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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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La donna gli concesse un po’ di tempo per pensare, piantandosi davanti a lui con i pugni sui fianchi. In qualche modo era riuscita ad attuare quel trucco femminile, sembrare più alta sfoggiando un oltraggio fremente. «Consegnarti a loro? Consegnarti! Hai progettato tutto questo fin dall’inizio? Lo hai fatto, vero? Grandissimo idiota! Ti si è congelato il cervello, Perrin Aybara. All’inizio era solamente muscoli e aria, adesso non è nemmeno più quello. Se i Manti Bianchi ti stanno dando la caccia, ti impiccheranno se ti arrendi. Perché ti vogliono?»

«Perché ne ho ucciso qualcuno.» Guardandola, ignorò l’esclamazione della signora al’Vere. «La notte che ti ho incontrato, e altri due prima. Sanno di quei due, Faile, e credono che io sia un Amico delle Tenebre.» Faile lo avrebbe scoperto comunque presto. Messo con le spalle al muro, se fossero stati da soli forse le avrebbe spiegato perché. Almeno due Manti Bianchi, Geofram Bornhald e Jaret Byar, sospettavano qualcosa del legame con i lupi. Non tutto, ma per loro quel poco era abbastanza. Un uomo che correva con i lupi doveva essere per forza un Amico delle Tenebre. «Sono convinti che sia vero.»

«Non sei più amico delle Tenebre di quanto lo sia io» mormorò dura. «Farebbe prima il sole a diventare Amico delle Tenebre.»

«Non c’è differenza, Faile. Devo fare quello che devo fare.»

«Brutto cervello fradicio di bue! Non ‘devi’ fare nessuna idiozia! Cervello di oca! Se ci provi, ti impicco io per prima!»

«Perrin,» chiese con calma la signora al’Vere «mi presenteresti a questa giovane donna che ha una così alta opinione di te?»

Il viso di Faile divenne Tossissimo quando si rese conto che aveva ignorato la coppia al’Vere e iniziò a porgere loro elaborate riverenze e scuse fiorite. Bain e Chiad si comportarono come Gaul, chiedendo il permesso di difendere la casa della signora al’Vere e regalandole una piccola scodella d’oro decorata con delle foglie e un’elaborata pepiera d’argento più grande dei pugni di Perrin, sormontata da una creatura fantastica che sembrava metà cavallo, metà pesce.

Bran al’Vere era rimasto in piedi a fissare la scena, grattandosi la testa e parlando fra sé. Perrin colse la parola ‘Aiel’ più di una volta pronunciata con tono di voce incredulo. Il sindaco continuava anche a guardare fuori dalla finestra. Non stava pensando ad altri Aiel; era rimasto sorpreso quando aveva saputo di Gaul. Forse si stava preoccupando dei Manti Bianchi.

Marin al’Vere invece li incluse tutti in un unico atteggiamento, trattando Faile, Bain e Chiad come giovani donne qualsiasi che in viaggio si fermavano alla locanda, commiserandosi su come era duro viaggiare, facendo i complimenti a Faile per l’abito da cavallo — oggi di seta blu scuro — e dicendo alle donne aiel che ammirava il colore e la lucentezza dei loro capelli. Perrin sospettava che almeno Bain e Chiad non riuscissero a inquadrarla, ma in breve, con una sorta di calma fermezza materna, aveva fatto sedere le tre donne a un tavolo offrendo loro degli asciugamani umidi per pulire la polvere del viaggio dal viso e dalle mani, e del tè versato da una grossa teiera a righe rosse che Perrin ricordava bene.

Poteva essere divertente vedere quelle tre donne così fiere — di certo vi includeva anche Faile — cercare di colpo impazienti di rassicurare la signora al’Vere che andava tutto bene, chiedendo se c’era qualcosa che potevano fare per aiutare, sostenendo che stava facendo troppo, tutte con gli occhi sgranati come bambine, con le stesse possibilità di una bambina di resistere a quella donna. Sarebbe stato divertente se in tutto questo non avesse incluso lui e Gaul, conducendoli al tavolo con altrettanta fermezza, insistendo che si pulissero le mani e il viso prima di bere il tè. Gaul sorrise tutto il tempo; gli Aiel avevano uno strano senso dell’umorismo.

