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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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Mi sento toccare il braccio e vedo Aenea. Per gran parte della mattina è stata sulle impalcature o sulla parete di roccia lavorata, appesa all’imbracatura, a sovrintendere il lavoro in pietra e mattoni sulla passerella e sui parapetti.

Sogghigno ancora per il flusso di adrenalina provato nel guardare Lhomo, come se fossi stato io al posto suo. «I cavi sono pronti per essere montati» dico. «Altri tre o quattro giorni di bel tempo e la passerella di legno sarà a posto. Poi passiamo alla tua piattaforma laggiù» indico l’ultimo bordo della sporgenza rocciosa «e voilà! Il tuo progetto è terminato, ragazzina, a parte verniciatura e lucidatura.»

Aenea annuisce, ma è chiaro che non pensa alle feste per Lhomo o all’imminente completamento del suo anno di lavoro. «Raul, puoi fare due passi con me un momento?»

La seguo giù per le scalette delle impalcature, su uno dei livelli permanenti e fuori, su una cornice di pietra. Mentre passiamo, piccoli uccelli verdi prendono il volo da una fenditura.

Visto da quell’angolo, il Tempio a mezz’aria è un’opera d’arte. Il legno lavorato e dipinto luccica più che brillare di rosso scuro. Le scalinate e le ringhiere e il lavoro d’intaglio sono eleganti e complicati. Molte pagode hanno le pareti shoji aperte e nella tiepida brezza svolazzano bandierine di preghiera e biancheria e coperte da letto. Ci sono otto bellissimi sacrari nel tempio, in ordine ascendente lungo le passerelle ascendenti, e ciascun sacrario a pagoda rappresenta un gradino nel nobile ottuplice sentiero come classificato dal Buddha: i sacrari si allineano su tre assi riferiti alle tre sezioni del sentiero: saggezza, moralità e meditazione. Sulle scalinate e piattaforme dell’asse ascendente saggezza ci sono i sacrari di meditazione per "giusta comprensione" e "giusto pensiero".

Sull’asse moralità ci sono "giusta parola", "giusta azione", "giusta vita" e "giusta opera". Questi ultimi sacrari di meditazione posso essere raggiunti solo con una faticosa salita su per una scaletta a pioli anziché una scalinata, perché — come Aenea e Kempo Ngha Wang Tashi mi hanno spiegato una sera nei primi tempi della mia permanenza — il Buddha ha inteso che questo sia un sentiero di strenuo e assiduo impegno.

Le pagode della più alta meditazione sono dedicate alla contemplazione degli ultimi due gradini del nobile ottuplice sentiero: "giusta preoccupazione" e "giusta meditazione". Quest’ultima pagoda, ho notato subito, guarda solo sulla parete di roccia dello strapiombo.

Ho anche notato che nel tempio non ci sono statue di Buddha. Quel poco che nonna mi ha spiegato del buddhismo, quando da bambino avevo fatto domande perché mi ero imbattuto in una citazione in un vecchio libro preso dalla biblioteca di Moors End, era questo: i buddhisti onorano e pregano statue nelle sembianze di Buddha. Dov’erano quelle statue? L’avevo domandato a Aenea.

Lei mi aveva spiegato che sulla Vecchia Terra il pensiero buddhista si era suddiviso in due categorie principali: Hinayana, una più antica scuola di pensiero, cui la seconda scuola, la più popolare Mahayana, aveva applicato il termine peggiorativo di "veicolo minore" (di salvezza) autoproclamandosi "veicolo maggiore". Un tempo c’erano state diciotto scuole d’insegnamento Hinayana e tutte si rifacevano a Buddha come maestro e spingevano alla contemplazione e allo studio dei suoi insegnamenti, non alla sua adorazione; ma al tempo del Grande Errore solo una di quelle scuole sopravviveva, la Theravada, e solo in remote regioni, tormentate dalle malattie e dalle carestie, dello Sri Lanka e della Thailandia, due province politiche della Vecchia Terra. Tutte le altre scuole buddhiste portate via nell’Egira rientravano nella categoria Mahayana, che si concentrava sulla venerazione delle statue di Buddha, sulla meditazione per la salvezza, su tonache color zafferano e su altri ornamenti cerimoniali che nonna mi aveva descritto.

