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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Fu nei medesimi tempi di Lippo, in Bologna, un altro pittore chiamato similmente Lippo Dalmasi, il quale fu valente uomo, e fra l'altre cose dipinse, come si può vedere in San Petronio di Bologna, l'anno 1407, una Nostra Donna che è tenuta in molta venerazione, et in fresco l'arco sopra la porta di San Proclo, e nella chiesa di San Francesco nella tribuna dell'altar maggiore fece un Cristo grande in mezzo a San Pietro e San Paulo, con buona grazia e maniera; e sotto questa opera si vede scritto il nome suo con lettere grandi. Disegnò costui ragionevolmente, come si può vedere nel nostro libro; et insegnò l'arte a Messer Galante da Bologna, che disegnò poi molto meglio, come si può vedere nel detto libro in un ritratto dal vivo con abito corto e le maniche a gozzi.

FINE DELLA VITA DI LIPPO PITTORE FIORENTINO

VITA DI DON LORENZO MONACO DEGLI ANGELI DI FIRENZE PITTORE

A una persona buona e religiosa, credo io che sia di gran contento il trovarsi alle mani qualche esercizio onorato o di lettere o di musica o di pittura o di altre liberali e meccaniche arti, che non siano biasimevoli, ma più tosto di utile agl'altri uomini e di giovamento; perciò che dopo i divini uffici, si passa onoratamente il tempo col diletto che si piglia nelle dolci fatiche dei piacevoli esercizii; a che si aggiugne che non solo è stimato e tenuto in pregio dagl'altri, solo che invidiosi non siano e maligni mentre che vive, ma che ancora è dopo la morte da tutti gli uomini onorato, per l'opere e buon nome che di lui resta a coloro che rimangono. E nel vero, chi dispensa il tempo in questa maniera, vive in quieta contemplazione e senza molestia alcuna di que' stimoli ambiziosi che negli scioperati et oziosi, che per lo più sono ignoranti, con loro vergogna e danno quasi sempre si veggiono. E se pur avviene che un così fatto virtuoso dai maligni sia tallora percosso, può tanto il valore della virtù che il tempo ricuopre e sotterra la malignità de' cattivi, et il virtuoso ne' secoli che succedono rimane sempre chiaro et illustre.

Don Lorenzo dunque pittore fiorentino, essendo monaco della Relligione di Camaldoli e nel monasterio degl'Angeli (il qual monasterio ebbe il suo principio l'anno 1294 da fra' Guittone d'Arezzo dell'Ordine e Milizia della Vergine Madre di Gesù Cristo, o vero, come volgarmente erano i religiosi di quell'Ordine chiamati, de' frati Gaudenti), attese ne' suoi primi anni con tanto studio al disegno et alla pittura, che egli fu poi meritamente in quello esercizio fra i migliori dell'età sua annoverato. Le prime opere di questo monaco pittore, il quale tenne la maniera di Taddeo Gaddi e degl'altri suoi, furono nel suo monasterio degli Agnoli, dove, oltre molte altre cose, dipinse la tavola dell'altar maggiore, che ancor oggi nella loro chiesa si vede, la quale fu posta su, finita del tutto, come per lettere scritte da basso nel fornimento si può vedere, l'anno 1413. Dipinse similmente don Lorenzo in una tavola, che era nel monasterio di San Benedetto del medesimo ordine di Camaldoli, fuor della porta a Pinti, il quale fu rovinato per l'assedio di Firenze l'anno 1529, una coronazione di Nostra Donna sì come avea anco fatto nella tavola della sua chiesa degl'Angeli; la quale tavola di San Benedetto è oggi nel primo chiostro del detto monasterio degl'Angeli nella capella degl'Alberti a man ritta. In quel medesimo tempo e forse prima, in S. Trinita di Firenze, dipinse a fresco la capella e la tavola degl'Ardinghelli, che in quel tempo fu molto lodata; dove fece di naturale il ritratto di Dante e del Petrarca; in S. Piero maggiore dipinse la capella de' Fioravanti, et in una capella di S. Piero Scheraggio dipinse la tavola; e nella detta chiesa di S. Trinita la capella de' Bartolini, in S. Iacopo sopra Arno si vede anco una tavola di sua mano molto ben lavorata e condotta con infinita diligenza secondo la maniera di que' tempi. Similmente nella Certosa fuor di Fiorenza dipinse alcune cose con buona pratica, et in S. Michele di Pisa, monasterio dell'Ordine suo, alcune tavole che sono ragionevoli; et in Firenze nella chiesa de' Romiti, pur di Camaldoli (che oggi, essendo rovinata insieme col monasterio, ha lasciato solamente il nome a quella parte di là d'Arno che dal nome di quel santo luogo si chiama Camaldoli) oltre a molte altre cose fece un Crucifisso in tavola et un S. Giovanni che furono tenuti bellissimi.

