazzo della piazza centrale diventò il nuo­vo Municipio. E al cadere della terza notte non restò più, a Middletown, anima viva. Tutti i suoi abitanti erano stati ac­colti sotto la grande cupola della città sconosciuta.

«Chiameremo questo posto Nuova Middletown» aveva proclamato il sindaco Garris. «Ci sarà più simpatico.»

Kenniston passeggiava con Carol, quella sera, lungo i viali scuri della città. Candele e lampade brillavano alle porte e al­le finestre. Un bambino piangeva, in qualche posto, e la voce di una mamma lo acquietò cantando una ninnananna. Dei cani abbaiavano in lontananza. La voce metallica di un fono­grafo cantava: Non posso darti che l’amor, bambina.

Kenniston pensò che gli altissimi edifici dovevano ora guardare giù con occhi stupefatti... Quella città, sotto la sua cupola incastonata di stelle, era stata in silenzio tanto a lun­go; su quel silenzio immenso, il sole smorto e gelido si era av­vicendato innumerevoli volte; e ora...

Poteva una città ricordarsi del passato? pensava Kenni­ston. Ricordava, quella città, i giorni lontanissimi dei suoi co­struttori, degli amanti che avevano passeggiato per le sue stra­de, dei bambini che avevano conosciuto i suoi angoli e i suoi nascondigli più segreti? Era lieta, quella città, che gli uomini fossero ritornati ancora, o le spiaceva di aver perduto quel si­lenzio e quella pace, che si perdevano negli abissi del tempo?

Carol rabbrividì e si abbottonò il pesante cappotto.

«Sta facendo più freddo.»

Kenniston fece un cenno affermativo col capo.

«Ma non tanto freddo come a Middletown... Solo come in una notte di ottobre, nel mondo di una volta. Questo è un freddo che possiamo sopportare.»

La fanciulla lo guardò, con gli occhi scuri nel pallore del viso.

«Ma come faremo a vivere qui, Ken? Voglio dire, come faremo a vivere quando i rifornimenti portati dai magazzini di Middletown finiranno?»

Tanto Kenniston quanto Hubble sapevano bene che quella domanda sarebbe stata fatta, presto o tardi, ma avevano pronta una risposta. Non una risposta precisa, ma la sola possibile.

«Vi sono grossi serbatoi idroponici alla periferia di que­sta città, Carol. Gli antichi abitanti coltivavano le loro derra­te in quei serbatoi. Noi potremo fare la stessa cosa. Abbiamo una quantità di sementi a Middletown.»

«Ma... e l’acqua?»

«Ce n’è una quantità» rispose prontamente Kenniston. «Enormi serbatoi sotterranei, che debbono essere in comu­nicazione con sorgenti a grandi profondità. Hubble l’ha fatta esaminare. È perfettamente potabile.»

Camminarono lentamente verso la piazza. Ora la Luna era sorta. Quella Luna color rame, irrealmente grande, tanto più vicina alla Terra che nelle epoche di una volta. La sua lu­ce cupa filtrava attraverso la cupola immensa della città. Le bianche torri degli edifici sembravano perdute in un sogno.

Kenniston pensava alla storia della Terra. Milioni di anni, trilioni di vite umane piene di dolori, di speranze e di lotte, e tutto per che cosa? Per questo?

Anche Carol provò un senso di vuoto e di nullità, e si strin­se più forte a lui.

«Ma sono tutti morti, Ken? Tutta la razza umana, eccetto noi?»

Anche per questa domanda, Kenniston e Hubble avevano preparato una risposa, la risposta che avrebbero dovuto dare a tutti.

«Non c’è alcuna ragione di ritenerlo. Ci possono essere altre città ancora abitate. Se è così, ci metteremo presto in contatto con esse.»

Carol scosse il capo.

«Parole, Ken. Non ci credi nemmeno tu.» Si allontanò un poco da lui. «Siamo soli» aggiunse. «Ogni cosa che avevamo è scomparsa: il nostro mondo, tutta la nostra vita, e siamo completamente soli.»

