La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
Alla Custode non erano dovute particolari cerimonie, non da una Sorella, ma senza dubbio molte speravano che Alviarin avrebbe interceduto presso Elaida se fosse diventato necessario. Le altre si chiedevano solamente quali ordini avesse con sé, se quel giorno un’altra Sorella sarebbe stata scelta dal gruppo per chissà quale fallimento agli occhi dell’Amyrlin. Nemmeno le Rosse si avvicinavano a meno di cinque piani dai nuovi appartamenti dell’Amyrlin a meno che non venissero convocate, e più di una Sorella si andava a nascondere quando Elaida scendeva. L’aria stessa sembrava surriscaldata, densa di una paura che non aveva nulla a che vedere con le ribelli o con gli uomini che incanalavano.
Diverse Sorelle cercarono di parlarle, ma Alviarin le oltrepassò quasi sgarbatamente, senza notare il fiorire di sguardi preoccupati quando si rifiutava di fermarsi. La sua mente, come quella di tutte le altre, era concentrata su Elaida. Era complessa, Elaida. A prima vista si scorgeva una donna bellissima piena di dignitoso riserbo, a un secondo sguardo rivelava una donna d’acciaio, austera come una lama sguainata. Lei sopraffaceva dove le altre persuadevano, bastonava dove altre tentavano con la diplomazia o con il Gioco delle Casate. Chiunque la conoscesse vedeva la sua intelligenza, ma dopo un po’ ci si accorgeva che, per quanto fosse brillante, Elaida vedeva solo ciò che voleva e cercava di far diventare vero ciò che desiderava lo fosse. Aveva due caratteristiche senza dubbio spaventose: la minore era che spesso riusciva nei propri intenti; la più grande era la sua capacità di predire gli eventi.
In molte lo dimenticavano, poiché questa sua capacità si manifestava di rado. Era trascorso molto tempo dalla sua ultima premonizione, e proprio questa imprevedibilità, dava al suo talento la forza di un fulmine. Nessuna era in grado di dire quando si sarebbe manifestato, nemmeno Elaida, e nessuna era in grado di dire cosa avrebbe rivelato. Alviarin quasi sentiva aleggiare la presenza della donna che la seguiva e l’osservava.
Forse sarebbe stato necessario ucciderla. Non sarebbe stato il suo primo assassinio in segreto, eppure Alviarin esitava a fare quel passo senza ricevere un ordine, o almeno il permesso.
Quando Alviarin entrò nei suoi appartamenti provò un senso di sollievo, come se l’ombra di Elaida non potesse varcare quella soglia. Un pensiero sciocco. Se quella donna avesse sospettato la verità, neppure mille leghe l’avrebbero tenuta lontana dalla gola di Alviarin. Elaida si aspettava che lei in quel momento stesse lavorando sodo, scrivendo di proprio pugno gli ordini per la firma e il sigillo dell’Amyrlin — ma quali di quegli ordini sarebbero davvero stati eseguiti era ancora da decidere. Ovviamente non da Elaida. E nemmeno da lei.
Le sue stanze erano più piccole di quelle che occupava l’Amyrlin, ma i soffitti erano più alti e un balcone affacciava sulla grande piazza davanti alla Torre, circa trenta metri più in basso. Talvolta Alviarin usciva fuori per guardare Tar Valon stesa davanti ai suoi occhi, la città più grande del mondo, piena di migliaia e migliaia di persone che erano meno che pedine su una scacchiera. L’arredamento era in stile domanese, legno chiaro con venature, intarsiato di madreperla e ambra, tappeti dai colori brillanti con motivi floreali e spirali, e arazzi ancora più brillanti che rappresentavano foreste, fiori e cervi al pascolo. Erano tutti appartenuti all’ultima occupante di quelle stanze e il solo motivo per cui lei li aveva tenuti, a non voler sprecare tempo nel sceglierne di nuovi, era per ricordare sempre il prezzo del fallimento. Leane Sharif aveva sguazzato nei complotti e aveva fallito, e adesso era tagliata fuori dall’Unico Potere per sempre, una profuga inerme che dipendeva dalla carità altrui, destinata a una vita di miseria fino a quando non vi avesse posto fine lei stessa o non fosse morta naturalmente. Alviarin aveva sentito parlare delle poche donne quietate che erano riuscite a sopravvivere, ma lei avrebbe continuato a dubitare della veridicità di tali voci fino a quando non l’avesse visto succedere con i suoi occhi. Non che ne avesse il minimo desiderio.
