Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
«Certo, parliamo. Ici! Qui. Subito.»
«Non dica sciocchezze» risposi a bassa voce, e mi guardai nervosamente a sinistra e destra. «Non qui. Troppe donne. Troppa gente che ascolta. Venga con me. Ma dica agli altri due di aspettarla sul molo.»
«Non!»
«Dio ne scampi e liberi! Ascolti con attenzione» bisbigliai. «Lei dirà ai due bestioni di lasciare la nave e di aspettarla ai piedi della passerella. Poi noi due andremo sul ponte, dove potremo parlare senza essere ascoltati da nessuno. Altrimenti non se ne fa niente… e io dico al mio capo che siete stati voi a non voler trattare. Chiaro? Subito! Altrimenti, ritorni pure indietro e dica che l’affare non si combina più.»
Lui esitò per qualche istante, poi disse qualcosa in fretta, in un francese che non riuscii a capire (il mio francese è della forza di La piume de ma tante). Il gorilla non era troppo convinto, ma il killer alzò le spalle e si avviò verso la passerella.
Dissi al piccoletto: «Venga! Non perdiamo tempo, la nave sta per partire!» e mi diressi a poppa, senza guardare se mi seguisse.
Camminai in fretta, costringendolo a seguirmi per non perdermi di vista. Tra la mia testa e la sua c’era quasi una spanna: la stessa differenza che c’era tra l’altezza del gigante e la mia. Il piccoletto dovette trottare per starmi dietro.
Proseguii fino al ponte scoperto, oltrepassai bar e tavolini, fino a raggiungere la piscina.
Come mi aspettavo, la piscina era chiusa, dato che la nave era agli ormeggi. C’era il solito cartello: CHIUSA DURANTE LA PERMANENZA IN PORTO, e una sorta di barriera simbolica, costituita da una corda tesa tra due paletti, ma la piscina era ancora piena d’acqua. Scavalcai la corda e mi fermai con la schiena alla piscina. L’amico mi seguì, ma io alzai una mano. «Si fermi lì.» Lui si fermò.
«Adesso possiamo parlare» dissi. «Bene! Cosa le salta in mente di richiamare tanta attenzione su di sé? Portare a bordo quei due! Su una nave danese, addirittura! Il nostro amico B. sarà irritatissimo con lei, glielo garantisco. Lei come si chiama?»
«Lasci perdere il mio nome. Dov’è il pacco?»
«Quale pacco?»
Cominciò a strillare, ma io l’interruppi. «Lasci perdere queste sciocchezze; non mi fanno impressione. La nave sta per partire; le restano pochi minuti per dirmi esattamente cosa vuole e per convincermi a dargliela. Continui a minacciare, e dovrà ritornare dal suo capo per dirgli che non c’è riuscito. Parli! Che cosa vuole?»
«Il pacchetto!»
Sospirai. «Questo lo sappiamo già. Che tipo di pacchetto? Cosa c’è dentro?»
Lui ebbe un attimo di esitazione. «Soldi.»
«Interessante. Quanti soldi?»
Questa volta, lui esitò ancora di più, e io lo interruppi di nuovo. «Se non sa la cifra esatta» dissi «le posso dare due franchi per pagarsi una birra e ci salutiamo qui. È questo, ciò che desidera? Due franchi?»
Non pensavo che un uomo così magro potesse avere una pressione così alta. Farfugliò: «Dollari americani. Un milione».
Gli risi in faccia. «E perché dovrei avere con me una cifra così alta? Inoltre, perché dovrei darli a lei? Come può dimostrarmi di essere autorizzato a riceverli?»
«È impazzito? Sa benissimo chi sono.»
«Me lo dimostri. Ha qualcosa agli occhi, e la voce è diversa. Ho l’impressione che lei sia un impostore.»
Mi rispose con rabbia… in francese, suppongo. Non credo che fossero dei complimenti. Cercai nella mia memoria e gli ripetei le parole che la gentildonna aveva pronunciato la sera prima e che le avevano fatto dire, da parte del marito, che dava troppo peso a una cosa di poca importanza. Forse non erano le frasi più appropriate, ma io volevo semplicemente farlo montare in collera.
A quanto potei constatare, ci riuscii perfettamente. Lui alzò la mano, io lo presi per il polso, finsi di inciampare, finii dentro la piscina, di schiena, e tirai dentro anche lui. Nel cadere gridai: «Aiuto!»
Finimmo sott’acqua. Io lo afferrai bene, mi sollevai (e di conseguenza spinsi in basso lui) e cominciai a dire: «Aiuto! Mi tira sotto!»
