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L'ultimo castello [The Last Castle - it]

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L'ultimo castello [The Last Castle - it]
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«Ho cercato di spiegargli che si trattava di un grosso equivoco e che un solo uomo non poteva parlare per tutti, però non l’ho convinto, perché sosteneva che un Mek parla a nome di tutti e che loro pensano con una sola mente.

«Contento di aver chiarito l’equivoco gli ho detto che noi uomini pensiamo ognuno per conto suo e che non era affatto nostra intenzione quella di rimandarli su Etamin Nove. Non era possibile, adesso che tutto era stato spiegato, mettere fine alla ribellione?

«Mi ha risposto di no, perché ormai le cose erano andate troppo oltre, perciò la distruzione del genere umano sarebbe andata avanti. Un mondo solo era comunque troppo piccolo per due razze diverse.

«“Allora ti devo uccidere. Non che mi piaccia l’idea, ma tu se ne avessi la possibilità ammazzeresti il maggior numero possibile di uomini” gli ho detto. Mi è saltato addosso e sono riuscito ad ammazzarlo più facilmente che se fosse rimasto seduto a guardarmi.

«Questo è tutto. A quanto pare la colpa di tutto questo sfacelo è solo vostra e di O.Z. Garr. Non posso credere che sia stato O.Z. Garr, è impossibile, quindi siete stato voi, Claghorn! voi che dovete avere questo peso sulla coscienza!»

Claghorn abbassò gli occhi sull’ascia, corrugando la fronte.

— Sì, il peso, ma non la colpa. Il mio è stato un comportamento dettato dall’ingenuità, non dalla cattiveria.

Xanten indietreggiò.

— La vostra freddezza mi stupisce. Una volta, quando O.Z. Garr e gli altri, pieni di rancore, vi giudicavano pazzo…

— Calmatevi, Xanten! — esclamò Claghorn. — Stiamo andando troppo oltre. In che cosa ho sbagliato? Solo nell’aver osato troppo. Il fallimento è una cosa tragica, ma un volto tisico aleggiante sulla coppa del futuro è peggio ancora. Desideravo essere eletto Hagedorn e avrei rimandato gli schiavi nella loro patria. Non ce l’ho fatta e gli schiavi si sono ribellati. Non dite altro, per favore, mi annoiate. Non immaginate neanche quanto mi deprima vedervi lì con quegli occhi stralunati.

— Vi annoio? E non vi piace il modo in cui vi guardo?… ma… e le migliaia di morti? — urlò Xanten.

— Quanto sarebbe durata ancora la loro vita? La vita dell’uomo costa meno dei pesci del mare. Accettate un consiglio; lasciate perdere i vostri rimproveri e dedicate tutte le vostre forze a salvare voi stesso. Sapete, vero, che c’è un mezzo per farlo? Non capite? Vi garantisco che sto dicendo la verità, ma non vi dirò di più.

— Claghorn — disse Xanten. — Ho fatto tutta questa strada per staccarvi quella vostra testa arrogante… — ma l’altro non gli dava più retta e si era rimesso al lavoro.

— Claghorn! Ascoltatemi!

— Xanten, andatevene da un’altra parte a urlare, per favore, sfogatevi con i vostri Uccelli.

Xanten si girò e riprese il viottolo. Le ragazze intente alla raccolta delle more lo fissarono con aria interrogativa e si spostarono per lasciarlo passare. Xanten si guardò intorno, ma Glys Meadowesweet non si vedeva da nessuna parte. Riprese a camminare ancora più adirato, ma si fermò di colpo quando vide Glys a poca distanza dagli Uccelli, seduta sul tronco di un albero abbattuto intenta a esaminare un filo d’erba come se fosse una testimonianza del passato. Miracolosamente gli Uccelli gli avevano obbedito e lo avevano aspettato con un certo ordine.

Xanten guardò il cielo e sferrò un calcio sull’erba. Respirò e si avvicinò a Glys. Vide che aveva infilato un fiore nei capelli sciolti.

Dopo alcuni istanti la ragazza sollevò lo sguardo e lo fissò in viso.

— Perché siete tanto adirato?

Xanten si picchiò la coscia con la mano, quindi si sedette vicino a lei.

— Adirato? Niente affatto. Sono solo esasperato. Claghorn è ostinato come un mulo. Sa come salvare Castel Hagedorn ma non vuole dirmi il segreto.

