Сибирское воспитание
- Автор: Лилин Николай
- Год: 2009
- Язык: итальянский
- Год: Pili
- ISBN: 978-88-06-19552-6
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Сибирское воспитание». Краткое содержание книги:
В 1980 году в одной из наиболее авторитетных семей этой общины рождается мальчик Николай (позже ему дадут прозвище Колыма). Книга написана от его лица. На обложке говорится, что это автобиография, а Николай Лилин — «потомственный сибирский урка». Первое оружие, первая сходка, первая отсидка, парочка убийств, гибель друзей, вторая отсидка, обучение ремеслу тюремного татуировщика — вот и вся канва.
Besa era un vero duro. Aveva un anno meno di me, ma ne dimostrava parecchi di più, perché aveva già molti capel li bianchi. Non era nato nella nostra zona, veniva dalla Siberia. Sua madre, zia Svetlana, era a capo di una piccola banda di rapinatori, con cui faceva tumej, e cioè rapine da una città all’altra. Rapinavano la gente ricca, i politici locali, ma soprattutto i cosiddetti «industriali nascosti»: gente che si occupava di produzione e commercio illegale, legata ai direttori delle grandi fabbriche. Il fatto che fosse una donna a gestire una banda era abbastanza comune in Siberia: le donne con un ruolo criminale sono dette con affetto «mamma», «mamma gatta», «mamma ladrona», e vengono ascoltate sempre; il loro parere è considerato una soluzione perfetta, una specie di pura saggezza criminale.
La madre di Besa era finita parecchie volte in galera, e Besa era nato nel carcere femminile a regime speciale di Magadan, in Siberia. Nato in galera, aveva visto per la prima volta la libertà a otto anni. La sua educazione carceraria era molto evidente, e aveva lasciato un segno indelebile: un bagaglio di rabbia, soprattutto.
Besa non aveva mai conosciuto suo padre. La madre diceva di avere trascorso una notte, per pietà, con un condannato a morte, quand’era stata trasportata con un treno nella prigione di Kurgan. Era stata messa in un blocco speciale, e appena arrivata in cella aveva ricevuto una lettera dalla cella vicina: un giovane ragazzo soprannominato «Besa», che significa «diavoletto», le chiedeva di passare la notte con lui. Per compassione e una specie di solidarietà criminale, la donna aveva accettato la richiesta del condannato a morte, e dopo aver pagato le guardie era stata portata nella sua cella. Era rimasta incinta. Trascorso qualche mese, attraverso la posta segreta dei carcerati aveva saputo che il padre biologico del figlio che portava in grembo era stato giustiziato una settimana dopo il loro incontro. Così aveva deciso di dargli il suo nome. Di quell’uomo sapeva solo che era un assassino di poliziotti, che era bello e aveva molti capelli bianchi, e Besa doveva averli ereditati, perché — come diceva sua madre — «somigliava al padre come Adamo al Dio creatore».
Da quando lo conoscevo, Besa aveva una fissa. In prigione dov’era cresciuto aveva sentito da qualche altro bambino la storia della stella del Cremlino, quella sopra la torre principale, dove c’è anche il gigantesco orologio. Secondo il racconto, quella stella pesava cinquecento chili ed era d’oro massiccio, ma ricoperta per prudenza di vernice rossa. Tra i bambini dei criminali, e soprattutto nelle carceri minorili, girano un casino di storie simili: sempre su un tesoro molto grande, nascosto in qualche posto famoso, sotto gli occhi di tutti, eppure difficilissimo da rubare; ma se ce la fai, sei a posto per sempre. La storia dei diamanti che la zarina Caterina II avrebbe nascosto nel Ponte della speranza a Mosca, insieme al corpo della sua governante, uccisa da lei stessa perché voleva rubarglieli. La storia dell’armatura d’oro del cavaliere Elja di Murom, sepolta sotto il monumento allo zar Alessandro III in un monastero vicino a Mosca.
Tutte ’ste favole venivano raccontate per far passare il tempo e per inventare qualche mistero, ma sempre legato all’attività criminale, in modo che nessuno potesse dire alla fine che era stata una perdita di tempo. Perché dopo due ore d’intrighi tra la borghesia, di descrizioni della vita al palazzo dello zar, di guerre, eroi, cavalieri, fantasmi, ladri misteriosi e omicidi eseguiti con tecniche sofisticate, c’era comunque sempre un tesoro da rubare: un tesoro che aspettava so lo che qualcuno lo andasse a prendere.