Finimmo di nuovo sott’acqua, lottando debolmente tra noi. Io gridai aiuto ogni volta che mi trovai con la testa fuori dall’acqua. Non appena vidi arrivare qualcuno, finsi di svenire e lasciai il mio avversario.
Rimasi “svenuto” finché non cominciarono a farmi la respirazione bocca a bocca. A quel punto, tossii e aprii gli occhi. «Dove sono?»
Qualcuno disse: «Ha ripreso i sensi. È a posto».
Mi guardai attorno. Ero steso sulla schiena, sul bordo della piscina. Qualcuno mi aveva tirato fuori con un robusto strattone: avevo il braccio sinistro quasi slogato. A parte quello, non avevo subito danni. «Dov’è finito? L’uomo che mi ha spinto nella piscina?»
«È sceso dalla nave.»
Riconobbi la voce. Girai la testa. Era il mio amico Henderson, il commissario di bordo.
«Oh, davvero?»
Questo mise la parola fine all’incidente. Il mio amico Faccia Di Topo era uscito dall’acqua mentre i marinai mi ripescavano, e si era affrettato ad allontanarsi. Quando io avevo ripreso i sensi, Piccoletto e i suoi due gorilla erano già lontano.
Henderson mi fece rimanere sdraiato finché non arrivò il medico di bordo. Questi mi appoggiò sul petto uno stetoscopio e comunicò che stavo bene. Raccontai un paio di piccole bugie, una mezza verità e feci qualche accenno vago. Ormai la passerella era stata ritirata e la sirena della nave annunciò che avevamo lasciato il porto.
Mi guardai bene dal raccontare che il mio sport preferito, al liceo, era la pallanuoto.
I giorni successivi furono molto dolci, nel senso che l’uva più dolce cresce sui fianchi dei vulcani attivi.
Tornai a consumare i pasti con i miei compagni di tavolo senza che questi notassero qualcosa di strano in me. Appresi i loro nomi con il semplice espediente di aspettare che qualcun altro li pronunciasse. Tutti mi trattavano nel più cordiale dei modi: oltre a non essere più un diseredato — essendo salito a Portland — ero una celebrità, un piccolo eroe, perché avevo camminato sul fuoco.
Non andai mai in piscina. Non sapevo se Graham amasse il nuoto, ma dopo essere stato “salvato” preferii non rivelare capacità di nuotatore in disaccordo con quel “salvataggio”. Inoltre, anche se mi ero abituato (e con piacere) a vedere nudità che un tempo avrei giudicato sconvolgenti, dubitavo di riuscire a mantenere il necessario distacco, se mi fossi accostato eccessivamente alle bagnanti.
Dato che non avevo elementi per risolverlo, evitai di pensare al mistero di Faccia Di Topo e delle sue guardie del corpo.
Idem per il mistero di chi era Graham e di come era arrivato sulla Konge Knut. Accantonato per mancanza di dati. Del resto, la mia situazione era quella consueta di ogni altro essere umano: nessuno di noi sa chi siamo, da dove veniamo, perché siamo al mondo. Il mio problema era forse un po’ più personale, ma non diverso.
Una delle cose, forse l’unica, che ho imparato in seminario, è di affrontare con serenità l’antico mistero della vita, senza preoccuparmi della mia incapacità di risolverlo. I ministri del culto onesti non traggono alcun conforto dalla religione; le uniche loro consolazioni sono quelle ascetiche della filosofia. Io non sono mai diventato un grande metafisico, ma una cosa l’ho imparata: a non preoccuparmi dei problemi che non posso risolvere.
Trascorsi molto tempo a leggere, o nella biblioteca o sul ponte, e ogni giorno imparai qualcosa di nuovo sul mondo in cui mi trovavo, e mi sentii maggiormente a mio agio. I giorni felici trascorrevano velocemente, come nell’infanzia i sogni.
E tutti i giorni vedevo Margrethe.
Ero come un ragazzino alla prima cotta.
Era una strana relazione, la nostra. Non parlavamo mai d’amore. Io non ne avevo il coraggio, e lei era molto riservata. Ogni giorno mi faceva da cameriera (a me come agli altri passeggeri a lei affidati) e si occupava di me come una madre (lo faceva anche con gli altri? Pensavo di no… ma non ne avevo la prova). Era un rapporto amichevole, ma non c’era niente di intimo. Poi, ogni giorno, quando la “ricompensavo” per avermi fatto il nodo alla cravatta, Margrethe era la mia donna, dolce e appassionata. Ma solo in quei pochi momenti.