Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
«Sposerà qualche ricco americano. Lei è ricco?»
«Io? Ho l’aria di essere ricco?» (Che conoscesse quel che c’era nella cassetta di sicurezza? Buon Dio, che cosa si fa, quando ci si trova in tasca un milione di dollari di un altro? Non potevo gettarlo dall’oblò. Ma perché Graham viaggiava con tanto denaro in contanti? Mi venivano in mente varie possibili ragioni, tutte brutte. Ciascuna poteva farmi finire in grossi guai.)
«Gli americani ricchi non hanno mai l’aria di esserlo; si allenano a passare per persone qualsiasi. Quelli nordamericani, intendo dire; per i sudamericani è diverso. Gertrude, grazie. Sei davvero una brava bambina. Posa il vassoio e dammi lo scontrino.»
«Niente scontrino. Hans voleva offrire da bere al signor Graham. Così ha deciso di offrirlo anche lei, questa sola volta.»
«Ecco perché il bar è in perdita. Digli che glielo tratterrò dalla paga.»
Fu così che finii per bere due Silver Fizz invece di uno… ed ero già ben avviato verso un altro patatrac come quello della sera prima. Ma fui salvato da Henderson, che decise che dovevamo mangiare. Io sentivo il bisogno di un terzo bicchiere. I primi due mi avevano fatto scordare ogni preoccupazione a proposito di quella pazza cassetta piena di soldi, e nello stesso tempo avevano contribuito a farmi apprezzare ancor di più lo spettacolo della piscina e delle sue frequentatrici. Avevo scoperto che un’intera vita di condizionamento riusciva a scomparire benissimo in sole ventiquattr’ore. Non c’è niente di peccaminoso nel contemplare la bellezza femminile senza veli. Era dolce e innocente come guardare fiori o agnellini… ma assai più piacevole.
E intanto sentivo il bisogno di un altro bicchiere.
Henderson fece opposizione, chiamò Gertrude, parlò con lei rapidamente in danese. La ragazza ritornò dopo qualche minuto, con un grosso vassoio: smòrgàsbord, polpette calde, crostatine alla crema, caffè nero; il tutto in quantità impressionanti.
Mezz’ora più tardi continuavo ad apprezzare come in precedenza le sedicenni della piscina, ma non correvo più il rischio di un’altra catastrofe alcolica. Anzi, ora capivo che non solo non potevo risolvere con i liquori i miei problemi, ma che mi sarei dovuto guardare dall’alcool finché non li avessi risolti, dato che non sapevo bere. Zio Ed aveva ragione: il vizio richiede competenza e lungo allenamento; altrimenti, meglio lasciar dominare la virtù, anche dopo la caduta dei freni morali.
E i miei freni erano certamente caduti: lo testimonia il fatto che sedessi, con in mano un bicchiere del distillato del diavolo, a contemplare le grazie femminili senza veli…
Nel pensare a questo, mi accorsi di non avere il benché minimo rimorso di coscienza. L’unico mio rimpianto era di non poter reggere la quantità di alcool che avrei voluto bere. Facilis descensus Averni!
Henderson si alzò. «Saremo in porto tra meno di due ore, e devo ancora controllare certi conti prima che salga a bordo il funzionario della linea di navigazione. Grazie della compagnia.»
«Grazie a lei! Tusind tak! È così che dite voi?»
Lui sorrise e ritornò in ufficio. Io rimasi a sedere laggiù ancora per qualche tempo, a riflettere sulla mia situazione. Mancavano due ore allo scalo, e, una volta attraccato, c’erano tre ore di sosta: che cosa potevo fare?
Andare dal console americano? E a raccontargli che cosa? “Caro signor console, io non sono quello che sono, e mi trovo questo milione di dollari…”
Assurdo!
Non dire niente a nessuno, tenermi il milione, sbarcare e prendere il primo aereo per la Patagonia?
Impossibile. I miei freni morali erano caduti — fin dall’inizio non dovevano essere stati molto forti, pensai — ma non riuscivo a liberarmi dai vecchi pregiudizi contro il furto. Non solo era qualcosa di ingiusto: era poco decoroso.
Era già abbastanza brutto dover mettere i suoi vestiti.
Prendi i tremila dollari che sono tuoi “di diritto”, sbarchi, aspetti che la nave riparta, poi ritorni in America con i tuoi mezzi.
