Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
E si diresse alla porta, senza neanche darmi il bacio della buona notte.
«Margrethe!»
«Sì, Alec?»
«Non vieni a darmi un bacio?»
«Devo davvero farlo? Sei un uomo sposato.»
«Oh… per l’amor di Dio, un bacio non è come l’adulterio.»
Lei scosse tristemente la testa. «Ci sono baci e baci, Alec. Non ti avrei baciato a quel modo se non fossi stata disposta ad andare avanti da lì e a fare l’amore con reciproca soddisfazione. Per me sarebbe stata una cosa piacevole e innocente… ma per te sarebbe stato un adulterio. Prima hai citato le parole di Cristo all’adultera. Io non ho peccato… e non voglio far peccare te.» Di nuovo si avviò verso la porta.
«Margrethe!»
«Sì, Alec?»
«Mi hai domandato se intendevo chiederti ancora di ritornare più tardi. Te lo chiedo ora. Questa notte. Tornerai più tardi?»
«È peccato, Alec. Per te sarebbe un peccato… e diventerebbe un peccato anche per me, adesso che so come lo giudichi.»
«Un “peccato”. A questo punto, non so più che cosa sia il peccato. Ma so di avere bisogno di te… e credo che lo stesso valga per te.»
«Buonanotte, Alec.» Si allontanò in fretta.
Dopo molto tempo andai a lavarmi i denti e a sciacquarmi la faccia, poi mi parve che un’altra doccia potesse farmi bene. La feci tiepida, e mi calmò un poco. Ma quando ritornai a letto, rimasi sveglio, a fare una cosa che chiamo “riflettere”, ma che probabilmente non lo è.
Riandai con la mente a tutti i grandi errori da me fatti nel corso della vita, li rispolverai e li misi in fila, uno dopo l’altro, fino alla figura da sciocco che avevo fatto quella sera stessa, con il solo risultato di ferire e umiliare la donna più cara e dolce che avessi conosciuto.
Con questo tipo di auto-flagellazione riesco ad andare avanti fino al mattino, quando gli attacchi di rimorso sono gravi. Quello corrente era il peggiore di tutti: minacciava di tenermi bloccato per una settimana a guardare il soffitto.
Qualche tempo più tardi, quando ormai era passata la mezzanotte, fui destato dal rumore della chiave nella serratura. Cercai a tastoni l’interruttore della luce, e accesi la lampada proprio nel momento in cui Margrethe si toglieva la vestaglia ed entrava sotto le coperte con me. La spensi subito.
La sua pelle era calda e levigata; sussultava e piangeva. Io l’abbracciai e cercai di calmarla. Margrethe non parlò, io non parlai. Avevamo già parlato troppo, soprattutto io. Adesso era il momento di tenerci stretti e di capirci senza parole.
Alla fine, i suoi singhiozzi rallentarono e poi cessarono. Tornò a respirare regolarmente. Poi sospirò e disse, piano: «Non sono riuscita a stare lontana».
«Margrethe, ti amo.»
«Oh! Io ti amo così tanto che mi fa male il cuore.»
Dormivamo entrambi quando si verificò la collisione. Io non avevo intenzione di dormire, ma per la prima volta da quando avevo camminato sul fuoco mi sentivo rilassato e senza preoccupazioni; mi addormentai.
Per primo ci fu uno scossone incredibile, che per poco non ci buttò giù dal letto, poi un rumore di grattugia, a livelli assordanti. Accesi la luce… e vidi che lo scafo, ai piedi della cuccetta, era piegato verso l’interno.
A rendere ancor più assordante il fracasso, suonò la sirena dell’allarme generale. Lo scafo si piegò ancor di più e infine si ruppe; nel foro entrò qualcosa di freddo, di colore bianco-grigio. La luce si spense.
Balzai a terra, senza badare alla direzione in cui mi muovevo, e portai con me Margrethe. La nave si inclinò fortemente a sinistra, e noi scivolammo nell’angolo fra il ponte e la paratia interna della cabina. Urtai contro la maniglia della porta, e la afferrai con la destra, mentre con il braccio sinistro stringevo Margrethe. Poi la nave si inclinò a destra, e dalla falla entrò un’onda: non la vedemmo, ma ne udimmo il rumore e fummo colpiti dall’acqua. La nave si raddrizzò, ma subito tornò a inclinarsi a destra… e la maniglia mi sfuggì di mano.
