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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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«Non hai più famiglia su Exar?»

«No.»

Gli si sedette accanto. «Cosa facevi prima di lasciare Exar?»

«Architettura, progetti industriali.» La guardò con un barlume di curiosità. «E tu?»

«Oh, io curavo l’educazione dei bambini.»

«E dov’è casa tua?»

Mardien esitò, poi disse: «È su Fell, sulle Terre Alte di Alam, sopra Huamalpai. Mi stai portando a casa.»

Gardius la fissò un istante, guardò dall’altra parte della stanza la Guida ai Mondi Abitati, poi guardò di nuovo Mardien.

«Ma è dove vivono gli Otro, i pazzi Otro. Tu sei una Otro?»

«Sì.»

Gardius la studiò un momento. «Non sembri anormale. È vero quello che dice la Guida sugli Otro?»

«Non lo so. Che cosa dice?»

«Oltre a descrivere gli Otro come una razza di matti… ebbene, leggilo tu stessa.» Si alzò, trovò il paragrafo sul libro, e glielo tese. Mardien lesse passivamente, e Gardius la osservò, corrucciato, dubbioso. La ragazza posò il libro.

«Allora? È vero?»

Mardien alzò le spalle. «Ti sembro sovrannaturale o sovrumana?»

Gardius sorrise brevemente. «No. Lo sei?»

Mardien scosse la testa. «No di certo. Siamo normali esseri umani. I nostri bambini non sono diversi dai bambini di Exar. Ma siamo stati educati in un modo che ci arreca dei vantaggi.»

«Che tipo di vantaggi?»

Esitò. «Non è una faccenda di cui parliamo volentieri.»

«Benissimo. Tieniti pure i tuoi segreti.»

Gli rivolse uno sguardo afflitto. «Non intendo essere misteriosa. Ma il nostro popolo… ecco, è una tradizione.» Esitò, poi disse impulsivamente: «Sei stato molto buono con me e se desideri farò di te uno di noi. Allora saprai più di quanto potrei dirti.»

Gardius sogghignò. «E diventerei un matto?»

«Se accetti le nostre credenze probabilmente diventerai come noi.»

«No,» disse Gardius. «Religioni, culti, rituali, persino forme di follia, non hanno alcun interesse per me.»

«Come desideri,» gli rispose freddamente. «Devo rimarcare, comunque, che una persona con una mente chiusa non impara nulla.»

Gardius rise. «Mi aspetto una vita molto breve. Dubito che questa nuova conoscenza avrebbe molto valore per me.»

«Forse hai ragione, e forse ti sbagli.»

«Se la vostra conoscenza, o sistema, come lo chiamate, è utile, perché non l’avete esteso all’intero universo?»

«Ci sono dei buoni motivi. Innanzi tutto abbiamo paura del popolo delle Terre Basse, e degli altri uomini predatori.»

Con una lieve sfumatura della voce, Gardius disse: «E non hai paura di Arman?»

Mardien lo guardò rapidamente. «Ma Arman è un eroe, un nuovo Evangelo.»

Gardius ringhiò: «Hai sentito l’Alto Ricognitore. Prima un acrobata, poi un inventore di religioni e un assassino di vecchiette, e adesso un mercante di schiavi. E tu dici che è un eroe.»

«Qualche volta,» disse Mardien lentamente, «le motivazioni di un uomo vengono fraintese, qualche volta le sue azioni vengono distorte quando si raccontano.»

«Ho visto i cadaveri nel Villaggio di Farees,» disse Gardius. «Ho visto la nave di Arman levarsi dall’isola con seicento persone della mia gente nella stiva. Non c’è nient’altro da aggiungere per renderla peggiore di quello che è.»

«Qualche volta,» disse Mardien balbettando, «pochi devono soffrire per il bene di molti…»

«È vero,» disse Gardius, «e qualche volta molti devono soffrire per il bene di uno solo.»

Mardien gli chiese con fervore: «L’hai mai visto, Gardius? Gli hai mai parlato? L’hai mai guardato negli occhi?»

Gardius le rispose acido: «No. Sembra che tu abbia fatto tutte queste cose. Sembra che tu lo conosca molto bene.»

«Sì. Io lo adoro.»

«Allora devi essere malvagia come lui, o pazza come gli altri Otro.»

