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La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]

Электронная книга - «La vendetta di Orion [Vengeance of Orion - it]». Краткое содержание книги:

Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.
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Il servo ci fece un inchino e uscì da un’altra porta.

Ancora una volta sentii i capelli rizzarmisi sulla nuca. Eravamo osservati, lo sapevo. C’erano degli affreschi sul muro, scene di caccia, con il sovrano dipinto più grande di tutti gli altri, che colpiva con la lancia leopardi e leoni. Vidi il luccichio di occhi neri come il carbone dove avrebbero dovuto esserci quelli fulvi di un leone.

— A Sparta, l’ospitalità è così misera che un re lascerebbe i suoi ospiti soli in una stanza, senza cibo, né bevande, né intrattenimenti? — chiesi a Elena.

— No — rispose a voce bassa. Sembrava enormemente contrariata.

La porta che dava sul corridoio si aprì e il grasso Nekoptah entrò camminando come una papera, in una veste bianca lunga sino a terra che sembrava una tenda. Era coperto di gioielli quasi quanto Elena, e il trucco sul suo viso era molto più pesante. Avevo informato Elena del suo aspetto e di ciò che pensavo di lui. Il sacerdote era al corrente di ogni mia parola, potevo capirlo dall’espressione malevola con cui mi guardò.

— Perdonate l’informalità di questa serata — ci disse. — In seguito, organizzeremo un’adeguata cena ufficiale per la regina di Sparta. Stasera il re desidera semplicemente conoscervi, e darvi il benvenuto nel Regno delle Due Terre.

Prese la mano di Elena e se la portò alle labbra. Lei si trattenne dal ritirarla, ma solo a fatica.

Nekoptah batté le mani, e immediatamente arrivò un servo con un vassoio di coppe da vino.

Avevamo appena assaggiato il vino, un rosso dolciastro che Nekoptah diceva fosse importato da Creta, quando la porta del corridoio si aprì di nuovo e una guardia annunciò: — Sua Maestà Reale, re delle Due Terre, beneamato di Ptah, Guardiano del Popolo, Figlio del Nilo.

Invece del re, però, entrarono sei sacerdoti in vesti grigie, con turiboli di rame che riempirono la stanza d’incenso fumoso e pungente. Salmodiavano in una lingua antica e si esibirono in una mini-processione intorno al tavolo per tre volte, lodando Ptah e il suo servo sulla terra, Merenptah.

Quando uscirono, fu la volta di sei guardie dall’armatura d’oro, che si misero tre a tre lungo la parete ai lati della porta e si congelarono in un’immobilità immediata. Ognuno aveva una lancia che toccava quasi il soffitto. Poi arrivarono due arpisti, e poi quattro giovani donne che reggevano colorati ventilabri di piume di pavone. In mezzo a loro comparve finalmente il re d’Egitto, Merenptah.

Era un uomo di mezza età, con i capelli ancora scuri. Di corporatura esile e piccolo di statura, camminava leggermente piegato in avanti, come curvo per gli anni o le preoccupazioni. O per il dolore. Indossava una veste bianca senza maniche, con ricami d’oro all’orlo. La sua pelle era molto più chiara di quella di qualunque egiziano avessi incontrato. Diversamente dal suo primo ministro, il re non portava alcun ornamento, tranne un piccolo medaglione d’oro con il simbolo di Ptah appeso a una sottile catena intorno al collo, e bracciali di rame ai polsi.

Furono i suoi occhi a preoccuparmi. Sembravano annebbiati, vacui, quasi ciechi. Come se i suoi pensieri fossero ripiegati quasi completamente dentro di lui. Come se il mondo circostante fosse una cosa senza valore, un fastidio, un impedimento a ciò che considerava davvero importante.

Gettai uno sguardo a Elena, in piedi vicino a me. L’aveva notato anche lei.

I due arpisti e le fanciulle con i ventilabri si inchinarono profondamente al re e lasciarono la stanza. Una delle guardie rimaste nel corridoio chiuse la porta e rimanemmo soli, a parte i sei soldati allineati contro il muro come statue. Sapevo che mi sarei seduto dando loro le spalle, e questo non mi piaceva.

Le presentazioni furono educate ma frettolose. Elena fece una graziosa riverenza al sovrano, che però si mostrò completamente indifferente alla sua bellezza, e persino alla sua presenza. Io mi inchinai e lui borbottò qualcosa circa i barbari del mare.