Per descrivere quel che accadde in seguito mi dovrò affidare a una ricostruzione: era buio, ricorderete, e c’era un notevole fracasso. Provai la sensazione di cadere — non mi staccai da Margrethe — e poi ci trovammo in acqua.
A quanto pare, quando la nave s’era inclinata di nuovo a destra, eravamo caduti nel foro prodottosi con la falla. Ma questa è solo una ricostruzione. L’unica cosa che so è che siamo caduti insieme nell’acqua, e che siamo finiti sotto, a una certa profondità.
Quando riguadagnammo la superficie, tenevo Margrethe sotto il braccio sinistro, quasi nella posizione consigliata da tutti i manuali di salvataggio. Mi diedi un’occhiata attorno, mentre prendevo una boccata d’aria, poi finimmo di nuovo sotto un’onda. La nave era accanto a noi, e continuava a procedere. Su di noi soffiava un vento freddo, e si un udiva un forte rombo. A una certa distanza, dal lato opposto rispetto alla nave, si scorgeva una forma alta e scura.
Ma la cosa che mi preoccupava di più era la nave: le sue eliche. La cabina C109 era molto a prora, ma se io e Margrethe non ci fossimo allontanati in fretta, le pale dell’elica ci avrebbero fatti a fettine. Continuai a tenere Margrethe e, muovendo le gambe e l’altro braccio, presi a nuotare in modo da portarmi lontano dalla nave, finché non vidi con soddisfazione che ci allontanavamo dal pericolo… e a quel punto urtai brutalmente la testa contro un oggetto invisibile nel buio.
8
Mi sentivo completamente a mio agio e non avevo voglia di svegliarmi. Ma una sorda pulsazione che mi sentivo alle tempie mi dava fastidio e, volente o nolente, dovetti svegliarmi. Scossi la testa per liberarmi della pulsazione e inghiottii una sorsata d’acqua. Mi affrettai a sputarla.
«Alec?» Margrethe era accanto a me.
Galleggiavo sulla schiena, in un’acqua calda come quella di una bagnarola e salata, come avevo potuto accertare poco prima. Tutto era buio attorno a me. Che fosse la morte? «Margrethe?»
«Oh, Alec! Sono così contenta! Sei rimasto svenuto per tanto tempo. Come ti senti?»
Controllai: contai qui e là, mossi questo e quello, e constatai che Margrethe mi teneva sollevata la testa, da dietro, in una delle posizioni consigliate dal solito manuale di salvataggio. Muoveva lentamente le gambe con i movimenti del nuoto a rana, non perché ci dovessimo muovere in una direzione particolare, ma per galleggiare meglio. «Tutto a posto, mi pare. E tu?»
«Anch’io mi sento meglio, caro… adesso che ti sei svegliato.»
«Che cosa è successo?»
«Hai battuto la testa contro il berg.»
«Berg?»
«La montagna di ghiaccio. L’iceberg.»
(Un iceberg? Cercai di ricordare cosa era successo.) «Quale iceberg?»
«Quello che ha urtato la nave.»
Ricordai qualcosa alla rinfusa, ma la situazione non mi era molto chiara. Un urto come se la nave avesse urtato contro una barriera corallina, e poi eravamo finiti in acqua. Lo sforzo di allontanarsi dalla nave… il colpo alla testa. «Margrethe, qui siamo nei tropici, sul parallelo delle Hawaii. Come fa a esserci un iceberg?»
«Non lo so, Alec.»
«Ma…» Stavo per dire che era impossibile, ma da qualche giorno quella parola, almeno nel mio caso, era priva di significato. «Quest’acqua è troppo calda per gli iceberg. Senti, puoi fare a meno di nuotare; nell’acqua salata io galleggio come un pezzo di legno.»
«Bene. Ma lascia che ti tenga. Prima, in questa oscurità, per poco non ti ho perduto; ho paura che succeda di nuovo. Quando siamo caduti in mare, l’acqua era fredda. Adesso è calda, perciò dobbiamo essere lontani dall’iceberg.»
«Tienti a me, certo; neanch’io voglio perderti.» Ora ricordati: l’acqua era fredda, al momento del nostro tuffo. Almeno, fredda rispetto al calore della cuccetta, sotto le coperte. E soffiava un vento gelido. «Dov’è finito l’iceberg?»