Idea idiota. Finiresti in un carcere tropicale, e il tuo gesto non servirebbe a Graham. Anche adesso sei davanti a una scelta obbligata, testone: devi rimanere a bordo e aspettare che Graham si faccia vivo. Non si presenterà certamente di persona, ma potrebbe mandare un messaggio per telegrafo senza fili, o qualcosa di simile. Continua a mangiarti le unghie finché la nave non sarà ripartita. Poi ringrazia Dio che ti ha dato il modo di ritornare nella madrepatria. Graham può fare lo stesso per il suo biglietto sull’Admiral Moffett. Chissà come si sentirà, quando lo chiamano Hergensheimer? Meglio di me a sentirmi chiamare “Graham”, credo. Un gran bel cognome, Hergensheimer.
Mi alzai, attraversai il ponte e salii due piani, fino alla biblioteca della nave, dove c’era solo una donna che faceva le parole incrociate. Entrambi preferivamo non essere disturbati, e di conseguenza ci tenemmo buona compagnia. Gran parte degli scaffali erano chiusi a chiave, dato che il bibliotecario era assente, ma trovai una vecchia enciclopedia: proprio quel che mi serviva come punto di partenza.
Due ore più tardi trasalii nel sentire la sirena che segnalava che la nave era ormeggiata: eravamo in porto. Io ero frastornato da eventi storici e da idee che non conoscevo. Tanto per cominciare, in questo mondo William Jennings Bryan non era mai stato eletto presidente; nel 1896, al posto suo, era andato alla Casa Bianca McKinley, che era stato rieletto alle successive elezioni; dopo di lui era stato eletto un certo Roosevelt.
Non conoscevo nemmeno uno dei presidenti del ventesimo secolo.
Invece di più di un secolo di pace sotto l’egida della nostra neutralità tradizionale, gli Stati Uniti erano entrati ripetutamente in guerra: negli anni 1899, 1912-17, 1932 (con il Giappone!), 1950-52, 1980-84. Questa era l’ultima guerra, almeno fino alla data di pubblicazione dell’enciclopedia; comunque, nello Scaldo del re non si parlava di guerre in corso.
Dietro i vetri della biblioteca della nave, vidi molti libri di storia. Ammesso che alla partenza da Papeete mi trovassi ancora sulla Konge Knut, avrei fatto bene a leggerli tutti nel corso della lunga traversata fino a Portland.
Ma i nomi dei presidenti e le date delle guerre potevano aspettare: non erano esigenze quotidiane. Prima di tutto avrei dovuto conoscere — per evitare ogni sorta di fastidi, dal semplice imbarazzo al crollo totale — come la gente di quel mondo viveva, parlava, mangiava, giocava, pregava e faceva l’amore. E finché non l’avessi saputo, avrei dovuto parlare poco e tendere le orecchie il più possibile.
Una volta avevo un vicino la cui conoscenza della storia pareva limitata a due date: 1492 e 1776; per di più, quel tale le confondeva molte volte l’una con l’altra. La sua ignoranza degli altri campi dello scibile era altrettanto profonda; tuttavia guadagnava fior di quattrini come impresario edile.
Per funzionare come animale sociale ed economico non occorre una grande istruzione… purché si sappia riconoscere il momento giusto per fare le cose. Ma se non conoscete il giusto modo di comportarvi, rischiate di essere linciato.
Chissà come se l’era cavata Graham fino a quel momento? Secondo me, la sua posizione era assai più pericolosa della mia (sempre che tra me e lui ci fossimo semplicemente scambiati i ruoli). Io, con le mie vecchie abitudini, al massimo avrei fatto la figura dell’eccentrico, ma Graham, nel mio mondo, poteva cacciarsi in qualche guaio serio. Una parola sovrappensiero, un’azione innocente, e sarebbe finito alla berlina. O peggio.
E soprattutto avrebbe rischiato di incappare in guai grossi se avesse cercato di assumere in tutto e per tutto il mio ruolo… anche se la cosa mi pareva poco probabile. Mettiamola così: per il suo compleanno, dopo un anno di matrimonio, avevo regalato ad Abigail un’edizione della Bisbetica domata. Lei non aveva mai sospettato le mie vere intenzioni: era talmente convinta di essere nel giusto, da non prendere neppure in considerazione l’idea che la paragonassi a quella scocciatrice di Kate. Se Graham si fosse sostituito a me come marito, l’esperienza sarebbe risultata interessante per entrambi.