Сибирское воспитание
- Автор: Лилин Николай
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Pili
- ISBN: 978-88-06-19552-6
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Сибирское воспитание». Краткое содержание книги:
В 1980 году в одной из наиболее авторитетных семей этой общины рождается мальчик Николай (позже ему дадут прозвище Колыма). Книга написана от его лица. На обложке говорится, что это автобиография, а Николай Лилин — «потомственный сибирский урка». Первое оружие, первая сходка, первая отсидка, парочка убийств, гибель друзей, вторая отсидка, обучение ремеслу тюремного татуировщика — вот и вся канва.
Il Santo non ha nessun diritto di giudicare gli altri criminali e deve rimanere neutrale in tutti i conflitti, ma può contribuire a risolverli comunicando con tutte le parti, senza farsi coinvolgere. Però, a differenza delle autorità anziane, può toccare i soldi e compiere dei crimini personalmente.
Non si può diventare Santo per propria volontà: è un ruo lo che, come tutti i ruoli nella comunità criminale, ti viene dato sulla base delle tue capacità e delle tue doti particolari.
Quelli dei Santi sono gli incarichi più rari in assoluto nella comunità criminale: di fatto sono loro a gestire il più grande giro di denaro. Sono loro a raccogliere i soldi da tutte le comunità e a mandarli nelle prigioni in contanti, о sotto forma di aiuti materiali. Per questo motivo i Santi sono molto protetti.
In tutta Bender c’erano stati solo tre Santi. Il primo, nonno Dimjan detto «Colbacco», è morto di vecchiaia alla fine degli anni Ottanta, ed era un siberiano del nostro quartiere. Il secondo, zio Kostja detto «Bosco», anche lui del nostro quartiere, è rimasto ucciso in una grande sparatoria tra criminali e poliziotti a San Pietroburgo all’inizio degli anni Novanta. Il terzo era appunto zio Fedja, l’ultimo Santo di Bender.
Era una persona solare e molto positiva, sembrava più un monaco che un criminale. Da giovane aveva ammazzato tre poliziotti ed era stato condannato a morte, ma poi la condanna era stata commutata in ergastolo. Dopo trent’anni di carcere a regime speciale lo avevano rilasciato, giudicandolo un «soggetto idoneo al reinserimento nella società». Aveva più di cinquant’anni, a quel punto. Presto è diventato un Santo. Gestiva vari traffici e aveva un gruppo di criminali a lui fedeli, quasi tutti siberiani; vivevano insieme nella stessa casa, senza famiglie: erano completamente al servizio del mondo criminale, aiutavano la gente in galera e quella appena liberata, sostenevano le famiglie dei criminali morti e di quelli anziani. Per guadagnare, gestivano una serie di locali.
Se succedeva qualcosa in città, potevi star certo che gli uomini di zio Fedja lo sapevano. Erano anche in contatto con i carcerati rinchiusi nelle galere più lontane, persino in Siberia, e avevano la possibilità di ottenere le informazioni necessarie in pochissimo tempo.
Data la loro posizione nella nostra società, ritenevo molto importante metterli al corrente di quello che era accaduto. Anche se non avrebbe portato a niente di decisivo per le nostre ricerche, era pur sempre un segno di rispetto da parte nostra, grazie al quale potevamo sperare in un aiuto secondario, a livello di logistica о di elaborazione delle informazioni.
Così, siamo arrivati a casa del Santo. Era una specie di condominio, con un cortile e un bel giardino pieno di tavolini e panchine. Secondo l’antica tradizione, il portone era sradicato e buttato a terra, proprio davanti all’ingresso, come segno che quella casa era aperta a tutti: infatti c’era sempre qualche ospite, la gente veniva da tutte le parti dell’ex Urss a trovare il Santo e i suoi amici.
Anch’io ero stato spesso ospite in quella casa, perché mio padre era un buon amico di zio Fedja, avevano fatto degli affari insieme e avevano la stessa passione per i colombi. Mio padre gli regalava dei colombi perché lui non poteva comprare niente per sé: il Santo li teneva li ma diceva che erano di mio padre, e se parlando mi scappava un complimento a uno dei «suoi» colombi, zio Fedja mi correggeva sempre, dicendo che quei colombi non erano suoi, e che li teneva lui solamente perché a casa nostra non c’era posto.