Sedemmo al tavolo e alcuni schiavi ci servirono una minestra fredda e varie portate di pesce. Il re non mangiò quasi nulla. Nekoptah mangiò per tutti e quattro.

La conversazione fu discontinua. Nekoptah fu quello che parlò di più, soprattutto su come il culto di Ptah trovasse fiera resistenza da parte di pericolosi fanatici che stavano tentando di reinstaurare l’eresia di Akhenaten. — Specialmente a Menefer — si lamentò il sommo sacerdote trangugiando un grosso boccone. — Lì i sacerdoti stanno riportando in auge il culto di Aten.

— Pensavo che venerassero Amon — dissi — piuttosto che Aten.

— Sì — intervenne Elena. — Abbiamo visto l’Occhio di Amon sulla grande piramide.

Nekoptah corrugò la fronte. — Dicono di riverire Amon, ma segretamente è l’idea di Akhenaten che cercano di reinstaurare. Se non verranno fermati, e presto, getteranno le Due Terre nello scompiglio ancora una volta.

Il re annuì con aria assente, piluccando il suo pesce.

Con me che traducevo, Elena cercò di imbastire con lui una conversazione, chiedendogli di sua moglie e dei suoi figli. Il re si limitò a guardare il vuoto.

— La moglie di Sua Maestà è morta di parto l’anno scorso — disse Nekoptah.

— Oh, mi dispiace…

— Anche il bambino è morto.

— Che cosa terribile!

Il sovrano sembrò fare uno sforzo per metterla a fuoco. — Ho un figlio — mormorò.

— Il Principe Aramset — lo precedette Nekoptah. — Un bravo giovane. Diventerà un buon re, un giorno. — Ma si rabbuiò, e aggiunse: — Naturalmente, Sua Maestà ha anche altri validi figli dalle concubine reali.

Merenptah sprofondò di nuovo nel silenzio. Elena lanciò uno sguardo al grasso sacerdote.

E andò così per tutto il resto della sera. Quando la cena ebbe termine, il re ci augurò la buona notte e se ne andò. Notai che Nekoptah gli si inchinò appena; d’altra parte, grasso com’era, non avrebbe potuto fare molto di più.

Mentre le guardie ci scortavano ai nostri alloggi, chiesi alla mia compagna: — Credi che il re sia malato?

Il suo viso dimostrava quanto si sentisse preoccupata. — No, Orion. Solo drogato. È una cosa che ho già visto. Quella grassa bestia lo imbottisce di narcotici per esercitare il potere come gli pare.

Ero felice che Elena parlasse solo l’acheo e che le guardie non potessero capirla. Almeno, lo speravo.

La situazione mi era penosamente chiara. Nekoptah teneva sotto controllo la capitale e il re. Mi stava usando per imbastire un losco affare in cui usare Elena come merce di scambio per la sicurezza del delta contro i Popoli del Mare. A titolo cautelativo, intendeva destituire il sacerdote capo di Amon e rafforzare la sua presa sull’intero regno.

Per assicurarsi che io agissi secondo i suoi desideri, Nekoptah avrebbe tenuto Elena in ostaggio nella capitale, senza sapere che io ero al corrente della sua intenzione di restituirla a Menelao.

E il Radioso. Che si era creato una fortezza nella grande piramide.

Sembrava tutto un gran pasticcio, una situazione senza speranza. A meno che non avessi trovato il modo di tagliare quel groviglio con un colpo solo. Come un messaggio di qualche dio, un piano prese forma nella mia mente. Quando Elena ed io raggiungemmo i nostri appartamenti, ormai sapevo cosa dovevo fare.

39

Tutto mi aspettavo tranne che il principe ereditario si unisse alla nostra spedizione.

Mentre Lukka e i suoi uomini salivano a bordo della nave che ci avrebbe portati nel Basso Regno, una portantina sotto scorta portata da sei nubiani si fermò davanti alla nostra passerella. Le tende si scostarono e dalla lettiga scese agilmente un giovane magro, muscoloso e chiaro di pelle come Merenptah e i sacerdoti che avevo incontrato.

Si chiamava Aramset: il solo figlio legittimo del re. Così giovane da avere appena un ciuffo stentato di peluria che gli si arricciava sul mento. Era un bel ragazzo, e dava una buona idea dell’aspetto che doveva avere avuto suo padre alla stessa età. Sembrava ansioso di prendere parte alla guerra.

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