Sorprendentemente la signora al’Vere non guardò mai l’arco, l’ascia, o le armi degli Aiel. La gente di rado andava in giro armata nei Fiumi Gemelli, e la donna insisteva sempre che venissero deposte prima che chiunque si sedesse a uno dei suoi tavoli. Sempre. Ma adesso le ignorava.

Un’altra sorpresa fu quando Bran piazzò un boccale d’argento di acquavite di mele accanto al gomito di Perrin, non il goccetto che gli uomini bevevano di solito alla locanda, così poco che non raggiungeva l’altezza di una falange, ma mezzo boccale. Quando se ne era andato gli sarebbe stato offerto del sidro se non il latte, o forse vino molto allungato, mezzo bicchiere con un pasto o un bicchiere sano durante un giorno di festa. Era gratificante essere riconosciuto come un uomo fatto, ma si trattenne. Adesso era abituato al vino, ma raramente beveva qualcosa di più forte.

«Perrin,» iniziò a parlare il sindaco mentre si sedeva su una sedia accanto alla moglie, «nessuno crede che sei un Amico delle Tenebre. Nessuno che abbia cervello. Non c’è motivo che lasci che ti impicchino.»

Faile annuì decisamente d’accordo, ma Perrin la ignorò. «Non mi lascerò mettere da parte. I Manti Bianchi mi vogliono, e se non mi prendono, potrebbero attaccare il prossimo Aybara che capita sul loro cammino. Non hanno bisogno di molto per decidere che qualcuno è colpevole. Non sono persone gradevoli.»

«Lo sappiamo» rispose la signora al’Vere.

Il marito si fissava le mani appoggiate sul tavolo. «Perrin, la tua famiglia è andata.»

«Andata? Vuoi dire che la fattoria è stata già bruciata?» La mano di Perrin strinse forte la coppa d’argento. «Speravo di essere arrivato in tempo. Dovevo aspettarmelo, immagino. È trascorso troppo tempo da quando ne ho sentito parlare. Forse posso aiutare papà e zio Eward a ricostruirla. Con chi sono andati a vivere? Vorrei almeno vederli.»

Bran fece una smorfia e la moglie gli accarezzò la spalla per consolarlo. Ma, stranamente, con lo sguardo era rimasta su Perrin, piena di tristezza e conforto.

«Sono morti, ragazzo mio» rispose tutto d’un fiato Bran.

«Morti? No, non può essere...» Perrin si incupì mentre qualcosa di umido improvvisamente gli colò sulla mano, fissando la coppa accartocciata come se si stesse chiedendo da dove saltasse fuori. «Mi dispiace. Non intendevo...» Cercò di ricomporre l’argento appiattito con le mani nude. Non avrebbe funzionato. Chiaramente non sarebbe bastato. Con molta cura mise la coppa deformata al centro del tavolo. «Te ne procurerò un’altra. Posso...» Si pulì la mano sulla giubba, e di colpo si accorse che stava accarezzando l’ascia appesa alla cintura. Perché lo guardavano tutti in quel modo strano? «Ne sei sicuro?» La voce di Perrin sembrò improvvisamente distante. «Adora e Deselle? Paet? Mia madre?»

«Tutti» rispose Bran. «Anche i tuoi zii e le zie e i tuoi cugini. Tutti quelli della fattoria. Ho aiutato a seppellirli, ragazzo mio. Su quella bassa collina, quella con i meli.»

Perrin si infilò il pollice in bocca. Una cosa stupida da fare, tagliarsi con l’ascia. «A mia madre piacciono i fiori del melo. I Manti Bianchi. Perché hanno...? Che io sia folgorato, Paet aveva solamente nove anni. Le ragazze...» La voce di Perrin era assolutamente inespressiva. Credeva che avrebbe dovuto mettere un po’ di emozione in quelle parole. Qualche emozione.

«Sono stati i Trolloc» rispose velocemente la signora al’Vere. «Sono ritornati, Perrin. Non come fecero quando sei andato via, non attaccando il villaggio, ma solamente le campagne. Molte fattorie isolate sono state abbandonate. Nessuno esce di sera, nemmeno nei pressi del villaggio. È lo stesso giù a Deven Ride o su a Watch Hill, forse fino a Taren Ferry. I Manti Bianchi, per quanto siano pessimi, sono l’unica protezione che abbiamo. Hanno salvato alcune famiglie che conosco, quando i Trolloc hanno attaccato le loro fattorie.»

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