Finalmente, infermatosi d'una postema crudele che lo tenne oppresso molti mesi, si morì d'anni cinquantacinque, e fu da' suoi monaci, come le sue virtù meritavano, onoratamente nel capitolo del loro monasterio sotterrato.

E perché spesso, come la sperienza ne dimostra, da un solo germe, col tempo, mediante lo studio et ingegno degl'uomini, ne surgono molti, nel detto monasterio degl'Angeli, dove sempre per a dietro attesero i monaci alla pittura et al disegno, non solo il detto don Lorenzo fu eccellente in fra di loro ma vi fiorirono ancora per lungo spazio di molti anni e prima e poi uomini eccellenti nelle cose del disegno. Onde non mi pare da passare in niun modo con silenzio un don Iacopo fiorentino che fu molto inanzi al detto don Lorenzo, perciò che, come fu ottimo e costumatissimo religioso, così fu il miglior scrittore di lettere grosse che fusse prima o sia stato poi non solo in Toscana ma in tutta Europa, come chiaramente ne dimostrano, non solo i venti pezzi grandissimi di libri da coro che egli lasciò nel suo monasterio, che sono i più belli quanto allo scritto e maggiori che siano forse in Italia, ma infiniti altri ancora che in Roma et in Vinezia et in molti altri luoghi si ritruovano; e massimamente in S. Michele et in S. Matia di Murano, monasterio della sua Relligione camaldolese. Per le quali opere meritò questo buon padre, molti e molti anni poi che fu passato a miglior vita, non pure che don Paulo Orlandini, monaco dottissimo nel medesimo monasterio, lo celebrasse con molti versi latini ma che ancora fusse, come è, la sua man destra, con che scrisse i detti libri, in un tabernacolo serbata con molta venerazione, insieme con quella d'un altro monaco, chiamato don Silvestro, il quale non meno eccellentemente, per quanto portò la condizione di que' tempi, miniò i detti libri, che gl'avesse scritti don Iacopo; et io che molte volte gli ho veduti, resto maravigliato che fussero condotti con tanto disegno e con tanta diligenza in que' tempi che tutte l'arti del disegno erano poco meno che perdute, perciò che furono l'opere di questi monaci intorno agl'anni di nostra salute 1350, e poco e prima e poi, come in ciascuno di detti libri si vede. Dicesi et ancora alcuni vecchi se ne ricordano, che quando Papa Leone X venne a Firenze, egli volle vedere e molto ben considerare i detti libri, ricordandosi avergli udito molto lodare al Magnifico Lorenzo de' Medici suo padre, e che poi che gli ebbe con attenzione guardati et ammirati mentre stavano tutti aperti sopra le prospere del coro, disse: "Se fussero secondo la Chiesa Romana e non, come sono, secondo l'ordine monastico et uso di Camaldoli, ne vorremmo alcuni pezzi, dando giusta ricompensa ai monaci, per S. Piero di Roma", dove già n'erano, e forse ne sono, due altri di mano de' medesimi monaci molto belli. Sono nel medesimo monasterio degl'Angeli molti ricami antichi, lavorati con molto bella maniera e con molto disegno dai padri antichi di quel luogo, mentre stavano in perpetua clausura, col nome non di monaci ma di romiti, senza uscir mai del monasterio, nella guisa che fanno le suore e monache de' tempi nostri; la quale clausura durò insino all'anno 1470.

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