Dopo un racconto simile, nove volte su dieci gli ascoltatori chiedevano:
«Scusa, ma perché tu che sai questo segreto non lo sfrutti? Perché non metti le mani su quel tesoro?»
La risposta più spettacolare in genere era:
«Sono un criminale onesto, mi basta che mi offriate da fumare per questo racconto».
Tutti offrivano qualcosa e poi cominciavano a progettare il modo di recuperare il tesoro distruggendo i monumenti dell’architettura nazionale. Besa non faceva eccezione: anche lui aveva messo a punto un piano per smontare la stella dalla torre del Cremlino. Ogni tanto tornava su quel piano per migliorarlo un po’: ad esempio prima non sapeva neppure che nel Cremlino non si poteva entrare liberamente, e quando l’ha scoperto (grazie a me) ha deciso di falsificare i documenti delle guardie, sequestrare cinque sorveglianti prima che si presentassero sul posto di lavoro e poi entrare nel Cremlino travestiti da guardie. In un primo tempo aveva pensato di smontare la stella con una gru, che intendeva rubare in qualche cantiere. Poi ha deciso di rischiare: l’avrebbe tagliata a mano, legata a delle corde, e quindi l’avrebbe fatta cadere giù (tanto a noi non ce ne fregava niente dell’estetica, dopo la facevamo a pezzi lo stesso, per ricavarne oro), infine l’avrebbe raccolta da terra e caricata in macchina, per uscire dal Cremlino. Per evitare che la stella cadendo facesse troppo rumore bisognava — secondo il piano di Besa — coprirla con tanti stracci.
Besa non smetteva mai di preparare questo colpo del secolo, e noi avevamo l’onore di essere inseriti in questo suo progetto come aiutanti. Ne parlava seriamente, e data la particolarità della sua personalità infiammabile nessuno di noi osava contraddirlo.
Intanto, noi continuavamo la nostra umile attività criminale senza fare colpi del secolo, per il momento ci accontentavamo di partecipare a qualche piccolo traffico e cercavamo di tenere Besa sempre nella fase creativa del suo progetto, per non farlo arrivare mai alla fase decisiva, guai a quella esecutiva. Però negli ultimi tempi lui era abbastanza nervoso, perché secondo me cominciava ad accorgersi che noi non avevamo tutta ’sta voglia di fregare la stella del Cremlino.
Fuori dalla Blinnaja, con le pance piene, abbiamo deciso di dividerci. Gagarin andava in macchina con Tomba, Gatto e Gigit a girare per i locali e a parlare con i criminali del quartiere, mentre io, Mei, Muto e Besa avremmo fatto visita a un vecchio amico di mio padre, zio Fedja, che aveva una mega discoteca dall’altra parte della città e sapeva tutto di tutti, e addirittura poteva raccontarti fatti non ancora accaduti, usando la sua sensibilità criminale e la sua conoscenza della natura umana.
Zio Fedja era quello che nella comunità criminale chiamano «Santo». E una definizione di estremo rispetto. Il Santo è una persona che vive secondo regole molto severe di autocontrollo e che cerca, in ogni ambito della sua esistenza, di essere un esempio perfetto d’ideologia criminale. Il Santo vive staccato da tutti, come una specie d’eremita, ed esattamente come le autorità anziane non ha niente di suo, non può possedere nulla: anche i vestiti che indossa non sono suoi, ma un dono degli altri criminali. Ma a differenza delle autorità non ha nessun potere reale sugli altri criminali, a cui si limita a mostrare la sua vita, vissuta nel pieno rispetto delle regole criminali.
Il Santo manda tutti i suoi guadagni in galera: solo lui può distribuire le offerte direttamente a singoli detenuti senza ricorrere aiì’obscak, cioè la cassa comune dei criminali. Cosi i detenuti sono ancora più sicuri di ricevere gli aiuti. Spesso infatti il gestore dell'obscak ha difficoltà ad accontentare tutti, soprattutto nelle grandi prigioni dove ci sono più di trentamila persone e la struttura è divisa in centinaia di blocchi: è vero che in quei casi il gestore divide la cassa tra i suoi vari aiutanti, nelle diverse celle, ma è anche vero che spesso gli aiutanti non sono d’accordo tra loro e nascono delle discussioni e per questo a volte molta gente rischia di rimanere senza un aiuto materiale. A quel punto è sempre il Santo che li sostiene, perché con il suo ruolo può passare oltre qualunque tipo di conflitto interno.