Due esseri umani in uno scafo di vetro e di metallo, due personalità costrette all’intimità fisica; ma la simpatia, l’amicizia, erano inacidite. Nella cabina c’era un gelo, una desolazione di menti chiuse in loro stesse. I giorni passavano, e nel pilota automatico la perla di liptivio si avvicinava sempre più all’incavo, nel liquido viscoso che era lo stereotipo dello spazio.

Poi un giorno la perla scattò al suo posto. I generatori diminuirono il canto di mille inaudibili ottave, attraversarono brevemente due o tre ottave udibili, e la navicella gorgogliò passando nello spazio normale.

Proprio davanti a loro era sospesa una gigantesca stella rossa, Ramus, e nel telescopio, come un carbone ardente, ruotava il pianeta Fell.

Il pianeta si gonfiò come un pallone sotto i loro occhi. Gardius rintracciò i continenti e le conformazioni studiati sulla Guida. La cintura color pesca era il Deserto del polo Nord, la distesa marrone e verde magenta era la giungla nella quale il continente Kalhua sguazzava come una zattera sempre in procinto di affondare. Sul confine occidentale c’era la città principale, Huamalpai, e proprio dietro ad essa, come una scatola sulla zattera, si levava l’altopiano delle Terre Alte di Alam.

Gardius atterrò senza indugio. Il campo era sulla zona pianeggiante sul lato di Huamalpai che dava verso le paludi, una pianura asciutta sotto la luce rosata di Ramus. Huamalpai si trovava a dieci miglia di distanza tra le basse colline, che offrivano una misera protezione contro le scorrerie dei mercanti di schiavi.

Mardien preparò il poco bagaglio con mani ansiose, guardando ogni dieci secondi fuori dal portello verso il grande dirupo roccioso che segnava il limitare della sua terra natia. Gardius la vide d’un tratto in una nuova luce: una ragazza molto entusiasta, molto idealista, e molto giovane. Si girò di scatto, con un vago rossore di colpa che gli scaldava le guance, e si mostrò occupato ad assumere la dose di parabamina 67 per contrastare gli effetti dell’atmosfera altamente ossigenata.

Batterono al portello esterno. Gardius aprì, e si identificò ai rappresentanti di Re Daurobanan. Erano uomini bassi e con i lineamenti appiattiti, e capelli diritti e neri legati in codini. La loro uniforme era costituita da un paio di brache azzurre ampie e luccicanti, e da un peculiare ornamento che portavano sulle spalle come grandi ali di libellula, utili a chissà quale funzione. Erano taciturni, veloci, vaghi. Gardius pagò la piccola tassa di approdo e gli ufficiali se ne andarono.

Si gettò la cappa sulle spalle, agganciò la borsa alla cinghia che gli passava diagonalmente sul petto, e fu pronto a scendere. Mardien saltò a terra, si girò e attese che Gardius chiudesse la navicella.

Poi Gardius la raggiunse e ci fu un momento di imbarazzato silenzio. Allora Mardien gli tese la mano. «Le nostre vite sembrano portarci in differenti direzioni, Gardius.»

Il vento, sollevando turbini di polvere dal campo, le scompigliava i capelli. Gardius deglutì a fatica, le afferrò la mano. Mardien, con gli occhi umidi, gli cadde sul petto con un rantolo lieve che parve sfuggirle di gola. Gardius se la tenne contro, la strinse forte. Una vampata calda sgorgò da non sapevano dove.

«Mardien, voglio qualcos’altro dalla vita oltre a uccidere.»

«Oh, Jaime,» gli disse pronunciando il suo nome per la prima volta, «Vorrei che fosse semplice!»

Da sopra la spalla di lei, dall’altra parte del campo, Gardius vide una nave nera con la prua rincagnata, e un’enorme, prominente stiva di carico. Era la stessa nave che si era levata rollando da Farees, con la pancia piena di schiavi per Maxus; era la nave di Arman.

Mardien lo sentì fremere, sentì i suoi muscoli tendersi. Alzò gli occhi, vide l’espressione sul suo volto, seguì il suo sguardo.

Gardius curvò le spalle, lasciò cadere le braccia. «Le nostre vite vanno in direzioni differenti.» E la sua vita sembrava desolata, dura e grigia.

Mardien si allontanò lentamente. «Addio, Gardius. Sei stato molto buono con me.»

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