Zio Fedja era come al solito sul tetto, dove teneva, in una costruzione apposita, «i colombi di mio padre». Mi ha visto e mi ha fatto cenno di salire, io gli ho indicato la mia compagnia e lui ha ripetuto il gesto, invitandoci tutti su. Siamo entrati in casa e abbiamo fatto tre piani di scale, salutando tutte le persone che incontravamo, finché non siamo arrivati alla porta che dava sul tetto. Prima di aprirla ci siamo tolti le armi che avevamo addosso, lasciandole sulla mensola dove c’era il secchio con il cibo per i colombi. Secondo la regola è vietato presentarsi davanti a un Santo armati. Neanche con un coltello, ed è importante sottolinearlo: perché di solito il coltello è trattato come un oggetto di culto tipo la croce, che va portata sempre addosso; eppure anche il coltello dev’essere lasciato da parte quando s’incontra un Santo, per rimarcare la posizione di ogni criminale rispetto al suo potere, che è più grande di quello della forza e del denaro.
Mentre lasciavamo le pistole e i coltelli, Mei mi ha visto posare sulla mensola la Nagant di nonno Kuzja. Ha fatto una faccia tutta stupita, perché di solito Mei sapeva sempre se io avevo un’arma nuova, e scoprire che non gliel’avevo mostrata prima gli ha fatto venire un crampo. Era quasi offeso, quando mi ha chiesto dove l’avevo presa.
— Te lo racconto dopo, — gli ho detto, — è una storia lunga.
Mi sono accorto che il suo unico occhio mi guardava con sommo disprezzo.
Ho aperto la porticina e finalmente siamo saliti per la stretta scala che portava al tetto. Zio Fedja era H, in mezzo ai colombi che stavano becchettando dei chicchi di grano, e teneva in mano una coppia di colombi. Ho notato che erano di razza Baku, quindi volavano e soprattutto «picchiavano» bene, cosi chiamiamo il modo che hanno i maschi di alcune razze di mostrare la loro agilità per attirare l’attenzione delle femmine.
Abbiamo salutato zio Fedja, i miei amici si sono presentati. Come vuole la tradizione, prima dovevo parlare un po’ di cose che non c’entravano niente con la nostra visita: non è solo una regola formale, lo si fa anche per capire lo stato d’animo dell’altro e vedere se quello è il momento giusto per discutere la questione che ti sta a cuore. Così gli ho chiesto della sua salute, ho parlato un po’ di colombi, finché lui non mi ha domandato cosa mi aveva portato lì.
— Sono venuto per una «parolina», — gli ho risposto.
Nei discorsi, soprattutto con persone importanti del mondo criminale, si usa parlare con ironia dei problemi che devi risolvere con il loro aiuto. Allo stesso modo anche le autorità non affrontano mai discorsi sulla loro vita о su qualche questione personale come se fossero cose della massima importanza: trattano se stessi con leggerezza e umiltà. Ad esempio, se chiedi a un criminale come vanno i suoi affari, lui ti risponderà in maniera ironica che i suoi affari sono tutti sot-to indagine da parte della Procura, e che lui si occupa solo di inezie, sciocchezze, cose da nulla.
Per questo ero costretto a presentare il nostro problema con un po’ d’indifferenza, dicendo che ero venuto per una «parolina», una cosa di nessun peso, poco importante.
Lui mi ha sorriso, e mi ha detto che sapeva già tutto. Mi ha chiesto di raccontargli come stavano andando le nostre ricerche. In breve, senza entrare troppo nei particolari, gli ho spiegato la situazione; lui ascoltava tranquillo, con pazienza, ma ogni tanto gli scappava un respiro pesante.
Quando ho finito è stato immobile per un po’, a pensarci su, poi improvvisamente ha detto che era meglio se scendevamo sotto a prendere un cifir seduti attorno al tavolo, perché «difficilmente la verità si trova stando in piedi».
Siamo scesi con lui, al tavolo c’erano già due vecchi criminali che zio Fedja ci ha subito presentato: erano suoi ospiti, venivano da un piccolo villaggio siberiano sul fiume Amur.
Ha avuto inizio la cerimonia del tè.
Zio Fedja si è messo personalmente a preparare il cifir. Aveva tutti i denti scuri, quasi neri: segno inconfondibile dei consumatori appassionati di cifir. Dopo aver scaldato l’acqua sulla stufa a legna, ha tolto il cifirbak dal fuoco, l’ha messo sul tavolo e ci ha buttato dentro un intero pacchetto di tè di Irkutsk.
Aspettando che il cifir fosse pronto, zio Fedja ha raccontato la nostra storia ai suoi ospiti, che lo ascoltavano con tristezza. Uno dei due, un uomo grande e grosso con la faccia tatuata, ogni volta che sentiva nominare Ksjusa si faceva il segno della croce.