Glys Meadowesweet scoppiò a ridere, una risata disinvolta e piacevole, del tutto diversa da quelle che si udivano al castello.

— Il segreto? Ma se lo so anch’io!

— Eppure deve essere un segreto e non me lo vuole rivelare.

— Ascoltatemi. Se non volete che gli Uccelli sentano ve lo dirò a bassa voce — e gli sussurrò alcune parole all’orecchio.

Forse fu quel dolcissimo respiro che gli sconvolse la mente, comunque il concetto della rivelazione non riuscì a entrare nella testa di Xanten. Proruppe in un risolino acre.

— Ma questo non è un segreto, è solo quello che gli Sciti chiamavano bathos. È un disonore per noi nobili! Forse che balliamo con i Contadini? o serviamo le essenze agli Uccelli? o parliamo con loro della bellezza delle nostre Phane?

— E così è un «disonore»? — Glys balzò in piedi. — Allora dovreste sentirvi disonorato anche a stare qui a parlare con me, a starmi seduto vicino facendo delle ridicole insinuazioni!

— Ma io non ho fatto nessuna insinuazione! — protestò Xanten. — Me ne sto qui seduto con un contegno più che decoroso…

— Troppo decoro, troppo onore! — Con uno slancio che stupì Xanten, Glys si strappò il fiore dai capelli e lo gettò a terra. — Andatevene via!

— No — le rispose Xanten, improvvisamente umile. Si chinò a raccogliere il fiore, lo baciò e lo rimise fra i capelli della ragazza. — Non voglio esagerare con l’onore. Prometto che cercherò di fare del mio meglio. — Le circondò le spalle con le braccia ma lei lo allontanò.

— Voglio sapere — gli chiese con un tono da donna matura — avete qualcuna di quelle donne insetto?

— Io? Una Phane? No, neanche una.

Glys si calmò e si lasciò abbracciare, nonostante le risate sghignazzanti degli Uccelli che facevano rumore con le ali.

XIII

L’estate era al termine. Il 30 di giugno Janeil e Hagedorn celebrarono la Festa dei Fiori nonostante l’altezza della diga intorno a Janeil aumentasse sempre di più. Poco tempo dopo Xanten volò a Castel Janeil per proporre al Consiglio di evacuare il castello per mezzo degli Uccelli. I consiglieri ascoltarono impietriti, e senza profferir parola passarono a un altro argomento.

Xanten tornò a casa e muovendosi con la massima discrezione riuscì a convincere una quarantina di cadetti e nobili. Non gli riuscì comunque di mantenere nel segreto la base del suo intento.

I tradizionalisti all’inizio fecero del sarcasmo lanciandogli accuse di poltroneria, ma dopo insistenti raccomandazioni di Xanten i suoi compagni, anche quelli più impulsivi, rinunciarono a qualsiasi reazione.

Castel Janeil cadde la sera del 9 settembre. La notizia giunse a Castel Hagedorn alcuni giorni dopo portata dagli Uccelli che continuavano a ripetere sempre più istericamente l’orribile svolgimento dei fatti.

Hagedorn, smarrito e sfinito, riunì subito il Consiglio che prese nota del terribile avvenimento.

— Siamo rimasti l’ultimo castello, adesso! Molto probabilmente i Mek non possono farci del male. Possono circondarci di dighe per vent’anni di fila, arriveranno soltanto alla disperazione. Noi siamo al sicuro, comunque è strano pensare che qui a Castel Hagedorn vivono gli unici nobili sopravvissuti dell’intera razza umana!

Intervenne Xanten, con parole colme di convinzione.

— Vent’anni… cinquanta… che differenza fa per i Mek? Una volta che ci avranno circondato saremo in trappola. Ma non capite che questa per noi è l’ultima possibilità di fuga?

— Fuggire? Che cosa va dicendo! È vergognoso! — tuonò O.Z. Garr. — Prendete pure il vostro gruppo di disgraziati e andatevene, nella steppa, nella palude, nella tundra… dove volete, voi e i vostri poltroni, ma per favore, non angustiateci più con questi stupidi allarmismi!

— Garr, da quando sono diventato un «poltrone», come dite voi, ho capito una cosa: che la sopravvivenza consiste nella buona morale. L’ho appreso dalla bocca di un gran saggio.

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