Ma su T’ien Shan, mi aveva spiegato Aenea, il pianeta più influenzato da quella religione nella Periferia o nella vecchia Egemonia, il buddhismo si era evoluto a ritroso verso il razionalismo, la contemplazione, lo studio e l’attenta e spregiudicata analisi degli insegnamenti di Buddha. Per questo nel Hsuan-k’ung Ssu non c’erano statue di Buddha.

Ci fermiamo al termine della cornice di pietra. Gli uccelli volano in cerchio sotto di noi, aspettano che ce ne andiamo per tornare ai nidi nelle fenditure.

«Cosa c’è, ragazzina?»

«Il ricevimento al Palazzo d’inverno a Potala si tiene domani sera» dice Aenea. Ha il viso rosso e sporco di polvere per il lavoro della mattinata. Noto che ha un graffio sulla fronte e alcune goccioline di sangue. «Charles Chi-kyap Kempo sta formando un gruppo ufficiale di non più di dieci persone per parteciparvi» continua Aenea. «Ci sarà naturalmente Kempo Ngha Wang Tashi e il sovrintendente Tsipon Shakabpa, il cugino del Dalai Lama, Gyalo, suo fratello Labsang, Lhomo Dondrub perché il Dalai Lama ha sentito parlare delle sue imprese e vorrebbe conoscerlo, Tromo Trochi di Dhomu come agente commerciale e uno dei capisquadra in rappresentanza degli operai, o George o Jigme…»

«Non riesco a immaginare l’uno senza l’altro.»

«Neppure io. Ma penso che dovrà essere George. Lui sa parlare. Forse Jigme verrà con noi e aspetterà fuori del palazzo.»

«Così fanno otto.»

Aenea mi prende la mano. Le sue dita sono ruvide per il lavoro e le escoriazioni, ma mi sembrano sempre le più morbide e più eleganti dita umane dell’universo conosciuto. «Con me fanno nove» dice Aenea. «Ci sarà una folla enorme: gruppi giunti da tutte le città e le province. Non ci troveremo mai a meno di venti metri dai funzionari della Pax.»

«Oppure saremo i primi a essere loro presentati» replico. «La legge di Murphy e tutto il resto.»

«Già» dice Aenea. Il sorriso che vedo adesso è identico a quello che vedevo sul viso della mia undicenne amica quando aveva in mente una birichinata forse un po’ pericolosa. «Vuoi farmi da cavaliere?»

Lascio uscire il fiato. «Non perderei l’occasione nemmeno per tutto l’oro dell’universo» rispondo.

18

La notte prima del ricevimento del Dalai Lama non riesco a dormire anche se sono stanco. A. Bettik non c’è, si è fermato a Jo-kung, con George e Jigme e i trenta carichi di materiali da costruzione che sarebbero dovuti arrivare ieri ma che sono stati trattenuti nella città-forra da uno sciopero dei portatori. Al mattino assumerà nuovi portatori e guiderà la fila per gli ultimi chilometri fino al tempio.

Irrequieto, mi alzo dal futon, mi infilo un paio di calzoni di saia, una camicia sbiadita, gli stivali e il leggero giubbotto termico. Esco dalla pagoda dove dormo e noto la luce di lanterna che scalda le finestre opache e la porta shoji della pagoda di Aenea. La mia amica lavora di nuovo fino a tardi. Cammino piano, per non disturbarla facendo oscillare la piattaforma, e scendo la scala a pioli fino al livello principale del Tempio a mezz’aria.

Provo sempre la stessa sorpresa nel vedere quanto sia vuoto questo posto, di notte. All’inizio pensavo che lo si dovesse alla partenza degli operai del cantiere — per la maggior parte abitano nelle gabbie sul fianco dello strapiombo intorno a Jo-kung — ma pian piano ho capito quanto siano poche le persone che trascorrono le notti nella struttura del tempio. George e Jigme di solito dormono nella baracca da capomastro, ma stanotte si trovano con A. Bettik a Jo-kung. L’abate Kempo Ngha Wang Tashi certe notti sta con i monaci, ma stanotte è tornato alla sua casa ufficiale a Jo-kung. Alcuni monaci, fra cui Chim Din, Labsang Samten e Donka Nyapso, preferiscono i loro austeri alloggi al monastero ufficiale a Jo-kung. Di tanto in tanto l’aviatore, Lhomo, si ferma nei quartieri dei monaci o in un sacrario vuoto, ma stanotte è partito per tempo per il Palazzo d’inverno, accennando all’idea di scalare il Nanda Devi a sud di Potala.

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