Kenniston le passò un braccio attorno alla vita. Avrebbe voluto dirle qualcosa che la confortasse, ma la ragazza rima­neva rigida e tremante, e d’improvviso sbottò: «Ken, in cer­ti momenti credo quasi di odiarti.»

Troppo sorpreso per potersi arrabbiare, Kenniston la la­sciò andare.

«Carol» disse «sei troppo stanca e preoccupata per...»

Ma la voce di lei era lenta e aspra. Le parole le venivano al­le labbra come se non avesse più potuto trattenerle.

«Troppo stanca e preoccupata? Può darsi. Ma non posso fare a meno di ricordare che se tu, e altri con te, non foste ve­nuti a Middletown con quel laboratorio segreto, cinquanta­mila persone non avrebbero dovuto soffrire di una cosa simi­le. Questa sventura ce l’avete procurata voi...»

Kenniston cominciò a capire, ora, la causa delle rigide maniere di Carol e dei suoi silenzi poco amichevoli.

Rimase per un momento furiosamente indignato, tanto più perché la fanciulla lo aveva ferito in un punto sensibile. Rimase a guardarla con occhi accigliati, poi la sua ira svanì, ed egli l’afferrò per le spalle.

«Carol, parli a vanvera, e lo sai bene! Sei amareggiata perché hai perduto la tua casa, il tuo modo di vivere, il tuo mondo, e per tutto questo fai di me un capro espiatorio. Ma non puoi farlo! Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, ora più che mai, e non dobbiamo perderci per cose di questo genere.»

Carol lo guardò freddamente, poi cominciò a singhiozza­re, e si appoggiò a lui, piangendo.

«Oh, Ken, non credermi una stupida! Sono così turbata, e non capisco più nemmeno me stessa.»

«Tutti siamo in questo stato d’animo» la confortò Ken­niston. «Ma tutto finirà bene. Dimentichiamo, Carol!»

Ma mentre la teneva stretta fra le braccia cercando di cal­marla, guardava quelle altissime torri punteggiate di milio­ni di finestre e l’aspetto di quella luna strana, e capiva che Carol non avrebbe mai potuto completamente dimenticare. Quel profondo risentimento non sarebbe facilmente svani­to, e avrebbe dovuto lottare a lungo, contro di esso. Sarebbe stata una lotta dura, perché nelle parole di Carol c’era una parte di verità, che tuttavia non avrebbe voluto sentirsi rin­facciare mai.

8

Qui, Middletown!

Quando si svegliò, Kenniston rimase per qualche tempo av­volto nelle coperte, guardandosi in giro per la grande came­ra, col medesimo sentimento di irrealtà che provava ogni mattina.

Era una camera molto vasta, con pareti graziosamente ri­curve e il soffitto di una materia plastica morbida, color avo­rio. Ma non era così vasta come sembrava, perché i costrut­tori di quella città avevano imparato l’arte di usare spazi li­mitati e farli apparire assai più ampi.

Guardò le alte finestre polverose e si domandò a cosa aves­se potuto essere adibita, una volta, quella camera. Faceva parte del grande palazzo della piazza, perché il sindaco Garris aveva insistito che tutto il personale dei laboratori di Middletown alloggiasse vicino al Municipio.

Era stato, ovviamente, un edificio pubblico, quello in cui si trovava, ma all’infuori di alcune tavole massicce, la camera era quasi vuota e non si poteva capire chiaramente a che cosa avesse potuto servire.

Guardò gli altri suoi colleghi: Hubble dormiva ancora, cal­mo. Beitz dormiva di un sonno leggero muovendosi ogni tan­to con qualche lamento, il sonno dell’età avanzata. Crisci era invece del tutto sveglio, e guardava il soffitto.

Kenniston ricordò d’improvviso, con un senso di pena, qualche cosa che aveva del tutto scordato, nell’impeto degli avvenimenti. Si avvicinò a Crisci e bisbigliò: «Me ne dispia­ce molto, Louis. Mi devi scusare se ho pensato solo ora alla tua ragazza.»

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