Dalla finestra vedeva il chiarore del primo pomeriggio, ore prima che lei raggiungesse il centro del soggiorno, la luce divenne scura come quella del crepuscolo. L’oscurità non la sorprese. Si voltò e si inginocchiò immediatamente. «Somma signora, vivo per servirti.» Una donna alta, dal volto fatto di ombre buie e luci d’argento stava in piedi davanti a lei. Mesaana.
«Dimmi cos’è accaduto, bambina.» La voce risuonò come campanelli di cristallo.
Sempre in ginocchio, Alviarin ripeté ogni parola che aveva detto Elaida, anche se si chiedeva perché fosse necessario. Le prime volte aveva omesso le parti irrilevanti, e Mesaana aveva voluto conoscere ogni intonazione, aveva preteso di sentire ‘ogni’ parola, ogni gesto e ogni espressione. Era chiaro che la donna spiasse durante quegli incontri. Alviarin aveva cercato di dedurre quale logica si nascondesse dietro tutto ciò e aveva fallito. Alcune cose non funzionavano usando la logica.
Aveva incontrato anche altri Prescelti, quelli che chiamavano Reietti. Lanfear e Graendal avevano visitato la Torre, donne imperiose, consapevoli delle proprie forze e conoscenze e avevano reso ben chiaro, senza parole, che Alviarin era ben al di sotto di loro, una sguattera che doveva sbrigare in fretta le sue commissioni e uggiolare di gioia se riceveva una parola gentile. Be’lal aveva rapito Alviarin durante la notte, mentre dormiva — lei non aveva ancora capito dove l’avesse portata; si era risvegliata nel suo letto e questo l’aveva terrorizzata anche più dell’essere stata in presenza di un uomo in grado di incanalare. Per Be’lal, lei non era nemmeno un verme, neppure un essere vivente, solo la pedina di un gioco da muovere a suo piacimento. Il primo a farle visita era stato Ishamael, anni prima degli altri, l’aveva scelta nel gruppo segreto dell’Ajah Nera per metterla al comando dello stesso.
Alviarin si era inginocchiata davanti a ognuno di loro, dicendo che viveva per servirli e, intendendolo sul serio, obbedire ai loro ordini, qualsiasi fossero. Dopo tutto erano un solo gradino al di sotto del Sommo Signore delle Tenebre, e se voleva essere ricompensata per i propri servigi, con l’immortalità che sembrava i Prescelti già possedessero, era meglio obbedire. Si era inginocchiata davanti a ognuno di essi, ma solo Mesaana era apparsa con sembianze inumane. Quel manto d’ombra e luce doveva essere intessuto con l’Unico Potere, ma Alviarin non vedeva alcuna trama. Aveva percepito la forza di Lanfear e di Graendal, aveva capito fin dal primo momento quanto erano più forti di lei nell’uso del Potere, ma con Mesaana percepiva... il nulla. Come se la donna non potesse incanalare affatto.
La conseguenza logica era chiara e sbalordente. Mesaana si nascondeva perché poteva essere riconosciuta. Quindi doveva risiedere proprio nella Torre. La cosa sembrava impossibile, ma non c’erano altre risposte. E, se Alviarin aveva ragione, allora di sicuro la Prescelta indossava le vesti di una delle Sorelle; di certo non si era andata a nascondere fra la servitù, destinata a lavorare e sudare. Ma chi? Troppe donne avevano vissuto fuori dalla Torre per molti anni prima della convocazione di Elaida, e troppe che non avevano amiche intime, o addirittura nessuna amica. Mesaana doveva essere una di queste. Alviarin voleva davvero scoprirlo. Anche se non avrebbe potuto farne alcun uso, il sapere era sempre sinonimo di potere.